di Caterina Pardi
Dare tutta la colpa a Berlusconi e alla sua tivù sarebbe attribuirgli poteri soprannaturali, ma il culto della felicità di plastica sicuramente appartiene al ventennio che lo ha visto leader, sia nella sfera politica che in quella comunicativa. Pace di plastica, serenità di plastica, gioia di plastica, felicità di plastica: dare un’apparenza di benessere interiore ed esteriore che non corrisponde alla realtà. Ricondurre questo atteggiamento a ipocrisia sarebbe riduttivo: c’è spesso una sorta di parziale o totale autoipnosi mistificante che caratterizza le persone che ne sono “afflitte”.
Costruirsi una vetrina personale d’immagini e ‘scritti’ dove condividere virtualmente le proprie esperienze è un’abitudine utile e stimolante che si è ampiamente diffusa con web e social network; in sé può portare a uno scambio produttivo che va dal se e come far spurgare le melanzane alla parmigiana a quali specialisti in ortodonzia si trovano nella tua città.
Il problema ovviamente non è la condivisione, virtuale o vis à vis, ma la finzione sociale – che c’è sempre stata ma adesso ha più potenti mezzi per affermarsi.
Si tratta di un involucro inconsistente, resistente ma illusorio, capace di attrarre (soprattutto chi è sofferente, in cerca di risposte). Una costruzione fittizia che alcuni si portano dietro come chiocciola protettiva – chi ha uno sguardo minimamente penetrante potrà compatirli, chi è ingenuo restarne affascinato, come si resta rapiti da tutte le scorciatoie. Questa “virtualizzazione della realtà”, l’imitare nella vita una bella-giusta immagine crea una sorta di salto, un vuoto, in cui lo scarto fra realtà e sogno viene mimetizzato dalle foglie dell’ipocrisia e dell’autoinganno, come una trappola per animali selvatici. Si perde di vista la necessità di un lavoro emotivo/esplorativo quotidiano, di presa in carico della parte-ombra propria e altrui, che viene accantonata e ignorata (ma non per questo disinnescata).
E come si rinuncia a entrare in contatto con un’ombra reale si rinuncia anche alla luce reale, “scollegandosi” dal qui ed ora, preferendole l’illuminazione artificiale di un palco teatrale.
I sofferenti che s’imbattono in queste persone-involucro, esse stesse sofferenti, rischiano di attaccarsi all’immagine e a chi la esibisce, e di perdersi nell’esplorazione di una superficie piatta, di un albero senza radici. È quindi certamente anche una strategia di potere, d’influenza: se gli altri crederanno nella falsa immagine di beatitudine anche noi ci crederemo un po’ di più.
La grande espulsa è la realtà, con i suoi tratti spuri e problematici, con la sua inesauribile e vitalissima portata conoscitiva (non sempre piacevole!), che un colpo di spugna sul palcoscenico del social network (reale e virtuale) non può eludere.



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