“DI LUCE PROPRIA” – CATERINA PARDI E ANTONIO ANCAROLA

Si è da poco aperta al Palazzo del Podestà del Galluzzo, a Firenze (in Via del Podestà 161), una mostra, che unisce testi poetici di Caterina Pardi Vasic e fotografie di Antonio Ancarola, sul tema della luce e della rinascita della natura, che così ben si lega all’odierno arrivo della primavera. Qui di seguito, l’introduzione al relativo catalogo della poetessa Paola Ballerini, e alcune delle poesie e delle foto che compaiono nel Palazzo del Podestà in questi giorni (fino al 25 marzo).

Di Luce Propria. Fotografie di Antonio Ancarola, poesie di Caterina Pardi Vasic

di Paola Ballerini

Le fotografie di Antonio Ancarola presentano pochi dettagli a fuoco e poi ampi contorni sfumati, l’effetto è quasi astratto. Eppure in questi ‘semi, spicchi, scaglie, raggi’ c’è una luce intima, insospettabile che le immagini rivelano come da dentro, senza spaventarla.

Una mappa di bellezza nascosta e allo stesso tempo a portata di mano, per chi sa vederla. Sono visioni dal capezzale dei fiori, corolle bruciate, stami appassiti, comunque piccole cose ordinarie della natura dagli esiti sorprendenti, crinali in chiaroscuro, preziosi distillati di vita. Nei dettagli sta la luce, sopra una foglia secca, fra i pistilli, lungo i fili d’erba, dentro a una ragnatela. Qui si tocca e sperimenta ‘fra un buio e l’altro’ ‘un risveglio d’uso quotidiano’, la capacità di sfogliare le ore, guardare i petali in modo inedito e da molto vicino, fino a cogliere la sottile corrispondenza tra microcosmo e macrocosmo, e disegnare una nuova trama del mondo.

Il lavoro di Antonio Ancarola dice che tutto è importante, testimonia una misteriosa vicinanza ai fiori e alla vita. Davanti a queste immagini si respira il silenzio di uno sguardo che entra nelle cose senza fare loro paura, con sollecitudine e discrezione, restando aperto alla visione, pronto allo stupore anche al prezzo dello smarrimento. Uno sguardo spogliato da convinzioni e convenzioni, addestrato non solo a osservare ma anche a sentire, con calore e partecipazione, la natura che brucia nella tarda estate, sfiorisce nell’equinozio d’autunno, si raccoglie e prosciuga nell’inverno: il mutamento, la metamorfosi. La vita con la sua luce cangiante soffia anche nei luoghi più banali e marginali, ‘nel giardino appassito/lungo corsie d’ospedale’.

Indipendenti dalle foto, i testi di Caterina Pardi Vasic ne costituiscono tuttavia il controcanto, infatti insistono sulla vista come responsabilità. Si tratta di ‘resistere alla tentazione/di non vedere/resistere all’opacità/occasionale e ripetuta/resistere’. E questa resistenza passa appunto attraverso la pupilla (anche macchina fotografica) capace di salvare ‘una manciata di polvere d’oro’, ‘pulsioni di luce’ raccolte ‘dove il corpo si sfogliava:/la pelle più sottile dei malati/e dei petali’. Una vera e propria ‘posologia dello sguardo’, dosi e tempi di somministrazione della visione, un esercizio di sosta e di allargamento del campo visivo, un allenamento alla vista periferica e sfocata che restituisce ‘filante bellezza’.

Le poesie di Caterina Pardi Vasic rappresentano inoltre un invito a non mancare alle esperienze che accadono, a osservare il corpo da diverse distanze dentro e fuori, gustandolo, come anche le fotografie dalle sfumature sorprendenti, e piene di sensualità di Ancarola suggeriscono: ‘riprenditi ciò che sei/tutto intero/baciati piano/assaggiati/poi apri la bacca/ingoiati/…/digerisciti/…non importa come/così come sei’.

Qui ‘la terra è arrivata/finalmente/tavolo di lavoro’ e si comincia subito a camminare e osservare, di nuovo ‘a posare il piede/nel giorno/nell’ora/in ogni ora del giorno’, come per miracolo, eppure con semplicità. Quella dell’autrice è una sollecitazione, delicata ma incisiva, a non perdere l’occasione di muoversi lentamente, di soffermarsi per raccogliere il presente, che è il solo tempo a disposizione, dove ‘qualsiasi cosa/se guardata e riguardata/ – a volte un istante, a volte lungamente -/tramonta in luce.’

riprenditi ciò che sei

tutto intero

baciati piano

assaggiati

poi apri la bocca

ingoiati

testa-pancia-piedi

per intero

digerisciti

così come sei

scondito e unico

alla julienne, non importa come

così come sei

ossa-cuore-cervello

ingoiati

per partorirti di nuovo

nuovo nuovo

stessa forma

diverso il contenuto

altra la luce

altro condimento per la vita sarai

per poi rimangiarti

ancora ancora

quanto vuoi

dove vuoi

quanto è necessario

e rifarti

ogni volta più simile

a chi di sola luce vive.

Nel giardino appassito

lungo corsie d’ospedale

mi hai indicato

dove il corpo si sfogliava:

la pelle più sottile dei malati

e dei petali.

Posavi il dito nel solco

e spariva:

il solco sfumava nel solco

nel taglio che univa

le fibre di tutto.

questa è luce naturale

la corrente non serve

e il ministero delle infrastrutture

non ha voce in capitolo

per farla funzionare

basta accendersi l’un l’altro

quando occorre

– pressione, tocco,

presa, strattone

sguardo, richiamo

sfioramento

mutua ricerca di pulsanti-pistilli

sottopelle

fra un buio e l’altro

basterebbe

che fossimo assunti

allo stesso titolo

per l’identico lavoro

dall’impresa di insegne luminose

per un risveglio d’uso quotidiano.

One Response

  1. Katinkawonka 19/04/2012

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