di Nicola Pucci
Niente di nuovo sul fronte americano. Indian Wells e Key Biscane, dal deserto della California alla baia di Miami, due Master 1000 sul cemento che altro non fanno che confermare quanto già sappiamo: se non è zuppa è pan bagnato. Ovverosia, se non vince Federer vince Nadal, se non è Nadal tocca a Djokovic, se fa cilecca il serbo c’è sempre Murray di riserva.
Avvio la carrellata tennistica con l’evento che apre il mese di marzo. Già tre volte vincitore, 2004, 2005, 2006, re Roger prosegue nell’eccellente inizio di stagione portando a casa l’assegno, pesante, destinato al vincitore di un torneo quest’anno equilibrato e incerto più di altre volte. Un virus intestinale mette fuori gioco alcuni protagonisti attesi, Monfils e Ferrer tra gli altri; Murray perde subito netto con il carneade Garcia Lopez; si fa largo a colpi di aces John Isner, trascinato dal tifo dei sostenitori americani. Nei quarti di finale Federer non risparmia Del Potro, acceso e nervosetto tanto da prendersela con “occhio di falco” già al primo gioco, Nadal in rimonta sconfigge l’altro argentino Nalbandian in un match entusiasmante e ricco di rovesciamenti di fronte. Nella parte alta del tabellone Isner scavalca l’ostacolo Simon e il numero 1 del mondo, Djokovic, non lascia scampo ad Almagro. In semifinale va in scena l’ennesima puntata dell’infinita sfida tra Roger e Rafa. Non c’è partita, lo svizzero sciorina colpi magici del suo straordinario repertorio, il maiorchino corre e risponde ma non basta. 6-3 6-4 e qualificazione all’ultimo atto in cassaforte. La sorpresa, inattesa ma gradita a coloro che sperano che il tennis non sia scritto solo dai fantastici big-four, arriva dall’altra semifinale dove Djokovic, non a suo agio per tutto l’arco del torneo, si inceppa davanti alle bordate di servizio di Isner. Il lungagnone mette a terra 21 aces e conquista il risultato più prestigioso della sua ancora fresca carriera. Il suo sogno si interrompe qui perché all’ultima sfida incrocia Federer che di questi tempi viaggia a velocità doppia; il “fenomeno” non si lascia scappare l’occasione e porta a casa il quarto successo nel torneo. Per l’americano la consolazione di entrare per la prima volta nei top-ten della classifica.
Non ho dimenticato le fanciulle, ci mancherebbe. Due bionde che vengono dall’Est, le due finaliste degli Australian Open, Victoria Azarenka e Maria Sharapova, si ritrovano per la rivincita. Ma la numero 1 del mondo, la bionica Vica, al momento non conosce avversarie e si impone con l’eloquente score di 6-2 6-3.
Cinque ore di aereo e ci spostiamo dall’altra parte del continente a stelle-e-strisce. Siamo in Florida, Miami, isoletta di Key Biscane. Le condizioni di gioco sono cambiate, dal clima secco di Indian Wells eccoci ora trasferiti quaggiù nell’umidità appiccicosa che attira, chissà perché, tanti impavidi faccendieri. Niente virus nell’aria stavolta, ma Federer deve aver mal digerito la vittoria di Indian Wells se è vero che si fa buttar fuori da un vecchio amico ormai alla frutta, quell’Andy Roddick sconfitto 21 volte su 23. Ai quarti Djokovic, Nadal e Murray fanno valere il pronostico sconfiggendo Ferrer, Tsonga e Tipsarevic; la sorpresa c’è e si chiama Juan Monaco che elimina Mardy Fish. Semifinali che oserei definire zoppe: zoppe perché Rafa ha le ginocchia che scricchiolano e lascia via libera a Murray rimanendo seduto in poltrona, zoppe perché il peon argentino nulla può al cospetto di un Djokovic che appare, ora sì, in forma non tanto lontana da quella palesata nell’irripetibile 2011.
Nel frattempo la “divina” Masha, sì Sharapova, trova il sistema di perdere ancora in finale; stavolta contro la polacca oramai pronta al grande salto, Agnieszka Radwanska, non proprio un fenomeno ma capace di disegnare strategie vincenti come nessun’altra tra le tenniste in gonnellino.
Domenica 1 aprile l’atto conclusivo della tournée statunitense, Nole il serbo contro Andy il britannico; il re del ranking contro l’eterno incompiuto, remake della finale del 2009 quando ad imporsi fu Murray. Niente da fare, purtroppo, per l’inglesino brontolone, a cui manca sempre quel quid necessario per issarsi sul gradino più alto del podio. Djokovic marmaldeggia nel primo set chiuso per 6-1, la seconda manche è più accesa e si conclude al tie-break dove non trema il braccio dello slavo.
Sì, è proprio vero, anche in terra americano nessuna nuova… uno, due, tre, quattro… ovvero Djokovic, Nadal, Federer e Murray… dopo di loro il diluvio.



