FIRENZE SOTTO IL FASCISMO

Siamo alla trentasettesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle de trentaseiesimo articolo.

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Firenze sotto il fascismo

di Luca Moreno

Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini (figura 108) è a Milano in Piazza San Sepolcro a parlare a delle folle in crescita, ma promette di venire molto presto a Firenze per rivolgersi di persona ai fiorentini. Il 25 maggio 1919 l’Alleanza di Difesa Cittadina, riunita al Teatro della Pergola, dichiara senza mezzi termini la “lotta contro i rossi”; gli iscritti all’Alleanza aumentano a vista d’occhio; già nell’estate del 1919 sono più di 20.000. La Lega Studentesca Italiana si occupa invece di attirare un numero sempre maggiore di giovani per convincerli della bontà dell’idea fascista.

Figura 108: Mussolini (da Wikipedia)

Figura 108: Mussolini (da Wikipedia)

Finalmente arriva il giorno della visita ufficiale: è il 9 ottobre 1919. Mussolini, appena giunto da Fiume – dove si era recato per congratularsi con D’Annunzio e per ricordare al Poeta, colpevole di avergli rubato la scena principale, chi era che comandava per davvero – arriva a Firenze per giocare al rilancio: basta debolezze, basta rinunce, basta sacrifici. È giunto il momento di sfidare l’Europa e, se necessario, il mondo intero. Dichiarazioni non autenticamente belliche – Mussolini in questa fase è poco più di un capo-partito – ma che hanno il pregio di essere chiare e di far quindi facilmente presa sull’opinione pubblica, riguardo a quelle che sono le intenzioni del Movimento fascista.

Il futuro Duce intuisce subito le caratteristiche che deve assumere un Capo che vuole gestire il potere nel XX secolo: dare al popolo i simboli e i segni esteriori utili al popolo medesimo per entusiasmarlo e soprattutto – cosa di cui gli italiani sembrano avere un enorme bisogno – dar loro una figura da ammirare fisicamente, in cui potersi identificare. Eccolo quindi scendere dal treno vestito con la tuta da aviatore, sporca di olio e carburante; poi subito al Teatro Olimpia in Via dei Cimatori, in pieno centro storico, insieme a Marinetti, a voler dimostrare come il Movimento fascista abbia in quello futurista la sua sponda culturale più significativa. La gente applaude e invoca addirittura la morte per Francesco Saverio Nitti, Presidente del Consiglio in carica (dal 23 giugno 1919 al 21 maggio 1920) (figura 109). La Firenze dei reduci, dei mutilati e dei delusi è tutta lì a partecipare. Poi le sfilate per la città e gli inevitabili scontri, durante i quali non mancano i feriti, con coloro che non condividevano la manifestazione; ma nessuno, fascisti e non, poteva comprendere che quei dissidi erano solo il pallido inizio di qualcosa di molto più grave.

Figura 109: Nitti, Bonomi e Facta (da Wikipedia)

Figura 109: Nitti, Bonomi e Facta (da Wikipedia)

A partire almeno dal 1920, fino alle elezioni del 1921, i disordini e i delitti dilagano sia a Firenze che in Toscana, come parte di una battaglia che riguarda tutto il Paese. Sui giornali fiorentini quasi quotidianamente si deve dedicare una pagina alle manifestazioni e agli scioperi dei lavoratori; e ciò spaventa molto la borghesia, che tende a spingersi sempre più nelle braccia salvifiche di Mussolini. La Lira perde valore, i prezzi dei generi alimentari aumentano, i disoccupati diventano una vera piaga. Nel 1920 le cosiddette squadre rosse presidiano le piazze e la polizia si mostra impotente a controllare la situazione: interviene l’esercito. Il 10 agosto del 1920 salta una polveriera militare a San Gervasio (una zona periferica ad est del centro storico) dove muoiono 10 persone; il 29 agosto 1920, durante una manifestazione di protesta che sfila per le vie del centro, viene ferito a morte un Commissario di Polizia e cadono due manifestanti; il giorno dopo è sciopero generale; ai primi di settembre le fabbriche fiorentine sono occupate dagli operai.

Il 27 febbraio 1921 – giornata esiziale per Firenze – un corteo di cittadini che intendevano deporre una corona di fiori al Monumento ai Caduti in Piazza Unità (nei pressi della Basilica di Santa Maria Novella), all’altezza di Piazza Antinori (uno dei punti del percorso dell’antico castrum, ma questi eventi e questi luoghi hanno ormai ben poco a che fare con la Firenze dell’arte e della cultura) è colpito da una bomba che uccide un Carabiniere e ferisce 20 persone, tra cui un giovane universitario, Carlo Menabuoni, iscritto al fascio, che morirà in pochi giorni. I fascisti sono scatenati e, nonostante il divieto della Prefettura, si organizzano in squadre, prive di qualsiasi controllo da parte dell’Autorità costituita.

Gli esercizi pubblici chiudono e la città assume un aspetto desolante. In questa situazione, sempre il 27 febbraio, matura un altro grave ed inutile omicidio: Spartaco Lavagnini, Segretario del Sindacato Ferrovieri e Direttore del giornale Azione Comunista, viene ucciso con due colpi di pistola, mentre si trova alla sua scrivania. Per tutto febbraio continuano gli scontri in mezzo a scioperi e manifestazioni che si succedono ormai incessantemente. A Porta al Prato si scatena una vera e propria battaglia, mentre in Borgo San Frediano si erigono delle barricate. Entrano in azione reparti di Fanteria, Bersaglieri, Guardie regie, Carabinieri, Agenti di polizia; l’esercito è ormai occupato a combattere la propria gente divisa da un odio inestinguibile. Giovanni Francesco Berta, figlio di un industriale, viene ucciso a calci e pugni mentre transita per la città sulla sua bicicletta e il suo corpo gettato in Arno; alle Officine Galileo gli operai sono licenziati in massa; seguono ancora scontri con morti e feriti; i trasporti sono paralizzati, manca il gas e l’energia elettrica. La protesta dilaga in tutta la Toscana in una guerra tra bande dove tutto diventa possibile.

Ed è in questo clima che l’Italia arriva alle elezioni politiche del 15 maggio 1921. Mussolini entra in Parlamento con 35 deputati, per così dire “in doppio petto” ovvero presentandosi alleato del legalitario Giolitti, in funzione antisocialista. Il Partito Popolare – ispirato alla dottrina sociale della Chiesa –, Comunisti e Socialisti perdono seggi, ma, al di là del risultato delle elezioni, ciò che più importa è che gli italiani invocano a gran voce ordine e legalità: li vogliono ad ogni costo e a qualsiasi prezzo. Il 21 giugno 1921, Mussolini pronuncia il suo primo discorso in Parlamento, molto applaudito dalla Destra; intanto traccia il suo programma economico, in cui cerca di blandire le grandi masse di lavoratori, ai quali fa sapere che lui è antisocialista, ma non antiproletario; si assiste così alle prime defezioni di iscritti dai Sindacati della sinistra a favore di quelli fascisti.

Intanto a Firenze continuano, anche se in modo più sporadico rispetto ai mesi precedenti, a verificarsi violenze e comportamenti illeciti, ma il desiderio di ristabilire una vita che si possa definire civile è molto forte, anche a danno degli stessi Fascisti, poiché era chiaro a tutti che essi erano parte in causa dei disordini che la città aveva dovuto subire. Il 26 febbraio 1922 cade il Governo di Ivanoe Bonomi (figura 109) in carica dal 4 luglio 1921, sostituito dal governo di Luigi Facta (figura 109), che rimarrà in carica fino al 31 ottobre 1922, quando si dimise a causa del rifiuto del Re Vittorio Emanuele III di firmare lo stato d’assedio, con il quale si intendeva bloccare la Marcia su Roma.

Intanto, le forze di sinistra, inconsapevoli di ciò che stava per iniziare, invece di fare blocco unico contro le prepotenze dei Fascisti, ritengono opportuno dividersi al loro interno: già vi era stata la Scissione di Livorno (21 gennaio 1921), in seguito alla quale, da una costola del Partito Socialista, era nato il Partito Comunista. Adesso dal vecchio Partito Socialista nasce il Partito Socialista Unitario, i cui leader sono Filippo Turati e Giacomo Matteotti; e queste divisioni accadono mentre Mussolini si organizza per sferrare il colpo definitivo alle istituzioni democratiche. Il Capo del Fascismo sa bene di non poter disporre di forze sufficienti da contrapporre all’esercito regolare, ma conta sulla confusione del momento e soprattutto sulla benevolenza del Re. Il 27 ottobre 1922 le camicie nere entrano in azione. Il 28 ottobre alcune decine di migliaia di militanti fascisti si dirigono sulla capitale rivendicando dal Sovrano la guida politica del Regno, minacciando, in caso contrario, la presa del potere con la violenza. La manifestazione eversiva, passata alla storia con il nome di Marcia su Roma, si conclude con successo, perché il Re, cedendo alle pressioni dei Fascisti, si rifiuta di firmare lo stato d’assedio e incarica Mussolini di formare un nuovo governo: si tratta del primo degli errori fatali di Vittorio Emanuele III, che costeranno ai Savoia il trono del Regno d’Italia.

Mussolini, che possedeva un numero sostanzialmente esiguo di Deputati, si trova così a capo della Nazione. […] Gli italiani si sentono rinfrancati, perché interpretano questo evento come la definitiva prevalenza di una delle parti in campo, e quindi la fine degli scontri interni, che ormai duravano da troppo tempo. Pare che anche a Firenze la pensassero così: in una manifestazione patrocinata dal Sindaco fascista Antonio Garbasso, fu annunciata la buona novella che la Marcia era riuscita e che finalmente si poteva stare in pace. In questa nuova situazione Mussolini capì con grande prontezza che ora occorreva cambiare politica, anzi rovesciarla, poiché adesso si doveva dimostrare di essere capaci di riportare ordine e sicurezza.

A questo scopo, il futuro Duce invita i responsabili del Partito Fascista a sistemare le cose all’interno delle varie federazioni; e ciò sulla base di un principio semplice e chiaro: a comandare ora è Lui e soltanto Lui; chi non si adegua e dissente è fuori dall’organizzazione.[…]

Figura 110: Giacomo Matteotti (da Wikipedia)

Figura 110: Giacomo Matteotti (da Wikipedia)

Il 15 dicembre 1922 nasce il Gran Consiglio del Fascismo, che sarà per vent’anni il vero organo decisionale del regime. Per completare l’opera erano però necessarie ancora due mosse: liberarsi degli altri partiti politici e, conseguentemente, chiudere il Parlamento. Il primo risultato fu ottenuto con le che, sulla base di una legge elettorale fatta approvare dai Fascisti, diedero a questi ultimi un numero smisurato di seggi che li svincolò dagli alleati, ora non più necessari; il secondo risultato, Mussolini lo ottenne in virtù della sua grande capacità di sfruttare a proprio vantaggio l’occasione, l’ultima, che fu data agli Italiani per impedire l’avvento della Dittatura: il rapimento e l’uccisione, il 10 giugno 1924, del Deputato socialista Giacomo Matteotti (figura 110), misfatto a capo del quale vi era il fascista fiorentino Amerigo Dùmini.

L’evento provocò un’impressione enorme in tutto il Paese, paragonabile a quella che l’Italia patirà nel 1978 in occasione dell’uccisione del Segretario della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Una maggiore coesione dei partiti dell’opposizione, ma soprattutto una coscienza precisa di quello che stava per accadere e che Matteotti, ormai voce solinga, aveva pubblicamente denunciato in Parlamento, avrebbe potuto modificare il corso della nostra storia. Le cose però andarono diversamente: i partiti dell’opposizione decisero che l’atteggiamento più efficace fosse quello di abbandonare il Parlamento (secessione dell’Aventino). Questa scelta di fuggire da Mussolini, piuttosto che affrontarlo a muso duro, come la situazione avrebbe richiesto, fu fatale all’Italia perché diede respiro ai fascisti, che seppero superare il momento di disorientamento.

Il 3 gennaio 1925 Mussolini chiude definitivamente la questione con un discorso alla Camera che non lascia dubbi sulla fine del sistema parlamentare. Il giorno dopo fa diramare una serie di telegrammi ai Prefetti con i quali chiede la repressione di ogni sommossa o tumulto e il controllo della stampa tramite la censura; quindi invia direttamente ai Dirigenti delle Federazioni fasciste un richiamo all’ordine, con minaccia verso coloro che avessero permesso disordini. Iniziano le azioni poliziesche, i sequestri nelle redazioni dei giornali, la chiusura delle sedi e dei circoli dell’opposizione, nonché gli arresti delle persone “sospette”. L’opposizione, colpita e disorientata, si disperde: il Regime fascista è iniziato. Gli italiani si consegnano mani e piedi a Benito Mussolini; e dovranno attendere vent’anni perché il fascismo sia tolto di mezzo, e ciò avverrà ad un prezzo altissimo, forse il più alto tra quelli pagati dal nostro popolo; ma negli anni precedenti all’epilogo finale il Regime si dimostra capace di consolidare se stesso, di farsi Stato, di porsi, tramite un’abilissima propaganda – che segna tra l’altro il carattere “moderno” del regime rispetto a tutto ciò che vi era stato precedentemente –, come la soluzione più opportuna per l’Italia, sia sul piano del recupero della dignità perduta a causa dell’ormai superata questione della “vittoria mutilata”, sia, più in generale, su quello interno e internazionale.

[…] Nel 1929, Alessandro Pavolini, personaggio di primo piano, diventa Segretario Provinciale del Fascio di Firenze. Fiorentino di nascita, di lui si disse che era un “fascista equilibrato”. In effetti, Pavolini fece moltissimo per la sua città: nel 1929 fonda Il Bargello, organo della sua Federazione, dal quale pubblicizza una serie di manifestazioni popolari e culturali di livello, quali il rilancio del Calcio Storico Fiorentino, cosicché fu organizzato – in occasione del quarto Centenario dell’Assedio di Firenze – il I Torneo tra i Quartieri della Città; nel 1931 è inaugurata la I Edizione della Mostra dell’Artigianato, che diventa ben presto una fiera d’eccellenza della creatività e dell’inventiva dei Maestri artigiani; la Primavera Fiorentina, le numerose rassegne dedicate all’arte, la Fiera del Libro e soprattutto il Maggio Musicale Fiorentino, che è tutt’oggi una delle più importanti rassegne artistiche a livello internazionale. Pavolini fu poi anche il patrocinatore o comunque un sostenitore entusiasta di opere strutturali di grande importanza: nel 1932 si ha l’apertura del primo tratto dell’Autostrada Firenze Mare; la costruzione, sempre nel 1932, dello Stadio Comunale [allora intitolato al summenzionato Giovanni Berta, n.d.r.]; la costruzione della Stazione Ferroviaria di Santa Maria Novella, inaugurata nel 1935; l’apertura della Linea ferroviaria direttissima Firenze-Bologna nonché una serie di interventi di ristrutturazione di alcune aree dei Quartieri di San Lorenzo e di Santa Croce.

Inaugurazione dello Stadio Comunale, col calciatore Bruno Neri che rifiuta di fare il saluto romano (da sport.sky.it)

Inaugurazione dello Stadio Comunale, col calciatore Bruno Neri che rifiuta di fare il saluto romano (da sport.sky.it)

Ai restauri delle bellezze del passato si associò la costruzione delle nuove opere del regime, che miravano soprattutto a interventi pubblici rappresentativi che dimostrassero la forza dello Stato, anche se il Fascismo ebbe la possibilità di vantare solo la realizzazione di qualche opera o di qualche singolo edificio, non certo una sistemazione urbanistica di Firenze, paragonabile a quella che abbiamo visto nell’epoca del Risanamento. Tuttavia, questa attività sia culturale che urbanistica alimentò la speranza che, in virtù del ruolo che Firenze si era conquistata nei secoli, la città potesse essere considerata una specie di “porto franco” rispetto alla pedante cultura ufficiale del regime.

Tale speranza però, con il deteriorarsi della situazione interna e internazionale, si rivelò illusoria. Il simbolo che anche Firenze era destinata a seguire le sorti tragiche dell’Italia e dell’Europa lo ritroviamo nello storico , avvenuto il 9 maggio 1938. Lo spettacolo è quello di una Firenze insudiciata dalle croci uncinate, nella quale una folla troppo estesa e troppo entusiasta attende l’arrivo dei due Capi: “Più nessuno è incolpevole” dichiarerà il futuro Premio Nobel, Eugenio Montale. Il Duce ci tiene a far vedere a Hitler che tutta Firenze è con lui; e le vie, pavesate di bandiere germaniche e italiane, la svastica mescolata ai fasci, fanno in effetti pensare che la città stia tutta dalla parte dei due Dittatori. Il Führer visita Palazzo Pitti; poi si reca a Palazzo Vecchio per incontrare un gruppo di artisti; subito dopo, eccolo affacciarsi con il Duce al balcone, in una gremita Piazza della Signoria. Firenze applaude, mentre l’atmosfera della guerra imminente si diffonde in tutto il Paese.

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