CRISTO SI È FERMATO A EBOLI

di Francesco Gori

Dal romanzo di Carlo Levi Cristo si è fermato a Eboli, l’omonimo film di Francesco Rosi del 1979 propone un Gian Maria Volontè solito fuoriclasse della recitazione.

L’indimenticabile attore, ricordiamo in particolare le sue magistrali interpretazioni nello spaghetti-western di Sergio Leone Per un pugno di dollari e in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, veste i panni dello scrittore torinese nel periodo di isolamento forzato in Lucania, intorno al 1935. Lui, intellettuale giudicato pericoloso dal regime fascista, viene costretto all’esilio in quel di Gagliano (nome assonante ma di fantasia, in realtà il paese si chiama Aliano), dove si scontra con una realtà totalmente diversa dalla sua. Sceso col treno a Eboli, si rende conto che qui, con la fine delle linea ferroviaria, finisce anche un mondo, e se ne apre un altro: quello del tragico e desolante universo del profondo Meridione, terra di soli contadini, dove il fascismo seduce le masse e ha ormai messo radici.

Siamo in pieno agosto, mese che ben si accosta al soffocante impatto dello scrittore con il paesino della Basilicata. Viene accolto in un provvisorio alloggio per viandanti, dal quale comincerà la presa di coscienza di luogo e persone. Accompagnato dal fedele cane Barone, comincia la sua “esplorazione” con delle passeggiate, controllato a vista da una guardia che ne limita il raggio d’azione, e conosce le figure più significative, come due medici, il parroco, il podestà. Ma è il contatto con le persone comuni che lo porta su un piano di conflitto tra il suo status di medico – aveva studiato, ma non praticato – e quello di artista: Levi preferisce il secondo, non è solo uno scrittore ma anche un pittore, ma la sorella lo spinge a non perder tempo con l’arte, viste le circostanze, e a dedicarsi alla medicina. Lo farà a tratti, spinto dal bisogno dei contadini, che in paese non hanno neanche una farmacia.

Un film d’impatto, che lascia il segno. Lento come era la vita del tempo ad Aliano, con lenti d’ingrandimento sul paesaggio aspro e sul volto espressivo dello straordinario Gian Maria, perfetto nel calarsi nel ruolo del riflessivo pensatore, uomo di raffinata intelligenza al cospetto di un arretramento sociale e individuale. Il fascismo cerca di imporsi con la forza del podestà, tipico esempio di autorità dalla mente ottusa, che “censura” le lettere ma non il libero pensiero di Carlo Levi. Quello rappresentato è un Meridione dove la Chiesa fatica a tener le redini della vita paesana – non a caso il parroco è un ubriacone che ha perso ogni speranza, e “la terra è dimenticata da Dio” -, dove la barbarie è ben simboleggiata dal sanaporcelle – omone rozzo che sventra le scrofe -, dove i rapporti interpersonali sono cristallizzati e freddi, dove guerra e camicia nera sono l’antidoto alla disperazione. Si parte alla ricerca della morte per evitare una morte anticipata.

E quando Carlo Levi viene graziato e può tornare a casa, sa che qui non tornerà mai più. Ricorderà su carta anni dopo, così come Rosi anni dopo ancora, riproponendone la storia in versione cinematografica: un affresco dell’Italia dell’epoca che rimarrà scolpito nella memoria di lettori e cinefili.

3 Comments

  1. Nicola Pucci 05/09/2012
  2. Luca Moreno 06/09/2012
  3. Francesco 06/09/2012

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