di Simone Provenzano
Strano concetto quello di nicchia. In psicologia sociale per nicchia ambientale non ci si riferisce solo a un luogo, ma a tutto ciò che contraddistingue quel luogo nel suo interagire con la persona.
Qualcuno potrà chiedersi il motivo del mio interesse nei confronti di questo concetto e il perché del proporlo qua. Come al solito, nel mio lavoro di terapeuta, capita che ci siano dei periodi in cui ti trovi ad affrontare situazioni simili in diversi pazienti. La settimana appena finita è stata caratterizzata dal bisogno di crescita.
Quindi oggi mi voglio occupare di sviluppo, di evoluzione, di allargare i propri orizzonti e non posso farlo senza prima accennare alla nicchia.
Noi, come esseri umani, tendiamo a ricavarci degli spazi che ci garantiscono lo spazio di manovra adatto a ciò che siamo o a come ci rappresentiamo. È un po’ come cercare di affittare un garage che abbia abbastanza spazio dove parcheggiare la nostra auto. Un luogo che di per se non è sicuro, ma che noi possiamo ritenere tale. Tanto da poter andare tranquillamente a letto sapendo che alla nostra macchina non succederà niente. Il concetto di nicchia ambientale è qualcosa di simile.
Con l’enorme differenza che noi mutiamo ogni giorno, cresciamo e ci evolviamo, volenti e nolenti. E che il posto che ci siamo ricavati (o ritrovati) in parte ci plasma, ci modifica a sua immagine. Ne assorbiamo alcune caratteristiche salienti. Allora adesso è più utile immaginarci alberi in un bosco, piuttosto che auto in garage. Alberi che nella loro crescita, per cercare di avere un po’ di esposizione al sole, cercheranno di svilupparsi un po’ più a destra o a sinistra, lontano dalle fronde degli alberi vicini; le radici si svilupperanno più in superficie o più in profondità a seconda del tipo di terreno, dalla quantità di rocce presenti e così via…
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In pratica gli individui e i gruppi sociali tendono a sviluppare capacità più meno ristrette o multiformi a seconda dell’ampiezza della nicchia ambientale in cui vivono.
Se siete riusciti a seguirmi fin qui, dovrebbe essere abbastanza chiaro anche il fatto che ampliando le proprie nicchie ci diamo la possibilità di svilupparci in direzioni altrimenti precluse.
Insomma! Lo so che si sta bene passando il proprio tempo con persone che già conosci in posti che si frequenta da una vita, ma vale la pena di respirare nuove situazioni ogni tanto.




Niente di più vero e niente di più difficile! Troppo spesso tendiamo a rimanercene saldamente ancorati alle nicchie che conosciamo perché le certezze rassicurano le rappresentazioni che abbiamo di noi stessi e forgiano la nostra identità. Ma lasciare gli ormeggi e con loro i timori che li accompagnano per mettere in comunicazione tra loro nicchie diverse può essere davvero la salvezza a volte. Bel post!
grazie claudia.
Articolo stimolante. Come sottolinea Claudia, la nicchia che conosci può spesso regalare tranquillità. Ma la crescita, lo sviluppo, sono i limiti che si è riusciti a superare. Ognuno di noi esiste in quanto limite a capacità di usperamento dello stesso. E allora “basta” guardare alla propria nicchia come a un luogo un pò stretto e desiderare di farsene uno nuovo. 😉
grazie. dentro al tuo “basta” virgolettato ci sono tutte le difficoltà e le paure legate alle relazioni di una vita intera. ma concordo con te, è possibile farlo, ed è giusto farlo.
ancora grazie per il tuo commento
Ovviamente, “limite e capacità di superamento dello stesso”
Pensavo si parlasse di nicchia intesa come settore specifico di lavoro o di interesse culturale: un argomento senz’altro interessante che meriterebbe un articolo su Postpopuli, anche perché la questione è complessa (la nicchia è un’opportunità perché conosce poca concorrenza, ma è anche un rischio nella prospettiva dell’eventuale crisi di un determinato settore).
Qui si parla di nicchia dal punto di vista psicologico, e mi viene da fare una constatazione.
“L’uscita” dalla nicchia, a mio avviso, dev’essere figlia di un’esigenza, di un cambiamento di condizioni, di uno stimolo esterno (delusioni, nuove prospettive…). Se invece nasce da una scelta deliberata rischia di essere offensiva per chi ci ha ospitati e per il nostro passato che ci affrettiamo a rinnegare: una via di mezzo tra egoismo e superficialità che non renderebbe merito a chi compisse questa decisione. Perlomeno io, una persona così, desidererei non conoscerla.
Tolkien definirebbe questo rischio che tu paventi, Roberto, come Fuga del Disertore, mentre l’uscita dalla nicchia cui Simone allude, come hai ben compreso, è l’Evasione del Prigioniero (sempre mutuando le parole del Professore di Oxford). In pratica, si tratta dell’uscita dalla caverna platonica, piuttosto che della fuga, piuttosto egoistica e irresponsabile, del protagonista di “Into the Wild” di Sean Penn.
Sono perfettamente d’accordo con te, Giovanni, e con le metafore che porti.
Mi trovi inoltre concorde nella tua lettura del protagonista di “Into the wild”, che non è (o almeno non è solo) quella di un uomo che cerca la libertà, l’uscita dagli schemi, il ritorno alla natura l’indipendenza dalla società, ma anche quella di una persona che antepone i propri bisogni, i propri interessi, le proprie necessità a quella di chiunque gli stia attorno.
Ecco dunque che esplorare nuove nicchie va bene, a patto di non distruggere le nicchie dove siamo stati fino a un momento prima.
Sì, naturalmente, ma in tutta onestà non penso che Simone Provenzano volesse incoraggiare a questo 🙂
Sì, certo, non lo penso nemmeno io. 😉