Siamo alla trentottesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle de trentasettesimo articolo.
Se desiderate avere l’opera completa fate clic qui: www.storiadifirenze.it
—
Firenze durante la seconda guerra mondiale
di Luca Moreno
Il 1° settembre 1939 è la data dell’inizio del secondo conflitto bellico; i tedeschi, con una serie di operazioni fulminee, s’impadroniscono della quasi totalità dell’Europa; Parigi cade nelle mani di Hitler il 14 giugno 1940, mentre Londra subisce le bombe tedesche a partire dal 10 luglio 1940.
Mussolini, già dal 10 giugno 1940, aveva dichiarato guerra sia alla Francia che all’Inghilterra; ma non bisognò attendere molto tempo per capire che l’Italia avrebbe avuto grosse difficoltà a reggere l’urto delle forze nemiche; il famoso, strombazzato riarmo e i milioni di baionette invincibili, promossi dall’euforia mussoliniana, si mostrarono subito per quello che erano: un tragico bluff. Ben presto furono applicate le norme sull’oscuramento, a cui ovviamente si sottopose anche Firenze. Tuttavia, vi era la convinzione che inglesi e americani non avrebbero mai permesso che fossero lanciate bombe su una città così preziosa per la storia dell’umanità. Ma a Roma si era di parere contrario, e arrivarono quindi ordini precisi perché si provvedesse alle misure di sicurezza necessarie per proteggere monumenti e opere d’arte. Firenze vide così le sue statue ingabbiate e circondate da sacchi di sabbia, protette da tettoie utili a ripararle dalla pioggia, ma non certo dalle bombe; e poi: che ne sarebbe stato, in caso di bombardamento, delle chiese e dei palazzi e di tutto ciò che di prezioso la Nostra possedeva e che non era possibile rimuovere? Tutto a Firenze è prezioso; e in quei giorni tutto lo appariva in modo particolare.
Squadre di uomini si arrampicarono sulle facciate degli edifici religiosi per aumentarne la protezione; molte cappelle furono murate; le vetrate della Biblioteca Laurenziana vennero rimosse e riposte in un luogo sicuro; così quelle della Basilica di Santa Maria Novella, di Santa Maria del Fiore e della Chiesa di Santo Spirito. La città assunse l’aspetto di un enorme ripostiglio, nel quale i cittadini cercavano di continuare a vivere frequentando ritrovi, caffè, cinema e teatri, come in tempo di pace.
Le sorti della guerra intanto precipitavano: il 9 febbraio 1941 la flotta inglese bombarda Genova; nell’aprile 1941 dobbiamo lasciare Addis Abeba; l’Impero si rivela di cartapesta e si sfascia. Firenze incomincia a doversi confrontare con il problema della fame, mentre dilaga una dolorosa incertezza riguardo a quello che sarebbe successo alla città, sul destino dei soldati al Fronte, sulla sorte degli amici ebrei. I fiorentini, come la grande maggioranza degli italiani, non avevano mai digerito la blasfemia delle leggi razziali; si sente parlare di pace separata, arrivano le prime notizie sui campi di concentramento nazisti, e ciò naturalmente provoca sgomento.
Alla fine del 1942 ci fu una seconda operazione di salvaguardia delle opere d’arte, perché il bombardamento di Pisa aveva reso assai meno sicuri i fiorentini di poter continuare a godere del salvacondotto; e così molte sono trasferite in edifici pubblici, nelle Ville Medicee di Cafaggiolo e di Poggio a Caiano; un atto certamente ragionevole, ma privo di serie garanzie riguardo al loro ritorno in città.
Il 1943 vede l’Italia particolarmente colpita dai bombardamenti, che cadono su Milano, Torino, Genova. Il 9 luglio 1943 ha luogo lo sbarco in Sicilia e già a metà agosto tutta l’isola è in mano agli Alleati. Il 19 luglio 1943 comincia il bombardamento di Roma; ciò imprime un’accelerazione sul destino del Regime fascista che, nella celebre seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943, crolla. In Italia è un’esplosione di gioia, e così anche a Firenze, dove per le strade si bruciano i ritratti del Duce; una felicità certamente comprensibile, ma del tutto fuori luogo: la guerra continua, e il peggio, soprattutto a Firenze, deve ancora arrivare.
L’8 settembre 1943 arriva l’armistizio, in seguito al quale i tedeschi, da alleati, diventano ospiti indesiderati, stanziati sul nostro territorio; il 9 settembre 1943 il Capo del Governo, Maresciallo Pietro Badoglio, e Vittorio Emanuele III scappano da Roma, dirigendosi verso sud e lasciando il popolo italiano nel disastro e nel disorientamento generale. L’11 settembre 1943 i tedeschi entrano a Firenze; i carri armati si posizionano in vari punti della città e le caserme sono occupate. Il 25 settembre 1943 il 97esimo Gruppo Bombardieri americano, con trentanove aerei B-17, sgancia bombe su Firenze, intendendo colpire il nodo ferroviario di Campo di Marte, ma fallisce il bersaglio e le bombe cadono a ventaglio sulle zone dell’Orticoltura (figura 111, 1) vicino allo Stadio Comunale (figura 111, 2) e vicino alle Tombe dei Cimitero degli Inglesi in Piazzale Donatello (figura 111, 3). Un bombardamento inutile, che causa 215 morti e un numero imprecisato di feriti; persone di ogni ceto, di ogni condizione, che avevano appena fatto in tempo a gioire per l’armistizio. Nonostante fossero già trascorsi tre anni di guerra, lo shock è grande.
Mentre i feriti venivano portati in ospedali improvvisati, gli sfollati raggiungevano le case requisite del centro storico, contribuendo a quell’ammassarsi di popolo che avrebbe portato da lì a poco notevoli problemi sanitari. Il bombardamento, per di più fallito, provocò molta impressione nei Comandi alleati, cosicché si decise di risparmiare altre incursioni alla città per tutto il restante 1943; ma i tedeschi continuavano a utilizzare il nodo ferroviario di Campo di Marte, e così il Generale Britannico Harold Alexander fu costretto a nuove incursioni aeree su Firenze. L’incursione del 18 gennaio 1944 causò 10 vittime; la successiva dell’8 febbraio 1944 colpì, con morti e feriti, molte case sul Poggio Imperiale (figura 111, 4). Gli Alleati cercavano di colpire i paesi vicini, sperando così di far desistere i tedeschi dal servirsi dell’inviolabilità di Firenze per condurre le loro operazioni belliche, ma seguirono altri bombardamenti fino al marzo 1944, durante i quali furono danneggiate gravemente ville storiche e chiese, oltre che gli impianti ferroviari di Porta al Prato (figura 111, 5) di Rifredi (figura 111, 6) e di Campo di Marte (figura 111, 7) nonché Piazza Leon Battista Alberti e Via Lorenzo di Credi (entrambe in figura 111, 8).
Centinaia di bombe ad alto potenziale distrussero edifici, capannoni e vetture ferroviarie: tutto ciò dimostrava che il principio di inviolabilità non esisteva più. Complessivamente Firenze subirà ben 325 allarmi, 25 attacchi e 7 bombardamenti pesanti. In nessuna di queste occasioni la contraerea riuscì mai ad abbattere un solo aereo nemico. I morti furono più di 700, ma è impossibile stabilire quanti perirono più tardi in seguito alle ferite. I danni alle cose non risparmiarono nemmeno i luoghi “sacri” del centro storico; in momenti diversi furono danneggiati, tra gli altri, la Loggia del Bigallo (figura 112, 1); il Campanile di Giotto (figura 112, 2); la Galleria degli Uffizi che, a seguito delle vibrazioni causate dalle esplosioni dei ponti che i tedeschi faranno saltare, subì danni per lo più indiretti e per fortuna non irreparabili (figura 112, 3) e l’area di Santa Croce (figura 112, 4).
Proviamo a immaginare quale debba essere stato il dolore dei fiorentini, stremati da anni di guerra e di rinunce, con figli e mariti a combattere al Fronte, nel vedere la loro amata Città ridotta e profanata in quel modo. Si consideri poi che i danni provocati dagli Alleati sono solo una parte (anche se la più consistente) di quelli causati. I tedeschi infatti, allo scopo di non farsi inseguire nella loro ritirata dall’Italia, decisero di minare i ponti, con la conseguenza che tutti quelli storici, a eccezione del Ponte Vecchio, furono distrutti. Un atto del tutto inutile, perché queste azioni servivano solo a ritardare di qualche giorno l’avanzata degli Alleati: per lanciare un ponte di ferro sull’Arno, che sostituisse il Ponte Santa Trinita, per citare uno dei più belli di Firenze, i genieri inglesi e americani impiegavano infatti poco più di una giornata; ma queste sono considerazioni che, quando la follia trionfa, hanno ben poco spazio nella mente degli uomini.
Il 27 giugno del 1944 il Generale tedesco Albert Kesserling ordina lo sgombero da Firenze di tutte le forze militari tedesche, facendo intendere con questa dichiarazione che ci fosse un accordo con gli Alleati, nel considerare Firenze una “città aperta”, condizione che avrebbe dovuto far sperare nella fine degli attacchi e delle violenze. La questione di riconoscere Firenze “città aperta” è assai nebulosa, rispetto a quelle che furono le decisioni ufficiali delle parti, le riserve mentali e i comportamenti effettivi; tanto è vero che il Comitato di Liberazione Nazionale, in un proclama del 27 luglio 1944, invitava i cittadini a non fidarsi delle dichiarazioni tedesche. La situazione era davvero tutta giocata sul filo, perché da un lato l’avanzata degli Alleati non era tale da consentire di chiudere rapidamente la partita, e dall’altro occorreva prudenza nel non provocare più di tanto i tedeschi, che, sentendosi braccati, avrebbero potuto compiere ulteriori nefandezze nei confronti di persone e cose.
Gli uomini della Wehrmacht erano intenzionati a lasciare la città tramite un percorso che attraversava il centro di Firenze; era evidente che, finché si fossero trovati dentro l’area storica, non sarebbero stati colpiti da attacchi aerei. Sui muri delle case fiorentine erano state disegnate delle frecce che servivano ai tedeschi a indicare i tragitti possibili: fra questi, come abbiamo appena detto, vi era quello che i fuggitivi intesero privilegiare. Lo si può vedere in figura 113, da “A” verso “B”. Da Porta Romana, Via Maggio, Ponte Santa Trinita, Via Tornabuoni, Via degli Strozzi, Piazza della Repubblica, Via Roma, Piazza del Duomo, Via Martelli fino a Via Cavour, oltre alla quale vi era la strada di fuga verso nord.
Il 29 luglio 1944 il Comando tedesco – non avendo il nemico ancora dichiarato (così si legge nel comunicato) se anch’egli considerasse Firenze “città aperta” – invita i fiorentini a evacuare entro le ore 12 del 30 luglio tutte le abitazioni costruite in prossimità del fiume e a recarsi nei quartieri di Campo di Marte e le Cure (quest’ultimo, a nord-est del centro storico). Iniziò così uno sfollamento, con carretti tirati a mano e altri mezzi di fortuna, di persone che lasciavano tutto o quasi nelle loro case, nella speranza di ricevere solidarietà da parenti e amici che vivevano in zone meno esposte della città; tutto ciò, in una Firenze al buio a causa della distruzione della centrale elettrica. Il 30 luglio 1944 aerei alleati lasciarono cadere su Firenze volantini in cui si annunciava la prossima liberazione della città e si invitava a difenderla da altre distruzioni; una richiesta che certamente trovava il consenso ideale dei fiorentini, ma che era di fatto impossibile da realizzare da parte di persone che cercavano soltanto di sopravvivere.
La mattina del 31 luglio 1944 i tedeschi chiusero il transito sui Ponti: era chiaro che stavano per essere distrutti. Il 2 agosto 1944 il Console Svizzero Carlo Steinhauslin si rivolse al Comando tedesco per chiedere che fossero salvate almeno le quattro statue di Ponte Santa Trinita che si trovano all’estremità dello stesso, ma l’operazione venne giudicata impossibile a causa della grandezza e della pesantezza delle stesse. Successivamente, con un altro manifesto i tedeschi invitarono i fiorentini a non uscire dalle loro case, pena la fucilazione. Un silenzio irreale si impadronì della città. Alle 22 del 3 agosto 1944 venne fatto saltare il Ponte alle Grazie (figura 113, 1); la stessa sorte subirono, alle ore 4 del 4 agosto tutti gli altri ponti: Ponte Santa Trinita (figura 113, 2); Ponte alla Carraia (figura 113, 3); Ponte alla Vittoria (figura 113, 4). Ponte Vecchio fu risparmiato, ma a danno del Quartiere di Por Santa Maria (figura 113, 5) nonché di Via de’Guicciardini (figura 113, 6).
La distruzione dei ponti provocò un tremendo e sinistro boato, che fu a sua volta causa di ulteriori danni agli edifici. Alle cinque del mattino del 4 agosto 1944, arrivarono le prime truppe alleate: erano i Sudafricani dell’Imperial Light Horse Kimberly Regiment. Entrando in città si trovarono di fronte una Firenze dilaniata da un flagello immane. Era scomparso per sempre un intero patrimonio di monumenti case, torri, palazzi. L’unico dato positivo di questa situazione fu la notizia che non solo si era riusciti a recuperare gran parte delle opere d’arte che erano state messe al sicuro in campagna, ma anche ad evitare che le opere, tra cui molte provenienti dagli Uffizi, partissero per il nord verso una destinazione ignota. Intanto il Comitato di Liberazione Nazionale faceva affiggere il suo primo comunicato, invitando i cittadini ad appoggiare l’azione dei patrioti contro i tedeschi che ancora si trovavano nelle vicinanze e ad evitare di tornare, per motivi di sicurezza, nelle proprie abitazioni; ma la maggior parte ignorò questo avvertimento, in quanto tutti erano comprensibilmente ansiosi di andare a scoprire che cosa fosse rimasto dei loro beni.
I tedeschi intanto resistevano ancora sulle colline circostanti, continuando a cannoneggiare Firenze. Fu in questa occasione che il Campanile di Giotto fu danneggiato e la statua della Madonna della Loggia del Bigallo fu decapitata; ma quando l’Esercito alleato riprese la propria attività a fianco delle Forze partigiane, si arrivò finalmente alla conclusione definitiva delle ostilità. La Battaglia di Firenze era terminata. La vita lentamente cominciò a riprendere. Vi era gioia nello scoprire di essere riusciti a sopravvivere, ma anche sconforto e rabbia per tutte quelle distruzioni. Si tolsero le impalcature ai monumenti; si riaprì l’Università; le opere d’arte ripresero il loro posto; non tutte, però, perché si rese necessario un lungo lavoro di ricerca, che sarà portato a termine negli anni successivi dallo storico dell’arte Rodolfo Siviero. La riconsegna da parte delle Autorità alleate dei capolavori trafugati avvenne con una solenne cerimonia. Fu celebrata una funzione in Duomo alla presenza del Sindaco socialista Gaetano Pieraccini in una Firenze tornata libera, ma tutta da ricostruire, materialmente e moralmente. Ferruccio Parri, primo Presidente del Consiglio del Governo di Unità Nazionale, insignì il Gonfalone di Firenze della Medaglia d’Oro al valore, per la lotta sostenuta dalla città contro il Nazifascismo.
—
(N.d.r.: la foto a colori, tratta da Wikipedia, è di pubblico dominio)




Buonasera, articolo molto chiaro e preciso. Vi chiedo se nel corso dei bombardamenti che interessarono Firenze furono colpite anche le aree adiacenti l’Arno nei lungarni Moro, colombo e del Tempio. Grazie.