di Nicola Pucci
Djokovic vince a Shanghai. E così, mannaggia, non ci capisco proprio più niente. Il ranking mondiale dice che Federer, “il Magnifico“, veste i panni del numero 1; Murray, il britannico irascibile e bizzoso, con i trionfi all’Olimpiade londinese, il primo urrah all’Open Usa e per un soffio qui al torneo cinese pare assolutamente il più in forma; infine però la coppa del vincitore la mette in bacheca “Nole” l’indistruttibile, lottatore indomito, con gli attributi giusti per sbaragliare il lotto. Sintetizzando: in attesa del ritorno di Nadal, da mesi in bacino di carenaggio con le ginocchia che scricchiolano, gli altri tre grandi, padroni del tennis, danno spettacolo. E che spettacolo, amici drogati di tennis!!!
La finale in terra d’Oriente è rimasta nelle corde della racchetta scozzese fino al 7-5 5-3 e match-ball sul 40-30. Sembra fatta per Murray, si mormora in tribuna, e già il vostro cronista pronto a celebrare Andy come nuovo re del circuito. Macchè. Djokovic non molla la presa, riagguanta l’avversario sul 5-5, sale al tie-break, annulla altri quattro match-point, si issa al terzo set imponendosi col 13-11 che atterra l’avversario. Non c’è più storia, il serbo prende il largo e dopo 3 ore e 20 minuti di una partita appassionante, incerta, a tratti meravigliosa, chiude la sfida con il punteggio di 5-7 7-6 6-3.
Novak Djokovic, dunque. Reduce da un 2012 non all’altezza del 2011, ed onestamente sarebbe stato disumano esserlo, il venticinquenne di Belgrado torna ad avanzare la sua candidatura a migliore del quartetto e lo fa al termine di una settimana quasi perfetta. Il cammino verso la finale lo ha visto superare senza pecche il talentino che ancora deve sbocciare Dimitrov, 6-3 6-2; il bel Feliciano Lopez, 6-3 6-3; l’altro sex-symbol del gruppo Tommy Haas, 6-3 6-3; l’incompiuto Berdych in semifinale, 6-3 6-4. Poi l’atto conclusivo contro Murray, che cede alla distanza, esce sconfitto nel punteggio ma conferma ormai di essere a pieno titolo uno dei big-four.
In attesa degli appuntamenti di fine stagione, Master 1000 di Parigi Bercy, Master e Coppa Davis, c’è solo da mettersi in poltrona e gustarsi ancora il grande tennis.



Forse è facile parlare ora, ma Djokovic ha qualcosa in più di Murray. O meglio, Murray nel suo processo di maturazione è diventato sempre più arrotino, sempre più fondocampista (e del resto, mai ammissione fu più eloquente della scelta del britannico quando si trattava di assumere un coach). Non che Djokovioc non lo sia, anzi: ha dimostrato, nella straordinaria stagione scorsa, di tenere lo scambio dal fondo con Nadal, il che è ragguardevole. Ma Djokovic ha la smorzata, la palla corta, la giocata geniale che Murray non ha, o che ha dimenticato di avere.
Per un po’, credo, se la vedranno loro due. Federer deve vedersela con l’anagrafe (è l’unico che ha superato i 31 anni tra i primi 10 del mondo, il più vecchio tra i primi 19 dell’ATP, ed è reduce da 6 anni da numero 1), anche se dall’alto del suo talento infinito ha forse in canna ancora qualche titolo importante; Nadal, travolto dal morbo di Hoffa, sarà a disposizione solo part time, con assenze che si protrarranno per lunghi tratti di stagione. Ranoic e (soprattutto) Dimitrov sono ancora acerbi per poter entrare in lizza…
Una lotta a due, quindi, almeno per qualche tempo. Non sarà però una rivalità come quella tra Federer e Nadal.
Perché sono un gradino sotto ai precedenti dominatori, certo, ma anche perché nella lotta c’è un terzo soggetto, di grandezza equiparabile, che può inserirsi da un momento all’altro: Juan Martin Del Potro.
Senza contare, comunque, che i due che hanno comandato il tennis per tanti anni non hanno ancora deposto le armi.