ERNESTO CHE GUEVARA, STORIA DI UN UOMO-SIMBOLO

di Emiliano Morozzi

Quarantacinque anni sono passati da quando, nello sperduto villaggio boliviano de “La Higuera” viene assassinato Ernesto Guevara de la Serna, da tutti conosciuto come “il Che”, ma ancora oggi il volto del rivoluzionario argentino e i suoi slogan continuano a rimanere ben impressi nell’immaginario collettivo. E’ difficile in poche righe tracciare un profilo di Che Guevara senza scadere da un lato nell’esaltazione della sua figura di “guerrigliero eroico” e dall’altro nella banalizzazione del “volgare assassino”. Altrettanto difficile è separare l’Ernesto Guevara uomo dal simbolo che per milioni di persone è diventato.

Ernesto Che Guevara da giovane – wikipedia

Partiamo dal principio, da quel 14 giugno 1928 quando a Rosario, in una famiglia benestante, il piccolo Ernesto vede la luce. Se i segni zodiacali hanno un senso, quello del piccolo Guevara rispecchia il suo carattere: Toro, testardo, combattivo, pronto a lottare furiosamente per le proprie convinzioni. La forte personalità è uno dei tratti caratteristici del giovane Guevara: pur soffrendo di asma dall’età di tre anni, pratica senza tirarsi indietro rugby e nuoto e studia medicina per poter trovare un rimedio alla propria malattia. Pur essendo la famiglia benestante, il “Che” si mantiene da solo: chi leggerà la sua biografia probabilmente rimarrà sorpreso dalla quantità di impieghi che il futuro rivoluzionario svolge per potersi guadagnare il salario, non disdegnando impieghi anche umili. Fino a questo momento della sua vita, una persona degna del massimo rispetto. Il viaggio su una scalcinata moto attraverso l’America Latina in compagnia del fidato amico Alberto Granado rappresenta per Guevara un viaggio di iniziazione: i due studenti toccano con mano le condizioni miserevoli del proprio continente, ed Ernesto matura la convinzione che per eliminare le disuguaglianze esistenti in Sudamerica sia necessaria la rivoluzione. E’ qui che nasce “Il Che”: il giovane argentino mette in secondo piano la propria attività di medico e diventa guerrigliero. Nel Guatemala travolto dal colpo di stato organizzato dalla Cia contro il governo democratico di Arbenz, reo di avere danneggiato gli interessi della potentissima multinazionale United Fruit, Guevara conosce Fidel Castro e il suo manipolo di esuli cubani e aderisce con entusiasmo al loro progetto di liberare l’isola dal regime di Fulgencio Batista. Il nomignolo che lo renderà famoso è dovuto al suo costante utilizzo di questa parola, “che”, ma ancor più famoso lo renderà la sua attività di guerrigliero. Quando la “Granma” sbarca gli esuli cubani sulle spiagge vicino a Niquero, il tentativo rivoluzionario di Castro e soci rischia di tramutarsi in una rovinosa disfatta: l’esercito di Batista li intercetta e al termine di una sanguinosa battaglia metà dei ribelli vengono massacrati o catturati. Il “Che”, ferito gravemente, si salva solo grazie all’intervento del partigiano italiano Gino Donè Paro, che lo porta su uno sgangherato camion al sicuro. I pochi superstiti della spedizione si riuniscono sulla Sierra Maestra e lì cominciano la loro lotta rivoluzionaria: Ernesto Guevara si segnala subito come comandante carismatico, addestra le truppe alla guerriglia e partecipa sempre in prima persona agli scontri. Si cura anche dei malati e dei feriti e costruisce una stazione radio nel loro campo base, la Comandancia de La Plata, con lo scopo di diffondere il più possibile il proprio messaggio tra la popolazione e mantenere i contatti con gli esponenti del “Movimento 26 Luglio” nelle principali città. Con una serie di rapide azioni di guerriglia, tiene in scacco le truppe di Batista e dopo il fallimento dell’offensiva del dittatore, i rivoluzionari decidono di passare all’attacco e con un audace colpo di mano, “Che” Guevara conquista Santa Clara dopo aver bloccato il treno blindato che trasportava le truppe di rinforzo di Batista. E’ questo il momento più glorioso della carriera di Ernesto Guevara, che entra all’Avana acclamato come un eroe.

Governare un paese si rivela però molto più difficile che condurre una rivoluzione: se affrontare un nemico con le armi in pugno è rischioso, dover fare i conti con una nazione e con gli equilibri internazionali si rivela dannatamente complicato per il focoso rivoluzionario argentino. Qui emerge il lato oscuro di Che Guevara, quelle zone d’ombra che ne offuscano la figura: dopo il trionfo della rivoluzione, è proprio il guerrigliero argentino a comandare le esecuzioni nella fortezza dell’Avana, a creare unità di rieducazione forzata, a perseguitare chi non si allinea. Nascono i primi germi di quello che sarà il regime cubano, e Guevara si trova a dover fare i conti non solo col “nemico interno” ma anche con i delicati equilibri internazionali. Negli Stati Uniti, dove gli esuli cubani anticastristi cominciano a formare una lobby non meno vergognosa del regime di Castro, la politica di nazionalizzazione forzata di Cuba non è tollerata, e gli USA rispondono a questa mossa con un embargo che dura tutt’oggi e che paradossalmente è l’arma che permette la sopravvivenza del regime cubano. L’avvicinamento all’Unione Sovietica porta Cuba a diventarne uno stato satellite, e quando i sovietici decidono di installare i missili sull’isola, Che Guevara è uno di quelli che ne farebbe volentieri uso contro gli Stati Uniti. Lo sbarco dei fuoriusciti cubani alla Baia dei Porci (organizzato dalla CIA) contribuisce ad alimentare nel regime cubano la paranoia, e tutti coloro che non si allineano vengono considerati nemici e trattati di conseguenza. Quella cubana diventa una dittatura a tutti gli effetti, anche se decisamente più morbida rispetto a certe dittature sudamericane instaurate con la complicità della maggiore democrazia mondiale, gli Stati Uniti (vedi il Cile di Pinochet o l’Argentina di Videla) e in quel clima le riforme che Che Guevara propone stentano a decollare. L’industrializzazione del paese deve fare i conti con la dipendenza economica dall’Urss, e le fonti principali di esportazione rimangono il tabacco e la canna da zucchero. Il tentativo del Che di imporre il lavoro volontario riscuote scarso successo tra i cubani, anche se il nuovo ministro dell’Economia e direttore della Banca di Cuba è in prima linea nel dare il buon esempio con la partecipazione. Nel 1965, il rivoluzionario si dimette da tutte le sue cariche e scompare dalla vita pubblica cubana e non dà notizie di sè se non tramite lettere spedite all’amico Fidel: ha deciso di esportare la rivoluzione in giro per il mondo. Forse, nel momento della partenza, l’argentino è veramente convinto della propria affermazione, o forse comincia a capire che per diffondere le proprie idee in tutto il mondo, il guerrigliero Ernesto Che Guevara non basta più, e l’uomo deve trasformarsi in simbolo.

La morte di Che Guevara (pupia.tv)

Gli ultimi tentativi rivoluzionari dell’argentino si risolvono in altrettanti disastri, fino alla disperata spedizione in Bolivia, dove il Che, con un pugno di uomini a lui fedeli, senza appoggi politici e logistici, viene catturato dall’esercito boliviano, che gli dava da tempo la caccia sotto l’occhio vigile della CIA. Quella in Bolivia più che una spedizione rivoluzionaria sembra un tentativo di martirio, e quando il corpo di Ernesto Guevara, assassinato senza processo, viene esposto alla stampa come prova dell’avvenuta uccisione, l’incredibile somiglianza di una foto con il dipinto del Mantegna lo trasfigura e lo fa diventare una specie di Cristo laico. Ernesto Guevara diventa quindi definitivamente “il Che”, un simbolo di speranza e di riscossa per tutte le popolazioni dell’America Latina, a quei tempi vessate da dittature sanguinarie ben peggiori di quella cubana, e un esempio di dedizione alla causa per milioni di altre persone.

Un simbolo che è stato sfruttato fino all’inverosimile, che è diventato un fenomeno di marketing, che viene utilizzato in contesti persino contrari a quelle che erano le sue idee, un simbolo che ha reso un uomo probabilmente molto migliore di quello che era, ma non dimentichiamolo, anche un simbolo che ha vissuto la sua vita in nome di un ideale di giustizia: questo forse è il motivo ultimo che ha permesso all’immagine del Che di mantenere ancora oggi buona parte del suo fascino.

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  1. Nicola Pucci 09/10/2012

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