di Emiliano Morozzi
Immaginate di risvegliarvi di colpo in un vagone ferroviario completamente vuoto: il vostro compagno di viaggio è scomparso e con esso tutti gli altri passeggeri; il treno è fermo, immerso nella nebbia che avvolge tutto impedendovi di capire dove siete finiti, la stessa cappa che si respira dentro il vagone, con i finestrini sigillati e l’aria condizionata fuori uso. Non è la trama di un thriller o di un film dell’orrore di Romero, ma una delle tante avventure (e disavventure), che ho vissuto durante un viaggio di due mesi nell’isola di Cuba nell’ormai lontano 1997.
Un viaggio che fin dal principio voleva essere un’esperienza da vivere fuori dagli schemi, per capire, o quantomeno osservare, la realtà di quel paese dai mille contrasti senza la lente deformante dell’ideologia e dei luoghi comuni. Per me e l’amico che mi ha accompagnato in questa avventura (Antonino Condorelli, che la racconta a sua volta nel suo blog) lo scopo era chiaro fin dalla partenza: c’era il Festival della Gioventù all’Avana e l’Arci organizzava soggiorni di due settimane nella capitale cubana, con partecipazione ai dibattiti dell’evento, annessi e connessi. Dal momento che il mio amico aveva già fatto un soggiorno del genere l’anno prima e io non volevo spendere un salato biglietto d’aereo per fare la classica vacanza “mordi e fuggi”, decidemmo di fare una pazzia: posticipare la data del ritorno e rimanere sull’isola la bellezza di cinquanta giorni, per girarla in lungo e in largo, scansando come la peste luoghi come Varadero e viaggiando con mezzi di fortuna, aiutati dalla generosa ospitalità di amici di penna che ci hanno fatto capir meglio la reale situazione di quel paese.
Prima di raccontare il viaggio e i luoghi che ho visitato vorrei dire due parole su Cuba: non è quel paradiso in terra dipinto da tanti esponenti di sinistra, quegli stessi esponenti che si rinchiudono in hotel di lusso o in resort che sono l’equivalente “alternativo” del Club Med, né la patria dell’amore libero, che spesso e volentieri si chiama turismo sessuale e del quale ho toccato con mano tutto lo squallore.
L’isola caraibica ci accoglie con una vampata di caldo feroce non appena usciamo dalla scaletta dell’aereo (una costante che ci accompagnerà per tutto il viaggio) e L’Avana con il lusso decadente dell’Hotel Inglaterra, un albergo nel quale si respira l’aria dei tempi coloniali. Le sfarzose colazioni per turisti “on the road” come noi che devono razionare il denaro (alla fine, 700 dollari per 50 giorni non sono poi questa gran cifra) sono una manna dal cielo, e ci permettono di visitare L’Avana senza pensare troppo a dove mangiare spendendo poco, e senza correre il rischio di prendere qualche brutta malattia. “Hanoi” è il nome di un ristorante cubano-vietnamita che diventa il nostro covo: carino l’ambiente, economica e sostanziosa la cucina.
Nell’arco di tre settimane di festival, giriamo in lungo e in largo la capitale: non solo l’apparente e scenografica vivacità di colori del Malecón, il lungomare dell’Avana, ma anche la miseria e il degrado di coloro che vivono nelle stradine interne di quel quartiere, l’incantevole Plaza de Armas, piccola piazzetta immersa nel verde che ospita quotidianamente un mercatino di libri usati, lo sfarzoso Capitolio, pacchiana imitazione del Campidoglio dell’odiato nemico yankee. E per gli amanti di una bevuta, due luoghi sicuramente frequentati più da turisti che da cubani, ma che a ragione si sono fatti un nome nel corso di decenni di storia: stiamo parlando del Floridita e della Bodeguita del Medio, rispettivamente patria del daiquiri e del mojito. Dei due preferisco la Bodeguita: lo sfarzo (e in parte anche la clientela) del Floridita ricorda tanto i tempi in cui Cuba era il bordello della Florida e stride con la povertà circostante; l’ambiente e i muri imbrattati di scritte della Bodeguita fanno invece pensare a un luogo vissuto dai cubani stessi.
A pochi chilometri dall’Avana sorge la famosa scuola di cinema di San Antonio de Los Baños, la nostra prima escursione fuori della capitale: un viaggio che si risolve in un buco nell’acqua, perchè la scuola, essendo piena estate, è chiusa. E questo è il problema minore, perchè nonostante l’aiuto del nostro amico cubano Alexis non ci sono né autobus né camion per il ritorno. Decidiamo così, alle due del pomeriggio, di incamminarci a piedi verso il paese più vicino, sotto il sole rovente, con l’acqua nelle borracce che si fa sempre più scarsa. Al riparo di uno dei rari alberi, aspettiamo venti minuti buoni sulla strada prima di vedere arrivare il nostro salvatore: un contadino in trattore che ci accompagna in paese. Qualche giorno dopo, la metà è la valle di Vinales e i suoi mogotes (v. prima foto), bizzarre colline nate dal crollo delle grotte scavate dall’acqua, ricoperte a volte di vegetazione o con i nudi fianchi di calcare esposti alle intemperie.
Trascorso il nostro tempo all’Avana, ci muoviamo verso sud, seguendo un itinerario dettato dagli incontri con i nostri amici di penna: Camaguey, città ricca di edifici di stile coloniale, all’epoca piuttosto malridotti, la ben tenuta Holguín, Santiago de Cuba. Ci siamo sempre fatti accompagnare dai nostri amici, per evitare di fare il classico “giro turistico” e vedere magari qualcosa di particolare. Un nome su tutti: Playa Guardalavaca, meravigliosa e quasi deserta spiaggia caraibica, in quel momento ancora non inquinata dal turismo di massa e frequentata soltanto dai cubani. Certo, già allora stava sorgendo alle sue spalle, nascosto dalle palme, quello che gli ecologisti nostrani chiamerebbero un “ecomostro”, un enorme e orribile complesso alberghiero; ma nel 1997 il luogo manteneva ancora intatto il suo fascino. Deludente invece è stato il soggiorno a Santiago: quattro giorni nei quali abbiamo mangiato poco e male (il mio amico ebbe una brutta disavventura alimentare), in una città povera (forse la più povera di Cuba), dove tanti edifici rasentavano la fatiscenza. L’unico piacevole diversivo di quei giorni fu un’escursione a piedi verso il faro in cima al promontorio che chiudeva il golfo, un punto dal quale si gode di una visuale davvero magnifica, sia sulla città alle nostre spalle sia sull’oceano sottostante.
In una “guagua” insieme ai cubani, sotto falso nome per evitare di pagare il biglietto in dollari piuttosto che in pesos, con il mio amico moribondo ci siamo diretti verso un luogo che tutte le guide turistiche snobbano, anche se riveste un’importanza enorme per la storia dell’isola: stiamo parlando di Manzanillo, paesino in riva al mare dove ci siamo goduti tre sere di carnevale e una squisita ospitalità. Il paese è la porta di accesso alla Sierra Maestra, e là vicino si trova la famosa tenuta della Demajagua: fu in quello zuccherificio che Carlos de Céspedes suonò la campana per radunare i suoi schiavi e annunciar loro che da quel momento in poi sarebbero stati uomini liberi e avrebbero lottato al suo fianco per l’indipendenza di Cuba. Qualche decina di chilometri più in là, una strada dalle pendenze proibitive (per gli appassionati di ciclismo, il Mortirolo o lo Zoncolan non sono niente) porta alla Sierra Maestra. Non fu facile trovare un mezzo per salire lassù, occorreva una jeep, merce davvero rara in quella zona: dopo un giorno di vane ricerche, il segretario della sede locale del partito decise di darci un passaggio, in cambio di una tanica di gasolio per far muovere il mezzo. A bordo di una vecchia ma energica Uaz, ci inerpicammo così lungo quel ripidissimo viottolo in cemento, sui cui tornanti la jeep sembrava quasi sul punto di ribaltarsi. Altre due ore di camminata nel bosco ed arrivammo al luogo simbolo della rivoluzione cubana: la Comandancia de La Plata, un ammasso di baracche immerse nella boscaglia, covo dei rivoluzionari castristi durante la lotta per la liberazione di Cuba da Batista. Certo, non un posto da ricordare per la sua bellezza (se si eccettua il panorama verso il mare che si godeva dalla piccola radura, che per poco non fu fatale ai ribelli), ma sicuramente un luogo che ha il suo fascino, e nel quale un gruppo di uomini, al di là dei giudizi politici, ha scritto la storia del proprio paese.
Sulla strada del ritorno, e prima dei tre giorni finali all’Avana, nei quali abbiamo sperperato i pochi dollari avanzati tra sigari, bicchieri di mojito e cene a base di aragosta, sosta d’obbligo a Santa Clara, altro luogo che ha deciso le sorti dell’isola: sull’hotel al centro della piazza principale della città c’erano ancora i fori delle pallottole (o sarebbe meglio dire delle mitragliatrici pesanti, viste le dimensioni) degli scontri avvenuti quando i ribelli assalirono la città e il famoso tren blindado colmo di truppe fedeli a Batista, mandato là per dare una lezione ai ribelli. Una città ben tenuta, ricca anch’essa di edifici in stile coloniale, di parchi verdi e di magazzini ben forniti, che vendono merci a prezzi accessibili anche ai cubani. In quello stesso hotel crivellato di colpi, trovammo una spartana doccia munita di freschissima acqua corrente, l’aria condizionata e, udite udite, pure il frigobar per poter finalmente bere acqua fresca. Un vero e proprio lusso per turisti come noi, che fino a quel momento avevano fatto una vita da cubani, muovendosi con mezzi di fortuna e adattandosi alle condizioni di vita degli abitanti dell’isola; ai quali, è giusto dirlo, manca l’acqua corrente, manca l’elettricità, mancano i condizionatori, ma non manca l’igiene nelle proprie case e soprattutto un grande senso di solidarietà, talmente grande da togliersi il pane di bocca per darlo ai propri ospiti, anche se erano turisti e anche se, in fondo, potevano pure comprarselo. Tutte cose che qui da noi purtroppo sono scomparse da un pezzo, dietro le inferriate nelle quali ci siamo barricati.




Bell’affresco di Cuba…complimenti all’articolista