di Alberto Giusti
Ci siamo abituati, in 10 anni, a leggere il nome della nostra moneta in due caratteri: quelli latini, occidentali, e quelli greci. Mentre sulle banconote in circolazione inizia a comparire la firma di Mario Draghi al posto di quella di Jean Paul Trichet, siamo forse vicini a dover leggere solo “Euro”, non più “Eypo”.
Non basta la vittoria di un leader pro-crescita come Hollande a far vedere alla Grecia la luce in fondo al tunnel. D’altronde, la mancanza di responsabilità da parte delle forze politiche greche non può certo essere colmata dall’intervento dei paesi esterni, finanche all’imposizione di un governo con la forza. Non è questo l’Unione Europea, ma se gli elettori di un paese scelgono consapevolmente partiti che possono portare alla distruzione del paese stesso, come dobbiamo dividere le responsabilità fra elettori, forze politiche e soggetti esterni?
Sono passate quasi due settimane dalle elezioni legislative in Grecia, e i ripetuti tentativi di formare un governo sono caduti nel vuoto. Non ci sono riusciti i conservatori, non ci sono riusciti i socialisti. Del resto, non hanno più, nemmeno insieme, la maggioranza del parlamento. Alle ali del sistema, i partiti che si nutrono del malcontento fanno orecchie da mercante: Sinistra Democratica, e in particolare la federazione delle sinistre radicali Syriza, date in crescita nei sondaggi post-elettorali, non si fanno passare per la testa nemmeno per idea di compartecipare ad un governo d’austerità, se tornando a votare possono crescere ancora.
Gli interessi e le ambizioni personali possono ora portare al fallimento della Grecia. Gli avvertimenti, il bombardamento mediatico è già iniziato. Dichiarazioni della non necessarietà della Grecia nell’euro sono arrivate dal Fondo Monetario Internazionale, da ministri delle finanze, dalla Germania, in cui la cancelliera Merkel, reduce dalla pesantissima sconfitta di domenica scorsa in Nord-Reno Westfalia, deve trovare il modo di disfarsi di questa patata bollente, in un modo o nell’altro.
È ufficiale che la Grecia tornerà a votare. Se anche dopo questa tornata elettorale non potrà formarsi un governo conciliante verso la salvezza del paese, potrà succedere di tutto, compresa l’uscita della Grecia dall’euro. Mentre i giornali d’oltreoceano, nel loro amore americano per il classicismo sempre copiato e mai conosciuto, fanno degli assurdi bilanci fra ciò che significa per l’Europa perdere il paese che ha inventato la democrazia (la democrazia dei ricchi, perché era pieno di schiavi) e sollevarsi dal peso di uno stato in default e senza più alcuna centralità politica, noi dobbiamo iniziare a domandarci cosa accadrebbe nello scenario peggiore, che si fa consistente.
I greci hanno già iniziato a ritirare euro dalle banche in grandi quantità, tanto da mettere in difficoltà la capitalizzazione degli istituti di credito del paese. Il meccanismo è semplice: puntano ad avere in tasca la moneta forte quando il paese tornerà alla moneta debole. Per la Grecia, il ritorno alla dracma significherà diventare una specie di paese dell’est europeo nel momento di uscita dal Patto di Varsavia: beni pubblici alla svendita d’occasione, costi del lavoro e delle materie prime bassissimi a causa della svalutazione, facilità di investimenti stranieri e opportunità turistiche forti, aumento smisurato del prezzo dei carburanti e shock sul sistema previdenziale e assistenziale. Per il resto d’Europa, non è ancora chiaro ciò che potrebbe avvenire. Si rischia di attivare una reazione a catena: già ora il primo ministro spagnolo Rajoy dichiara la difficoltà per il suo paese di trovare capitali sul mercato, e lo stesso problema potrà configurarsi per il Portogallo, e chissà, per l’Italia. E per trovare acquirenti al debito pubblico si dovranno dare interessi sempre più alti e si rischia di finire nella stessa spirale nella quale la Grecia è stata condotta ormai nel 2010.
Occorre che Francia, Germania e Italia lancino un segnale al popolo greco, la Merkel in primis. I due partiti moderati, socialista e conservatore, hanno già pagato il prezzo per aver seguito le richieste della Troika: ma l’aiuto deve essere reciproco. I partner più importanti devono dichiarare che una vittoria filo-europea alle elezioni potrà portare all’alleggerimento del “memorandum” di austerità, mentre in caso contrario la fine della Grecia è pressoché certa. Si potrebbe così dare una chance alle forze europeiste e ragionevoli di tornare al governo per terminare il risanamento del paese. Non bastano le minacce, occorrono gli incentivi. E occorre per tutti la strada della crescita, che la Grecia ha perso da tempo.



