di Emiliano Morozzi
John Degenkolb trionfa alla Parigi Roubaix, l’Inferno del Nord. Se chiedete a un ciclista che cos’è l’Inferno, vi risponderà che è un viottolo lastricato di pietre, una stradina sconnessa che taglia in due una cupa foresta, è fatto di buche, polvere o fango, ruote bucate, raggi spezzati, polsi che tremano per la fatica. L’Inferno per un ciclista è la Parigi Roubaix, corsa diversa da tutte le altre, che non tutti possono affrontare, che alcuni scansano per non compromettere la stagione con una caduta, che altri, come Bradley Wiggins, decidono di correre per suggellare una carriera fatta di grandi successi.
Dare qualcuno per favorito è impresa proibitiva, perché dietro ogni pietra si può nascondere un’insidia che toglie di mezzo i candidati alla vittoria. Così, prima della mitica Foresta di Arenberg, le cadute hanno già tolto di mezzo Stijn Devolder e hanno costretto il favoritissimo Kristoff e Geraint Thomas a spendere preziose energie per rientrare in gruppo e non perdere contatto prima di uno dei punti chiave della gara. La Foresta di Arenberg dà i suoi primi verdetti: davanti, dal gruppetto dei fuggitivi emerge il lettone Aleksej Saramotins, dietro Oss, Van Avermaet e Peter Sagan prendono la testa del plotone, mentre dietro arranca Wiggins e viene messo fuori causa da una caduta Thomas.
Ogni settore di pavè rappresenta un pericoloso, l’occasione per far saltare la corsa e portare via un gruppetto di fuggitivi: nel settore di Tilloy, la Etixx-Quick Step si mette davanti a tirare, spezzando il gruppo e costringendo ancora una volta due dei favoriti, Wiggins e Kristoff, ad inseguire. Il settore di Auchy è l’antipasto al secondo tratto più duro della corsa, Mons-en-Pévéle e i favoriti cominciano a muoversi: scatta Peter Sagan e per qualche minuto screma il gruppo, Vansummeren, già vincitore nel 2011, va dritto a una curva ed esce di scena. Il secondo tratto di pavè marchiato con cinque stelle di difficoltà passa senza scossoni, i favoriti attendono e sembrano attendere l’ultimo tratto di pavè difficile, quello del Carrefour de l’Arbre. Wiggins cerca di lasciare il segno in una gara fino a quel momento anonima, ma il suo tentativo dura pochi chilometri, Van Avermaet con i suoi scatti screma il gruppo, poi Roelandts anticipa il gruppo scappando prima del Carrefour de l’Arbre ma il suo tentativo viene annullato nel tratto di pavè successivo, quello di Gruson.
Come l’anno scorso, non è un attacco sul pavè a decidere la corsa, ma uno scatto improvviso: mancano dodici chilometri all’arrivo, quando scappano dal gruppo Lampaert e il combattivo Van Avermaet, il gruppo non reagisce e per i due sembra fatta. Nell’ultimo tratto serio di pavè, quello di Hem, John Degenkolb con un gran recupero riaggancia i due ma è costretto a tirare da solo, poi nell’abitato di Roubaix prima torna sul gruppetto Stybar e poi altri atleti tra cui Boom e il campione svizzero Elmiger per una volata a sei. Per la prima volta dopo anni il Velodrome assiste ad una volata, e allo sprint è Degenkolb a trionfare con uno sprint imperioso che non lascia spazio agli avversari. Dopo il secondo posto dell’anno scorso e la vittoria alla Milano-Sanremo, un successo che conferma la bravura del tedesco nelle gare di un giorno. Quanto agli sconfitti, un applauso va sicuramente al sempre protagonista Van Avermaet, che ha movimentato la corsa, a Wiggins che l’ha onorata lottando fino alla fine, a Stybar capace all’ultimo secondo di riagganciare i fuggitivi. Quanto al chiaccheratissimo Sagan, quanto ci vorrà ancora prima di vederlo alzare le braccia al cielo in una classica monumento? Appuntamento domenica prossima, con l’Amstel Gold Race.


