di Alberto Giusti
La primavera araba, con i suoi profili colmi di speranze democratiche, è ormai un ricordo lontano, ma gli strascichi di quei momenti rivoluzionari non sono finiti, anzi. Chi aveva creduto nel cambiamento sta affrontando oggi gli spiriti reazionari del medio oriente.
Mi riferisco in particolare all’Egitto e alla Siria. Nel paese dei faraoni, ieri 14 giugno la Corte costituzionale ha dichiarato non valida una parte della legge elettorale con la quale, pochi mesi fa, il paese aveva tenuto le prime elezioni libere da decenni, seppur difficili e contrastate. Un gesto, quello dei supremi giudici, che getta il paese nel caos, comportando lo scioglimento del nuovo parlamento. Non si è fatta attendere la dichiarazione dei militari, che hanno affermato di riprendere da oggi le redini della transizione, per la scrittura di una nuova Costituzione.
È significativo che le scorse elezioni siano state vinte dai Fratelli Musulmani, partito islamico non integralista, ma che non suscita molte simpatie in occidente e fra i militari. Di tutto si era fatto per portare al ballottaggio anche un personaggio proveniente dal regime di Mubarak, Shafiq, con l’abrogazione sempre da parte della Corte della legge che impediva ai politici del regime di candidarsi alle cariche pubbliche per 10 anni.
Ora il percorso dell’Egitto verso la democrazia appare ancora più tortuoso e frastagliato. La transizione sembra volgersi a una nuova instabilità, che potrebbe trasformarsi già in queste ore in scontri fra la popolazione e i militari, mentre in un altro paese del medio oriente continuano gli orrori di una guerra civile sempre più sanguinosa: la Siria.
In tutto questo, la comunità internazionale, dopo aver tentato di infliggere più dure sanzioni al regime del presidente siriano Bashar al-Assad, senza successo a causa dell’opposizione della Russia, non riesce in nessun modo ad aiutare i paesi del medio oriente usciti da dittature trentennali a trovare un nuovo percorso. L’occidente per primo, dopo la morte di Gheddafi, ha tratto i remi in barca e si è limitato a osservare, mandando sì i propri osservatori, ma senza stimolare in alcun modo una stabilizzazione democratica. Ma è innegabile che una responsabilità l’occidente ce l’ha, noi europei ce l’abbiamo, in ciò che succede dall’altra parte del mediterraneo, e non occuparcene significa lasciare questi paesi in balia degli interessi più disparati, non sempre genuini. Sì all’autodeterminazione dei popoli, no allo scaricabarile. Pur in mezzo ai problemi della crisi del debito, l’Unione Europea dovrebbe agire quanto prima per i popoli del medio oriente, e lo stesso Barack Obama dovrebbe ricordare, anche e soprattutto in campagna elettorale, di aver ricevuto un premio Nobel per la pace “alle intenzioni”. I mezzi diplomatici per agire sono tanti, e le motivazioni per intervenire non possono sempre limitarsi alla presenza o meno del petrolio in un paese.



