Siamo alla trentaquattresima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del trentatreesimo articolo.
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A partire da questa puntata la narrazione cambia impostazione, perché, se da un lato la storia della città continua con caratteristiche proprie (che ho cercato di mettere in evidenza), queste ultime non sarebbero comprensibili se non si facesse costantemente riferimento alle vicende nazionali di cui Firenze ormai – con la fine del Granducato di Toscana – fa parte. Questa puntata è dedicata a Firenze Capitale, mentre la successiva si occuperà del Piano di Risanamento voluto dall’Architetto Giuseppe Poggi.
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Firenze Capitale d’Italia
di Luca Moreno
Tra il 1861 e il 1865, Firenze segue le sorti della nazione italiana, in un periodo in cui il centro propulsore della Nazione è Torino. All’atto dell’Unità, Firenze ha, sulla base del primo censimento ufficiale del nuovo Stato, una popolazione di circa 115.000 abitanti; nel 1865 ne conta 150.000, per raggiungere, nel 1870, i 194.000; l’anno successivo, in seguito al trasferimento della Capitale a Roma, scende a 167.000. Cifre da considerare non assolute, ma utili per capire quanto abbia inciso lo spostamento di sede sul numero degli abitanti (per un utile rapporto, ricordo che al 31 agosto 2010 gli abitanti di Firenze erano 370.657). Nella Convenzione di Settembre firmata nel 1864 a Parigi tra l’Italia e la Francia di Napoleone III, si prevedeva che, nell’arco di due anni, le truppe francesi sarebbero state ritirate da Roma, in cambio dell’impegno italiano a rispettare l’integrità territoriale dello Stato Pontificio; il trattato conteneva tuttavia anche una clausola segreta, che prevedeva il trasferimento della Capitale da Torino a Firenze, come atto simbolico ed esplicito di rinuncia a pretese future sulla Città Eterna.
Lo spostamento a Firenze non fu indolore: quando la notizia fu pubblicata, a Torino scoppiarono gravi incidenti che in due giorni provocarono una ventina di morti e centinaia di feriti; ciò costrinse Vittorio Emanuele II a sostituire, nel 1864, il Presidente del Consiglio Marco Minghetti con il Generale Alfonso La Marmora. Le polemiche dei piemontesi nei confronti di Firenze non cessarono, ma anche i fiorentini erano consapevoli che la loro città era diventata Capitale per una “necessità” dettata da accordi politici, tanto è vero che gli stessi giornali cittadini del tempo – ad esempio La Nazione – la definivano “Capitale provvisoria”. Intervenne anche Giosuè Carducci, affermando che la Convenzione di settembre e le sue conseguenze hanno creato uno stato di cose che i piemontesi aborrono e che i toscani non desiderano.
Nei primi giorni del febbraio 1865 Vittorio Emanuele arrivò ufficialmente a Firenze, dopo esservi stato informalmente nel 1860 e nel 1861, per prendere il suo posto a Palazzo Pitti. Innanzitutto come Capitale d’Italia, Firenze doveva ospitare il Governo della Nazione, che in questo periodo era egemonizzato dalla “Destra Storica”. In particolare: i due governi di Alfonso La Marmora che, complessivamente restano in carica dal 28 settembre 1864 fino al 20 giugno 1866; il governo di Bettino Ricasoli durato dal 20 giugno 1866 al 10 aprile 1867; il governo di Urbano Rattazzi (10 aprile 1867 – 27 ottobre 1867); i tre governi di Federico Luigi di Menabrea (27 ottobre 1867 – 14 dicembre 1869) e infine il Governo di Giovanni Lanza, che ebbe vita dal 14 dicembre 1869 al 10 luglio 1873, quando ormai è Roma a essere Capitale. Come si vede, la breve durata delle legislature non sarà una caratteristica esclusiva dell’Italia Repubblicana (i personaggi citati sono tutti raffigurati in figura 99 dall’alto e da sinistra). Questi governi furono, da un punto di vista politico, una filiazione diretta della borghesia liberale, attrice principale del processo di unificazione; si tratta di compagini ministeriali prodotte da un Parlamento nato con il voto di appena il 2% della popolazione; gli uomini politici del tempo erano soprattutto grandi proprietari terrieri, industriali e personalità legate all’ambito militare, cultori di un’economia basata sul libero scambio. […]
L’evento forse più importante di questa fase della storia nazionale fu la Terza Guerra d’Indipendenza (1866), che porterà all’annessione di Mantova, del Veneto – eccetto l’Ampezzano – e del Friuli occidentale, lasciando ancora in mano austriaca il Trentino, il Friuli orientale, la Venezia Giulia e la Dalmazia. […] e la presa di Roma il 20 settembre 1870: il celebre episodio della Breccia di Porta Pia simboleggia e significa la fine del dominio temporale dei Papi, la proclamazione di Roma Capitale e conseguentemente l’esaurirsi di tale ruolo da parte di Firenze.
Questi gli avvenimenti nazionali più significativi di un periodo che rivoluzionò la vita dei fiorentini e il loro ambiente. L’immissione nel ritmo della vita economica italiana, le nuove concentrazioni di attività, le esigenze funzionali conseguenti al nuovo ruolo di Capitale incisero profondamente; palazzi, case e strutture pubbliche si trovarono a dover sopportare un numero di persone improvvisamente maggiore, che dovevano essere sistemate e non certo in un modo qualsiasi, visto che si trattava per lo più di persone di rango. Chi ne patì gli effetti peggiori furono i cittadini meno abbienti, poiché i prezzi degli affitti salirono alle stelle e fioccarono gli sfratti, tanto da indurre il Comune a far costruire nel 1866, in una zona tendenzialmente periferica, delle case di ferro e legname, in pratica delle baracche, che però non risolsero il problema, perché i quasi tremila alloggi costruiti dalla Società Edificatrice per dare una casa a chi non aveva denaro per pagare un fitto elevato furono presi d’assalto da ben altra gente. Malgrado queste difficoltà sociali, si volle dare decoro alla nuova Capitale, e così il noto Architetto Giuseppe Poggi, che ricevette il prestigioso incarico di studiare il nuovo assetto urbanistico preparò insieme a Tito Gori, suo collaboratore, un Piano di Risanamento di cui parleremo nella prossima puntata.
Ma il Piano era qualcosa di grandioso che richiedeva non solo una montagna di denaro, ma anche parecchio tempo, quando invece immediata era la necessità di trovare una collocazione al Parlamento, ai Ministeri e a tutti quegli uffici dello Stato che una Capitale richiede. Gli storici palazzi della città diventarono così, sotto l’aspetto burocratico, la struttura portante della Firenze Capitale. Il Salone dei Cinquecento (figura 100), l’antica sala delle riunioni sia della Repubblica che del Principato mediceo, divenne il luogo in cui si radunavano i Deputati. Questa sala è la più grande realizzata in Italia per la gestione del potere civile: ha una lunghezza di 54 metri, una larghezza di 23 e un’altezza di 18. Ai Senatori fu invece assegnato, sempre in Palazzo Vecchio, il Salone dei Duecento. In Piazza San Marco fu sistemato il Ministero della Guerra; Palazzo Medici Riccardi andò al Ministero degli Interni, il Casino Mediceo (anch’esso in Via Cavour) al Ministero delle Finanze e, secondo questa logica, si sistemarono tutti gli altri Ministeri.
L’adeguamento della città non portò però esclusivamente problemi di carattere organizzativo e strutturale. Essere Capitale fece sì che Firenze, già ricca di cultura di suo, fosse rilanciata in questo ruolo, ma questa volta in un‘ottica che possiamo cominciare a definire europea; un ruolo di primaria importanza non solo sotto il profilo culturale, ma anche per ciò che riguardava la vita mondana, che si rivelerà particolarmente vivace. Insomma, vivere e frequentare Firenze in quegli anni era diventato molto “alla moda”. Mentre in Via Porta Rossa (a pochi passi da Piazza della Repubblica) venivano aperte le prime boutique all’insegna delle nuove mode parigine, la Firenze elegante che stava uscendo dall’atmosfera un po’ bigotta e sonnolenta che aveva per lungo tempo caratterizzato il Granducato lorenese, si dedicava ai salotti, a organizzare balli, a riunirsi nei palazzi della città e nelle ville della campagna vicina.
Anche nel campo dello spettacolo avvennero notevoli mutamenti; crebbe il numero delle sale: mentre il Teatro della Pergola restava il teatro dell’élite cittadina (puntata n. 27, figura n. 79, nel capitolo dedicato alla dinastia medicea), l’antico Teatro del Cocomero prende il nome di Teatro Niccolini (figura 101, 1 dall’alto e da sinistra e così a proseguire); si creano poi nuovi spazi, con l’inaugurazione del Teatro delle Logge (che diventerà un cinema, per essere chiuso a sua volta) e del Teatro Principe Umberto (oggi non più esistente); senza dimenticare l’attuale Teatro Comunale (figura 101, 2) che tuttora ospita gli spettacoli del Maggio Musicale Fiorentino (prestigiosa manifestazione artistica). Numerosi poi i teatri primaverili ed estivi, tra i quali ricordiamo l’Arena Goldoni, che veniva utilizzata di giorno e aveva il suo corrispettivo “notturno” nel tutt’ora esistente Teatro Goldoni (figura 101, 3); e infine l’Arena Nazionale, destinata anch’essa a diventare un cinema, per poi essere chiusa. In questi teatri si rappresentava un po’ di tutto: dall’operetta alla tragedia, dagli spettacoli dei domatori a quelli degli illusionisti, dalle gare sportive di lotta greco-romana a quelle degli atleti impegnati agli attrezzi.
Firenze divenne anche capitale della stampa: basti pensare che nel 1870 alla vigilia della Breccia di Porta Pia, dei 723 giornali pubblicati in Italia, 101 saranno pubblicati in Firenze e provincia. Ai fiorentini La Nazione, La Gazzetta del Popolo e La Gazzetta di Firenze si affiancano, con l’arrivo della Corte, innumerevoli fogli stampati nel resto d’Italia. Tra questi Il Diritto, organo quasi ufficiale della Sinistra di Agostino Depretis; L’Opinione, giornale di ispirazione cavouriana e organo della Destra al potere; la clericale Armonia, La Bandiera del Popolo, Il Contemporaneo, L’Opinione nazionale, La Gazzetta d’Italia, La Riforma, Il Corriere Italiano; e ancora, il primo gennaio 1866 uscirà la Nuova Antologia, che rinnoverà il prestigio dell’Antologia di Giampiero Vieusseux, rivista-vessillo della cultura della nuova Italia. Non mancavano poi anche testate umoristiche come Lo Stenterello e L’Asino. Divennero poi famosissime penne graffianti come quella di Carlo Collodi – il celeberrimo autore de Le Avventure di Pinocchio – che proponevano uno stile arguto e dissacratore, in contrapposizione allo stile pedante e noioso di molte firme illustri.
Sarà poi fondata la Biblioteca Nazionale Centrale, una delle più importanti biblioteche europee e la più grande tra le biblioteche italiane (figura 101, 4) e, dopo quasi 400 anni, da quando Lorenzo il Magnifico aveva trasferito lo Studio Fiorentino a Pisa, tornerà l’Università con istituti e insegnanti autorevoli. Giungono nella Capitale anche noti scrittori come Luigi Capuana, Giovanni Verga ed Edmondo De Amicis. In Via Larga (oggi Via Cavour 21) chiude invece nel 1862, dopo dodici anni di meritata fama in campo artistico e letterario, il Caffè Michelangiolo, di cui vediamo in figura 101, 5 l’iscrizione che celebra la frequentazione dei Macchiaioli, artisti tra i più significativi e innovativi della pittura italiana dell’Ottocento: la passione artistica e politica dei pittori, patrioti mazziniani e combattenti garibaldini, delusa dall’assetto che sta prendendo la nuova Italia unita, si esprimerà d’ora in poi in sedi decentrate come Castiglioncello, nella tenuta del critico Diego Martelli.
Nel 1869 Terenzio Mamiani e Domenico Berti fondano la Società promotrice di studi filosofici e letterari, e sempre in questo periodo i Barnabiti aprono un collegio dedicato all’educazione maschile, mentre per quella femminile provvede l’Istituto Santissima Annunziata, sistemato nella Villa Medicea del Poggio Imperiale (figura 95, nel capitolo n. 32 dedicato ai Lorena) – anche se, visto le rette del collegio, esso era riservato alle ragazze abbienti.
Per quanto riguarda il Re, non si può dire che Vittorio Emanuele, nei cinque anni di Firenze Capitale, abbia partecipato molto alla vita cittadina fiorentina; il suo tempo libero lo divideva tra la Contessa di Mirafiori e la caccia, preferendo i boschi e le montagne del suo Piemonte. Tuttavia, essendo amante dei cavalli, non mancava di frequentare, in occasione di corse importanti, l’Ippodromo delle Cascine (figura 101, 6). Eppure, questo bel mondo e tutto questo fervore di attività era destinato, se non a finire, certamente a essere riorganizzato nell’ambito di un registro minore, dopo che, il 30 dicembre 1870, Vittorio Emanuele II di Savoia entrò in Roma, ora nuova Capitale d’Italia. Un ingresso non trionfale per più ragioni: il Tevere era straripato nelle zone più basse e i romani ne stavano patendo le conseguenze, e poi vi era quel senso di imbarazzo per aver sfrattato il Papa dalla sua sede millenaria. Vittorio Emanuele tornò prestissimo a Firenze e, quando questo avvenne, alla sua partenza dalla Stazione di Santa Maria Novella (figura 101, 7) – che dopo la caduta dei Lorena non più Stazione Maria Antonia, e il cui aspetto attuale, secondo i principi del Razionalismo italiano, data agli inizi degli anni trenta del XX secolo – i fiorentini, con il sindaco Ubaldino Peruzzi e il Consiglio Comunale al gran completo, andarono ad accompagnarlo consapevoli che una stagione era finita. Ormai anche le Ambasciate e le redazioni dei giornali stavano trasferendosi nelle nuove sedi romane.
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(La foto in figura 100, tratta da Wikipedia, è opera di Saliko, ed è stata scelta autonomamente dalla nostra Redazione seguendo le condizioni della licenza Creative Commons ivi specificata)



