Siamo al sesto appuntamento della serie sulla storia di Firenze curata da Luca Moreno. Le foto sono numerate in continuità con le precedenti puntate.
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Federico Barbarossa si scontra con i Comuni. A Firenze arriva il Podestà (XII sec.)
di Luca Moreno
Allo sviluppo interno della città, così come lo abbiamo descritto nel precedente capitolo, corrisponde un’esuberanza incontenibile di Firenze riguardo al desiderio di sottomettere il contado: le due cose devono essere sempre pensate come intimamente connesse. Firenze attua una scientifica politica “estera” che si realizza nella distruzione o conquista dei castelli, assoggettando gradualmente i feudatari che detenevano il controllo sulle terre attraverso le fortificazioni; anche questi personaggi vanno a comporre la società fiorentina del tempo, poiché il Comune, per tenerli sotto sorveglianza, li costringe a inurbarsi, almeno per un certo periodo. Nell’espansione, decisiva fu la presa di Fiesole e la sua distruzione nel 1125, così come fu decisiva la conquista di Semifonte nel 1202. A metà del secolo, Firenze domina (figura 17) già il medio corso dell’Arno da Figline a Empoli (conquistata nel 1182) e si affaccia sulla scena politica regionale; riesce anche a obbligare Arezzo e Siena a riconoscere la sua supremazia ed a stringere un accordo che sarà per loro assai oneroso; la via della Romagna è invece assicurata con le campagne vittoriose nel Mugello (1184); infine, tra il 1197 e il 1203, la città consolida il suo controllo con alcune energiche azioni militari nel basso Valdarno (strategico per l’accesso fluviale) e nella Val d’Elsa (importante per il controllo della Via Francigena).
Quindi Firenze non solo manifesta un desiderio di controllare la campagna circostante, ma si candida ad essere centro egemonizzante anche nei confronti delle altre città della Toscana. L’abilità di Firenze di porsi (e di imporsi) come centro di riferimento per il mondo esterno non si esaurisce però nella sua azione militare e diplomatica; la città infatti ha, almeno dalla metà del XII secolo, intense relazioni commerciali con Venezia, Milano e con l’Italia Meridionale, e addirittura con il Maghreb e non ultima con Pisa (con cui si accorda allo scopo di poter disporre di uno sbocco al mare, che allora lambiva Pisa), che dimostrano la capacità dei ceti dirigenti fiorentini di investire nelle attività di sviluppo; si sta cioè affermando un capitalismo dinamico, in grado virtualmente di aumentare in modo esponenziale la ricchezza.
Ma nello stesso secolo in cui stava dimostrando la sua attitudine a crescere, Firenze è impegnata contro un grande pericolo, rappresentato dall’Imperatore Federico Barbarossa (1122 -1190) deciso a riaffermare la propria autorità sui Comuni riottosi (figura 18). Quali erano i reali rapporti tra i Comuni e l’Impero?
[…] Nei primi tempi i Comuni adempiono i loro obblighi verso l’Impero con poco slancio, ma non in modo da suscitare immediati conflitti; più tardi però, approfittando delle difficili condizioni dell’Impero sconvolto da competizioni dinastiche e sfruttando le lunghe assenze degli Imperatori dall’Italia, cominciano a sottrarsi agli obblighi feudali, si rifiutano di pagare le imposizioni fiscali, legiferano senza il controllo sovrano, eleggono vescovi e magistrati in piena indipendenza, fanno leghe tra loro o si combattono come potenze rivali, assaltano i feudatari circostanti e ne annettono le terre soggette a vincoli feudali; in una parola, usurpano una ad una tutte le regalie, distruggendo ogni legame di dipendenza dall’Impero. Così il Comune diventa il naturale nemico dell’Impero, il sovvertitore di tutto il mondo feudale.
Venezia, Genova, Firenze e Pisa spadroneggiavano; nell’Italia settentrionale, poi, i Comuni maggiori sfoggiavano un’indipendenza che al Barbarossa doveva sembrare insopportabile: Milano soprattutto, che tendeva a diventare il centro di una grande coalizione di città contro l’Impero. Occorreva dunque restaurare l’ordine, e questo tentativo fu esperito dal Barbarossa con missioni di carattere militare (celeberrime le sue ripetute discese in Italia), spregiudicate alleanze, giustificazioni giuridiche e quant’altro, con l’esito di impegnare l’Impero, i Comuni ed il Papato in lotte continue ed estenuanti alle quali si pose fine solo nel 1183 con la Pace di Costanza. Con questo trattato l’Imperatore accettava i Comuni, ne riconosceva tutti i privilegi goduti ormai per tradizione, ammetteva il loro diritto di avere un esercito, di fortificarsi e di eleggere liberamente i propri magistrati, i quali però dovevano riconoscere la loro investitura dal sovrano, a cui erano inoltre riservate le controversie di maggiore entità. In seguito poi, cadute in disuso le restrizioni imperiali, l’autonomia politica dei Comuni divenne assoluta, cosicché la vittoria dei Comuni sull’Impero poté dirsi completa […]
Per quanto riguarda invece le vicende specifiche relative alla Toscana: nel 1160 arriva, seguito da un contingente di truppe che doveva servire a far intendere il carattere della sua missione, il Marchese Guelfo di Baviera, per convincere i Comuni toscani che la cosa migliore da fare è quella di sottomettersi. La riunione ha luogo a San Genesio. I fiorentini non si presentano nemmeno, e nulla Guelfo di Baviera ottiene dai presenti. Il Barbarossa, fingendo che la riunione sia andata alla grande, stabilisce un suo centro amministrativo a San Miniato, presso Pisa (da non confondere con l’omonima chiesa fiorentina). Tale presidio con compiti militari e fiscali ha come unico risultato quello di generare malcontento in chi non intende più subire gli ordini di un Imperatore. La ribellione non è esente da contemporanee lotte intestine tra le città toscane, che tuttavia non pregiudicano il risultato finale. Dopo la Pace di Costanza infatti, Firenze può considerare concluso il suo contenzioso con l’Impero ed esce dal conflitto in pieno trionfo, completando tale risultato con quella politica di conquista e di egemonia di cui vi abbiamo parlato nella parte iniziale del capitolo. L’Impero è costretto a riconoscere a Firenze il diritto di governare su larga parte del contado, purché la seconda riconosca al primo l’autorità di organo supremo; ma ciò che conta è che Firenze può ora liberamente amministrare terre prima contese dall’Impero e organizzare un suo governo retto da magistrati liberamente scelti dai suoi stessi cittadini: ha quindi pieno diritto di darsi delle leggi […].
Dopo la sconfitta del Barbarossa, il problema si sposta dall’esterno all’interno della città, dove sono in corso importanti trasformazioni. Nel 1150 era nata l’Arte di Calimala, l’Arte della Lana: si tratta della prima associazione corporativa di mercanti; una novità costretta a convivere con le continue ed estenuanti lotte all’interno delle famiglie aristocratiche che combattono per contendersi la gestione del potere e che hanno come esito l’abolizione del sistema consolare (1193). L’elevato grado di conflittualità infatti paralizzava in modo costante il funzionamento delle istituzioni. Disordini sanguinosi e fratricidi, celebrati non di rado nella pubblica via, si riverberavano sulle attività economiche, che prima di ogni altra cosa per funzionare chiedono stabilità e assenza di conflitti sociali. Tentativi per superare la situazione, cercando nell’ambito delle energie cittadine nuove ed utili collaborazioni, non furono possibili, perché a causa del sostanziale equilibrio della capacità di ciascuna famiglia di influenzare il gioco politico, non ve n’era nessuna in grado di prevalere in modo deciso sulle altre.
Il passo successivo quindi non poteva che essere quello di cercare un’autorità terza rispetto alle ragioni di scontro che dilaniavano le famiglie nobili. In questa ottica la scelta del Podestà come figura caratterizzante la seconda fase della storia del Comune fiorentino (e non solo) significa innanzitutto la brama dell’uomo d’ordine, tipica delle repubbliche che entrano in crisi strutturale, mentre la natura “straniera” del Podestà (scelto cioè fuori da Firenze) aveva lo scopo di garantire (o, se si preferisce, di congelare) gli equilibri di potere delle famiglie maggiorenti, obbligandole ad accettare una tregua armata; rimandando cioè il confronto a una fase successiva, quando esso però riprenderà non più come lotta all’interno delle famiglie aristocratiche, bensì come confronto tra queste ultime e la classe degli “arricchiti”. La riforma istituzionale fu quindi imposta dagli eventi; e così Firenze, in modo simile ad altre città italiane, si avviò a sperimentare quella che, con linguaggio moderno, potremmo chiamare la Seconda Repubblica. Nel prossimo capitolo illustrerò due categorie il cui contenuto e significato ha impegnato generazioni di storici: i Guelfi e i Ghibellini.



