FABRIZIO DE ANDRÈ, LE CANZONI PIÙ BELLE DEL CANTORE DELL’AMORE

di Marco Nacci

Fabrizio De Andrè, le canzoni più belle del cantore dell’amore, nato a Genova, il 18 febbraio 1940

Cominciamo così: “Quando carica d’anni e di castità tra i ricordi e le illusioni del bel tempo che non ritornerà, troverai le mie canzoni, nel sentirle ti meraviglierai che qualcuno abbia lodato le bellezze che allor più non avrai e che avesti nel tempo passato…” (Fabrizio De Andrè, “Valzer per un amore”). Pare il manifesto di chi vuole amare e prendersi cura di chi ama. O meglio: sono le parole di chi ama il suo stesso amare. Ecco: potrei già smettere di scrivere. Ma andrò avanti, ho deciso.

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Io amo la musica. Ascolto un sacco di musica. Ascolto la musica che per conto mio è buona. Ascolto quella che secondo il mio parere e il mio gusto ovviamente personale è buona musica. Devo dire che ascolto un po’ di tutto. Fra i più famosi artisti che posso citare tra i miei percorsi sonori di preferenza dico che vado dai Beatles ai Rolling Stones, da CapaRezza a Rino Gaetano, dai Pink Floyd ai CCCP, dagli Elio e le Storie Tese a Giorgio Gaber, da Samuele Bersani a Daniele Silvestri, da Angelo Branduardi ai Nomadi, da John Lennon agli U2, dai Modena City Ramblers a Franco Battiato, da Claudio Lolli a Eugenio Finardi, dai New Trolls alla Bandabardò, da Bob Dylan ai Cure, da Francesco De Gregori a Pierangelo Bertoli. A tanti altri, certo. Ognuno di questi cantanti, interpreti o cantautori mi piace per qualcosa, mi suggerisce qualcosa, e non è che mi innamori di una o più suggestioni; semplicemente, hanno ciascuno qualcosa che mi arriva bene, che mi arriva dentro, che mi regala un’emozione, che mi muove in qualche maniera. Soprattutto, però,  credo di essere un “Gucciniano”. Un “Gucciniano d’assalto”, come amo sempre dire a chi mi capita di incontrare lungo la linea verbale del confronto sulle passioni, dove a chi mi narra cosa ama ascoltare, io rispondo con la mia protervia poco ortodossa  da amante del Maestrone di Pavana. Francesco Guccini, beninteso.

Per carità: mi piace anche ben altra musica, di più recente scoperta. Ho imparato ad ascoltare Brunori SAS e i Nobraino, lo stesso Simone Cristicchi e i Radiodervish, Luigi Mariano e i Mercanti di Liquore, Le Luci della Centrale Elettrica ma pure i Marta sui Tubi… Basta così… Mi fermo qua, altrimenti dovrei citare troppa altra gente. E più che una paura di non rispettare qualcuno, la verità è che non ho tutta questa voglia di scrivere un sacco di nomi come se fossi soltanto “un droide protocollare”  (cit. Stanis, “Boris”, (C) Rai, Radiotelevisione Italiana).

Mi piace la musica, dicevo. Già. Mi piace tutta questa musica a cui ho fatto cenno. Eppure… Eppure nessuno di tutti questi artisti, di cui conservo melodia e bellezza di canzoni perfino mentre con l’auto,  con il mio scooter, a piedi o con l’autobus, attraverso Firenze ogni giorno, per andare a lavoro o per tornare a casa, riesce a trasmettermi quell’inconoscibile e irraggiungibile irrequietezza interiore che sa darmi soltanto l’opera di tal De Andrè Fabrizio, nato il 18 febbraio 1940 a Genova, segno zodiacale dell’Acquario.

La musica e le parole di Fabrizio De Andrè, diciamolo subito, mi colgono quasi sempre impreparato ad amarle, perché sfuggono a quel che è il mio modesto conoscibile. Sfuggono all’immediato, e gli lasciano un’altra storia, un’altra dignità da scoprire, un altro sentire. Laddove le emozioni mi sanno di già usato, di già conosciuto, di già individuato, De Andrè (me) le rivolta, (me) ne chiede nuova prassi, (me) ne individua altre atmosfere, me ne coglie altra dignità, (mi) consente di interrogarmi sul significato che per me hanno (davvero e di nuovo) certe cose…  Anche certe vecchie cose…

La lirica pretesa da questo mio intervento vuole che io sia del tutto onesto, e che non ceda alla tentazione di declinare ad oggettivo ciò che oggettivo non può essere. Pertanto cercherò di spiegare (davvero) in breve quello che a me e solo a me giunge, dalla musica e dalle parole di ‘Faber’,  soprannome con il quale molti lo ricordano, molti lo chiamavano, molti lo amarono. E lo amano. Come anch’io lo amo, lo confesso.

alqamah.it

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Ancora oggi, ascoltando più e più volte “Dolcenera”, mi chiedo quali siano i veri interlocutori del brano, quale significato doveva avere il pezzo (e se lo si è trovato davvero, alla fine), dov’è nata la forza dirompente del testo impervio che la contrae; testo che ha subìto strafalcioni continui nelle mie interpretazioni, ascolto dopo ascolto, fino a stabilire, dopo traboccanti e galoppanti arcobaleni di note, che  “…  l’amore ha l’amore come solo argomento”, la verità più ultima e più nascosta, per quanto sia evidente. Devo, in verità, al mio grande amico Giacomo la rivelazione di questa considerazione, che con una frase semplice, mentre una volta io mi affannavo a dirgli quanto gli volessi bene con tremila discorsi, egli mi rispose dicendomi proprio quello; appunto: “… l’amore ha l’amore come solo argomento.”.

Quello che mi resta, quando mi metto ad ascoltare De Andrè, è proprio la profondità umana di ciò che da dentro (mi) sa cogliere, con canzoni di cui spesso mi sfuggono i perimetri del testo, ma il cui significato, quasi magicamente (più che poeticamente) ritrovo alla fine, o anche dopo, nel gioco che la mente si mette a fare con i suoni… E così mi sogno l’amore che sento e vorrei sempre sentire dentro “Amore che vieni, amore che vai”, “Verranno a chiederti del nostro amore”, “La canzone dell’amore perduto” e  soprattutto “Un malato di cuore”, sconfino nell’immaginarmi a fianco di “Un ottico”, “Un medico” e “Un blasfemo”, mi vedo rivoluzionario in confusione e (ancora, purtroppo) incerto dentro “Il bombarolo”, “Canzone del Maggio” o “La bomba in testa”, mi incuriosisco veramente, da ateo dubbioso perfino del proprio ateismo, con “Il sogno di Maria”, “Spiritual” o con “Il ritorno di Giuseppe”.  Mi sento malinconicamente speranzoso e disperatamente impavido con “Il pescatore”…  Più di tutto c’è però la sensazione di sentire tanto proprio perché non riuscirò a cogliere mai del tutto questa grandezza.

“Geordie”, “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Nuvole barocche”, “Il testamento di Tito”… Piccole frange di brividi, assiepati nella voglia d’ascolto. Quasi degli sfottò nei confronti della vita, una presa in giro dall’alto della capacità di raccontarla attraverso delle rappresentazioni lontane ma vicine, esotiche ma immediate, nella solita inafferrabilità. Uno sfottò (quasi) delle canzoni di ‘Faber’  nei confronti della vita, a cui la vita, per essere più vera e più sincera, si è sempre prestata favorevole. Quante canzoni tra le più belle adoro di Fabrizio De Andrè, mamma mia… Una quantità addirittura inusuale da  tenere a mente, da vergognarmene. “Il testamento”, “Sally”, “Creuza de ma”, “Hotel supramonte”, “Fiume San Creek”, bene o male colonne sonore di tanti anni di mia vita, compagne in melodia di una marea di giornate alla ricerca di quell’aria pesante e misteriosa, ancorché ricolma di pathos e di poesia, che m’ha aiutato a pensare di più e a pensar meglio, ma soprattutto a cercare di sentire di più e di sentir meglio quello che mi accadeva dentro, al margine di un’adolescenza che per me iniziò prestissimo, ma che anche dopo i miei 19 anni non voleva più lasciarmi. Ma mica si finisce qui, ci mancherebbe. Come non ricordare, nello scrivere una cosa come quella che sto scrivendo, “Don Raffaè”, “S’i’ fosse foco”, “Sall”, “Andrea”, “Amico fragile” o “Ballata degli impiccati”? Non si può…

De Andrè cantò spesso di persone ai margini del tempo, della storia, delle città e delle umane sensazioni, e di gente di una certa scomodità, se vogliamo. Ed ecco che le prostitute e le persone in qualche modo emarginate, emblema ad esempio del prospetto strinto di parole attente sui Rom di “KhoraKhanè”, videro caricate di una dignità sincera il loro esistere. A me, almeno, sembra questo, a me sembra così. E questa è la cronaca. Secca. Piccola. Forse inutile. Volutamente stringata e inefficace. Perché la cronaca penso direbbe e darebbe poco della dimensione di Fabrizio De Andrè. E della dimensione, soprattutto, che esistenzialmente egli ha e ha avuto per me. Riversatasi, questa dimensione, insieme all’importanza di questa dimensione, in una quotidianità, la mia, di uomo dei colli toscani che eppure è riuscito a sentir sua la città vecchia de “La città vecchia”, “… dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi…”.

De Andrè cantò anche in maniera diretta, però. Tra le altre, “Disamistade”, “La guerra di Piero” o “Girotondo”, ad esempio, preludono a un desiderio di immergersi negli orrori di ogni conflitto, con gli occhi quasi increduli per ciò che la guerra (intesa in senso molto ampio) può causare, sia essa a livelli di uno scontro a fuoco in campo aperto, sia essa ribadita in una lotta tra famiglie, sia essa soltanto un sinistro intercalare da cantare insieme, nell’avvicinarsi del dolore finale… E la domanda che conclude “Disamistade” è vecchia come il mondo, poiché in definitiva ci si chiede come si possa non soffrire in una logica di convivenza semplice: “Che ci fanno queste anime davanti alla chiesa? Questa gente divisa, questa storia sospesa…”

Un sacco di personaggi (personaggi?) che cantati come li cantava Fabrizio trovavano un’altra luce, un altro impianto filosofico, un nuovo approccio per poterli guardare, un posto in cui far vivere pensiero, un luogo d’incontro tra l’esistenza e il suono, perché la bimba che “… canta la canzone antica della donnaccia”, così come l’immagine di “Via del Campo”, dove “… c’è una puttana,  gli occhi grandi color di foglia, se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano” offrono uno spaccato d’esistenza accogliente e sincero, benché impervio da affrontare (accettare?) per gli occhi dei più.

L’ironia malcelata o forse volutamente espressa di “Carlo Martello (ritorna dalla battaglia di Poitiers” (scritta insieme a un giovane Paolo Villaggio)  mi accompagna nei sorrisi di memoria; credo mi capiti perché in qualche maniera si tratta di una canzone che mette alla berlina il goffo andamento di un sovrano (fortunatamente) troppo umano al cospetto delle grazie di una prostituta dal fare simpaticissimo, che chiede delle improbabili 5000 Lire per le sue prestazioni amorose al Re Cristiano… Re che in modo poco regale del resto commenta “È mai possibile, oh porco di un cane, che le avventure in codesto Reame debban risolversi tutte con grandi puttane?!? Anche sul prezzo c’è poi da ridire: ben mi ricordo che prima di partire v’eran tariffe inferiori alle tremila Lire!”. 

Talvolta le canzoni di Fabrizio indugiavano su personaggi in qualche maniera portatori di una dignitosa solitudine; solitudine che però ha abitato anche in stati d’animo, in vicende, in prospettive umane quasi sempre di dimensione singola, difficilmente di gruppo. Eppure mi par di vederlo, immerso dentro a piccole nuvole di fumo, profumato di salmastro di Mar Ligure e del mare di quella Sardegna che amava tanto, ricolmo di “… quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori” a scrivere le sue canzoni. Anarchico, antipatico, dolce, umano. Vero. Vero nel tirar fuori brani, testi e frasi con quella capacità tutta sua di arrivare davvero dentro a chi li ascoltava e a chi li ascolta.

M’è ancora meraviglia la bellezza di alcune strofe di canzoni (fin troppo) famose come “Bocca di rosa”, “Via del campo”, “La guerra di Piero” o “La canzone di Marinella”.  Per indole, sono gli (interi) album “La buona novella”, “Non al denaro, non all’amore nè al cielo” e “Storia di un impiegato” quelli di Fabrizio De Andrè che più di tutti mi sono rimasti dentro davvero, anche se le incertezze di memoria e le carezze anch’esse imprendibili (imprendibili d’anima, intendo) di singoli pezzi come“Inverno”, “La canzone dell’amore perduto”, “La ballata dell’amore cieco”, “Ho visto Nina volare”, “Princesa”, “Le acciughe fanno il pallone” e “Volta la carta” le porto con me davvero ovunque, in ogni posto debba andare, in qualsiasi direzione mi debba muovere. E me le porto nella testa, nella pancia, nel cuore, nelle orecchie e anche, fisicamente parlando, in modo molto meno poetico stavolta, attraverso qualche mezzo tecnologico, per ascoltarle quando voglio. Storie, racconti, immagini, metafore che vanno da Genova ai Rom, dalle prostitute all’Angelina di “Volta la carta”, alla moglie di  Anselmo che  “… non deve sapere”  fino a  Jones il suonatore che fu sorpreso dai suoi novant’anni e con la vita avrebbe ancora giocato”. Musica che quasi mai alleggerisce. Semmai incanta ed emoziona, paradosso della pesantezza di alcuni brani non lineari, non allineati, non adeguati, che si muovono accompagnati dal pensiero, e che, anzi, del pensiero sono al servizio.

Album "La buona novella" - copertinedvd.org

Album “La buona novella” – copertinedvd.org

Nella vita passano e se ne vanno tante cose. Fra le cose che restano, io metto di sicuro i pezzi di De Andrè, talvolta perfino ispirate da (e a) opere letterarie, trasformate in suggestioni musicali che il Nostro avrebbe poi cantato. Io sento che Fabrizio De Andrè a me ha insegnato davvero poco, eppure da lui ho imparato davvero tanto, se non altro nella disarmante verità di alcuni tratti della sua opera, come quando, parlando di un sentimento che se ne sta andando, proprio perché non ha intenzione di lasciar tracce dietro di sé, diceva “Non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole. Le tue labbra così frenate nelle fantasie. Non sono riuscito a cambiarti, non mi hai cambiato lo sai…” (cit. “Verranno a chiederti del nostro amore”).

Mi sfugge davvero la grandezza di quest’artista, e penso mi sfuggirà per sempre. Artista di cui tanto ancora si potrebbe dire, e di cui tanti saprebbero e sapranno dir meglio di me. Io preferisco scrivere non tanto ciò che so, quanto ciò che sento. E ciò che ‘Faber’ è riuscito a farmi sentire. Al di là del conoscibile, al di là del già conosciuto, al di là dei suoni improvvisi e delle parole inaspettate, perché  “… il tumulto del cielo ha sbagliato momento…”.

“L’amore che strappa i capelli è perduto ormai. Non resta che qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza…”, dicevi dell’amore perduto, in quel pezzo meraviglioso. Forse. O forse no. D’altronde “l’amore ancora ci passerà vicino nella stagione del biancospino” (cit. “Inverno”). In ogni caso Tanti Auguri Fabrizio. Di cuore. Di tutto cuore.

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