di Claudia Boddi
Don Piero Corsi è il parroco di San Terenzo di Lerici che negli scorsi giorni, con il suo volantino che accusa le donne di provocare il femminicidio, ha fatto balzare l’Italia indietro nel tempo di molti lustri. A prima degli anni ’70 e dei movimenti sociali e civili che scossero il nostro paese dal maschilismo cieco e imperante e posero il riflettore sulla posizione della donna e sui suoi diritti.
Siamo nel 2013 e sembra di essere sempre allo stesso punto. 118 sono state le donne uccise nel 2012 e non ci stancheremo mai di sottolineare che, per un paese che si dichiara civile, è un dato allarmante. Il femminicidio giustificato dal comportamento provocante delle donne – come apparso sulla bacheca della parrocchia di don Corsi – è qualcosa che non si può più sentire. Che è inaccettabile. La violenza sulle donne è un reato. Non ci sono argomenti diversi che possono motivare tesi altre. Non c’è minigonna, tacco a spillo o atteggiamento provocante che tengano.
Personalmente, mi auguro prima o poi, di vedere campagne di sensibilizzazione contro la violenza portate avanti anche da uomini, dato che finora sono solo altre donne che si occupano pubblicamente di questi temi. Sarebbe una rivoluzione culturale importante, manifesto di una riflessione e di una presa di coscienza collettiva del problema, invece, la mia speranza sembra ancora doversi tristemente scontrare con una realtà che è ben diversa dall’ideale (che poi tanto ideale non sarebbe).
“Donne provocate gli istinti e cercate guai”, ha scritto don Corsi su una rivista integralista cattolica, e lo ha poi riportato sul volantino appeso nella sua chiesa. Non contento ha così risposto a un giornalista di RadioRai che lo intervistava: “Non so se è un frocio anche lei o meno, cosa prova quando vede una donna nuda?”. Affermazioni che si commentano da sole e che testimoniano un’arretratezza di pensiero veramente preoccupante.
Il sindaco della piccola comunità ligure si è detto indignato dagli atteggiamenti dell’ecclesiastico, sui quali pare che la Curia sia già intervenuta in passato. In seguito, è anche giunta la condanna del Vaticano da parte di Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Resta il fatto che questo tipo di affermazioni lasciano basiti e amareggiati. Il prete di San Terenzo evidentemente non è il solo a pensarla così, visto quello che ancora succede alle donne.
La violenza è un reato. Non può essere giustificata. Mai.



E’ proprio l’ora di farla finita! Anche perché, con tutte le minchiate che i vari culti, ivi compreso il cristianesimo, hanno affermato riguardo alla donna, nei Vangeli (che per me sono “la” fonte) non c’è una sola parola che faccia pensare a una sua posizione di inferiorità o di colpevolezza, rispetto all’uomo. Tanto che Gesù salva e riscatta la Maddalena.
Infatti, Giovanni… però io ultimamente sto rimanendo sempre più colpita in negativo da quello che sento. Mi sembra si stia andando indietro anziché avanti. Quello del ruolo della donna è un argomento talmente radicato nell’imprinting culturale e antropologico della nostra conformazione sociale che sarà difficilmente scardinato. Speriamo che almeno si riducano le manifestazioni violente o di femminicidio. Non dobbiamo comunque mai far calare l’attenzione su quello che succede, né smettere di mettere l’accento su uscite come quella di questo prete. La violenza sulle donne non deve mai passare sotto traccia, come una cosa normale, che ” qualche volta può capitare”. La violenza è un reato e basta.
E’ così, tanti distinguo non vengono fatti per altri reati violenti. Sarebbe come dire che, se una tifoseria ne massacra un’altra dopo un coro fastidioso, il massacro è meno massacro. Si sta effettivamente andando indietro, e questa – lo dico da cristiano – è colpa di un’impostazione eccessivamente clericale e poco spirituale delle cose religiose.
Semmai – e questo lo sostengo da anni, e NON è assolutamente un avallo del contenuto di quel volantino – è opportuna una riflessione su quello che uomini e donne veramente vogliono, e sulla consapevolezza delle e nei rapporti di coppia. A che vale una relazione portata avanti senza una profonda convinzione? A che serve unirsi solo per “sentirsi meno soli”? Forse tanti casi di violenza (in ogni caso, ripeto, NON giustificata) nascono proprio da queste premesse, da “cose non sentite”, che poi diventano fastidiose e portano soggetti (criminali, senza dubbio) a fare quello che fanno. Non era meglio lasciarsi prima e interrogarsi su stessi? Difficile, ma imprescindibile.
Apprezzo molto questo articolo perché condanna la posizione del parroco, senza estendere pretestuosamente le responsabilità alla chiesa.
Lo dico non da cattolico, ma da persona oltremodo allergica alla retorica e alla dabbenaggine, in ogni forma. Don Piero Corsi è un uomo adulto e risponde di quello che fa, quindi è giusto e salutare che le critiche si concentrino solamente su di lui.
Trovo poi che sarebbe il caso (proprio per sfuggire dalla retorica e anche dalla “moda”) di smettere di usare il complemento di specificazione: la violenza va condannata tutta, senza distinguo.
Negli anni ’90 al centro dell’attenzione mediatica c’era la violenza sui minori (ricordo martellanti pubblicità sul telefono azzurro a ogni ora del giorno); poi è stato il turno della xenofobia (in particolare, in relazione ai disordini nella periferia di Parigi); più di recente l’indignazione è stata orientata verso il maltrattamento degli animali; ora si focalizza l’attenzione sulla violenza sulle donne. Dovremmo, a mio avviso, condannare la violenza in toto.
Quanto alle “reazioni” del mondo femminile, purtroppo c’è poca solidarietà davanti a questi episodi tragici. Cinicamente, devo rilevare come le donne hanno saputo muoversi in modo coordinato ed efficace quando il motore della loro indignazione era l’invidia e il perbenismo (mi riferisco al “Se non ora quando”, che considero la prova definitiva che il pesce puzza dalla coda e la società civile è peggiore di coloro che ci rappresentano). Viceversa la pietà non è sufficiente a creare nulla di strutturato e di energico.
Anche se, con molta sincerità, ritengo che le campagne di sensibilizzazione siano spesso e volentieri inutili, perché raramente riescono a produrre effetti rilevanti e a lungo termine.
Ciao Roberto, sul fatto di non generalizzare, con me sfondi una porta aperta: credo molto nella responsabilità personale anche se si è parte di un gruppo o di una comunità. Ognuno è il determinante ultimo delle proprie scelte, quindi, certo, l’articolo è riferito per questo solo a lui. Grazie di averlo colto. Inoltre, sono d’accordo con te sulla non importanza del complemento di specificazione accanto alla parola violenza. Infatti, per me essa è un reato in quanto tale, qualsiasi forma le si faccia assumere. Quello che della violenza non riesco a digerire è soprattutto – oltre ad altri aspetti che mi risultano intollerabili – la usuale sperequazione di potere tra la vittima e l’aggressore: come hai ben specificato tu, minori, animali, donne, extracomunitari…. tutte minoranze o soggetti non dotati degli strumenti necessari per affrontare il confronto. E comunque la differenza è sottile perché, come dici anche tu, il comportamento violento è da condannare anche tra posizioni paritarie. Quanto al “Se non ora, quando”, ammetto di non saperne a sufficienza per poter esprimere un’opinione compiuta.
Mi aggancio a quello che dice Giovanni per ribadire che la violenza non è un problema di coppia. I conflitti all’interno di un rapporto a due si possono risolvere in molti modi, la violenza non è un conflitto di coppia. Quando si parla di violenza siamo su un altro piano. Ci tengo, perché è questo pensiero che spesso fa scattare il meccanismo di colpevolezza nelle donne.
Grazie per i contributi sempre stimolanti.
Ultima fondamentale appendice: Giovanni, spero di essermi spiegata bene, ho colto l’assist che mi hai lanciato, ma era chiaro che tu non avessi inteso che la violenza fosse un problema della coppia ma che ponessi l’accento sulla consapevolezza di sé e dei propri bisogni/desideri nel momento durante il quale si opera la scelta di un partner. Ho voluto da lì sottolineare l’altro aspetto perché è da quello che spesso deriva il meccanismo di colpevolizzazione che le donne esperiscono e che le tiene legate a situazioni violente sempre più a lungo, Chiamare le cose con il loro nome può servire, talvolta, ad accorciare i tempi di uscita dai percorsi violenti.
Grazie come sempre a Roberto per l’attenzione e la precisione, e a Claudia per la sensibilità e la competenza. Quando mi riferivo alle dinamiche di coppia, ovviamente mi riferivo alla violenza domestica, che prescinde da episodi di stupro o violenze simili, che chiaramente ne esulano. La violenza, in ogni caso, è una forma di “amore distorto” (non a caso, nell’ambito dei fiori di Bach, la “collera” è un sentimento ricollegato allo spettro vibrazionale del fiore Holly, che nello spettro armonico si richiama proprio al sentimento di Amore). Anche al di fuori della coppia, le violenze dell’uomo contro la donna (come, in altri casi, la madre che maltratta i figli, perché ci sono anche episodi dove è la donna ad essere, ahinoi, parte attiva) sono “scarichi” di un amore non avuto/accolto/rifiutato (da altri) e “restituito” in forma rovesciata: frustrazioni e pressioni che trovano questo sfogo improprio. “Capire” significa intanto condannare il gesto, sempre e comunque, e punire i colpevoli, ovvio, e poi scendere nel profondo, perché le risposte sono sempre lì.
Riguardo alle “campagne”, è un po’ come il discorso che si fece a suo tempo per il Giorno della Memoria. Giustissimo e sacrosanto, ma sarebbe opportuno estenderlo a tutti gli orrori della storia umana, non limitandolo solo a quelli, certamente abominevoli, del Nazismo. Dunque, giusto condannare la violenza tout court.
Ritengo, comunque, che troppo spesso, a parte questo prete, voci autorevoli del cristianesimo, Padri della Chiesa inclusi, abbiano fatto affermazioni sminuenti nei confronti della donna. E’ un pensiero presente, sottotraccia, non solo nel cristianesimo (ma, ripeto, assolutamente estraneo ai Vangeli), ma anche in altre religioni. Bisogna, anche qui, tornare alla fonte dell’unica vera spiritualità, che è l’Amore.
Per altro verso, sarebbe opportuno che queste battaglie non fossero solo battaglie “femministe”, ma battaglie di civiltà. Mi fanno alquanto specie (benché certo non tanto quanto quel volantino) le ragazze che manifestano provocatoriamente andando a messa in minigonna, in risposta a questo sacerdote, per rivendicare la propria libertà. E’ un gesto di parte, espressione di una visione per blocchi contrapposti, che non fa che perpetuare i problemi. La loro libertà è loro, non hanno bisogno di “esibirla” (tra l’altro, con una dimostrazione di scarso rispetto per chi va in chiesa a raccogliersi in preghiera – stesso effetto delle parole di quel prete), e la critica delirante di un uomo che fraintende l’amore cristiano non potrà certo toglierla loro. Insomma, il loro è solo esibizionismo (come in fondo il suo): toglie credito alla miglior femminilità, anche in minigonna, quando “ce va”.
Grazie a te, Claudia. 🙂
L’assist di Giovanni era molto interessante, ma qui la discussione si complicherebbe parecchio e prenderebbe direttrici diverse (per esempio un aspetto, che nulla ha a che vedere con la violenza ma che palesa una difficoltà delle relazioni uomo-donna, ancorché civili e legittimi, è il crescente numero di divorzi).
Senza voler banalizzare, occorre abbandonare il concetto di appartenenza (reciproca, quaando il termine ha accezione positiva; della donna nei confronti dell’uomo, quando il termine ha accezione negativa).
L’appartenenza va sostituita con l’autosufficienza: uomo e donna non debbono completarsi a vicenda, bensì essere ciascuno complemento di se stesso. Di conseguenza la relazione diventa un’opportunità, anziché una necessità, e un’eventuale rottura non viene vissuta come una cosa drammatica. Anche perché i drammi, in ogni caso, sono ben altri, e perché la violenza (come dici giustamente) è un problema di chi la commette e non della coppia.
“L’appartenenza va sostituita con l’autosufficienza: uomo e donna non debbono completarsi a vicenda, bensì essere ciascuno complemento di se stesso.” Parole sante, Roberto. Qui è la chiave per la soluzione di tutti i problemi. Il vero Amore è fusione di personalità complete (o che cercano dentro di sé la completezza), non la sommatoria di “zoppi” che si sostengono a vicenda (salvo non riuscirci, per cui poi danno la colpa – o magari le mazzate – all’altro/a). E, preciso, cercare dentro di sé non significa egoismo, perché qui si parla, appunto, del “Sé” (e dunque di individuazione-realizzazione del proprio potenziale), non dell'”Ego” (che è l’esatto opposto).
ciao a tutti e grazie a claudia per aver dato spazio a questa notizia. Su molte cose sono d’accordo con voi, su altre meno ma ogni punto di vista è prezioso in quanto “altro”. Quello che vorrei aggiungere però alla riflessione è un aspetto che a molti sfugge nel marasma di critiche al gesto di don corsi: parlare di una responsabilità della donna nel femminicidio nei termini di una provocazione sessuale, distoglie l’attenzione dal reale problema; stando ai dati infatti le vere vittime del femminicidio vengono uccise per mano dei loro partner o ex partner nell’ambito di relazioni di fiducia, non esistono o quanto meno sono pochissime le donne in minigonna uccise da sconosciuti, perciò parlare di femminicido e di provocazione femminile nella stessa frase (o volantino nel caso di don corsi ) è prima di tutto una dimostrazione di disinformazione e ignoranza sull’argomento.Il femminicidio si consuma tra le mura domestiche ed è questa la verità che il mondo non vuole ascoltare nè accettare; è senza dubbio più comodo pensare che la violenza sia agita per strada ad opera di sconosicuti disturbati, piuttosto che da padri di famiglia perfettamente in grado di intendere e volere; In qualche modo fa comodo l’opinione di don corsi perchè ci aiuta a prendere le distanze dal problema, ci porta a parlare di libertà, di diritti acquisiti, di minigonne, spostando il focus dall’essenza di un problema così scomodo.
Approfitto dello spazio per spendere due parole sul femminicidio. Il fatto che si parli sempre più spesso di violenza sulle donne non è una tendenza culturale o la moda del momento è piuttosto un tentativo di dare la giusta risonsanza a un’emergenza reale : fino al 2011 veniva uccisa una donna ogni 3 giorni, nel 2012 la percentuale è nettamente aumentata, siamo passati a una donna ogni due giorni, questo spiega perchè tanto rumore, peccato però che al rumore non corrispondano delle azioni reali a sostegno di chi, come me e molte altre operatrici di centri antiviolenza in tutta italia, ogni giorno lavora a contatto con le donne. Le associazioni si reggono sul volontariato e vengono delegate a rispondere, senza sufficienti risorse, ad un’emergenza sociale, le donne vittime di omicidio infatti sono solo la punta dell’iceberg, rappresentano il culmine massimo della violenza, ma per ogni donna che muore, ci sono infinite donne che continuano a vivere quotidianamente nella violenza o che tentano di uscirne e che potrebbero essere le prossime vittime. La violenza è un fenomeno molto più diffuso di quanto si pensi e solo una piccola percentuale di esso viene a galla, mentre in più del 90% dei casi si sceglie la via del silenzio, per vergogna, per paura e per tanti altri motivi…grazie
Bello il tuo intervento, Valentina, soprattutto perché mette in luce una distorsione che spesso viene fatta nella descrizione del problema.
È una cosa analoga di quanto avviene per la pedofilia: ogni giorno ci sono moti di indignazione, ma più spesso di sarcasmo, nei confronti dei preti pedofili. Peccato però che oltre l’80% dei casi di pedofilia avvengono all’interno delle famiglie.
Pertanto puntando l’indice contro i preti e contro i disturbati mentali che violentano le donne in mezzo alla strada si pulisce la coscienza alla famiglia, alla casa, che (terribilmente) è l’epicentro della maggior parte delle mostruosità.
Circa la tendenza culturale di cui dicevo, chiaramente non volevo sminuire il problema, ma porre in evidenza che non c’è una violenza che merita di essere condannata più di altre (ed è quello che diceva anche Claudia, in fondo): la violenza va condannata a prescindere, sia essa contro una donna, contro un bambino o contro un uomo.
sono d’accordo con tutti voi per quanto riguarda la condanna a tutto tondo della violenza, non c’è n’è una peggiore o più grave delle altre, ma di sicuro la violenza sulle donne oltre ad essere molto diffusa ha, nelle sue manifestazioni, dei tratti distintivi molto specifici che è importante conoscere per poterla contrastare; in generale trovo rischioso inglobare le diverse forme di violenza in un unico calderone, perchè ciò aumenterebbe il senso di impotenza in chi le combatte e la deresponsabilizzazione di chi già non se ne occupa. grazie davvero per il piacevole dibattito. alla prossima!
Grazie, Valentina, per il tuo prezioso e articolato commento. L’auspicio è che tutte le donne vittime silenziose di violenze domestiche (ricordo il bellissimo romanzo di Roddy Doyle “La donna che sbatteva nelle porte”, http://www.ibs.it/code/9788882462239/doyle-roddy/donna-che-sbatteva.html) possano trovare la forza di reagire, denunciando i mariti o almeno rivolgendosi a referenti (laici o religiosi che siano) in buona fede e realmente capaci di aiutarle. Purtroppo, in quel primo passo nessuno può aiutarle, se non il pensiero che non sono le sole in quella situazione. Ma il coraggio di quella prima reazione, supportate o meno che siano, lo possono trovare soltanto loro.
Grazie Valentina per la tua autorevolezza ed esperienza e per la voce viva di chi è a contatto quotidianamente con il problema e le sue reali proporzioni. Buon lavoro, e quando vuoi siamo qua! Un abbraccio
grazie a voi per questo prezioso e stimolante spazio di confronto!un saluto affettuoso a tutti