Siamo alla trentaseiesima puntata della serie di articoli di Luca Moreno sulla storia di Firenze. Le immagini sono numerate in continuità con quelle del trentacinquesimo articolo.
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Firenze tra fine Ottocento e inizio Novecento
di Luca Moreno
Con il trasferimento della Capitale d’Italia da Firenze a Roma, inizia una fase nuova nella storia della nostra Città che, pur mantenendo il suo ruolo primigenio in campo culturale, diventa una delle importanti della nostra Penisola, ma non più la prima. Nel 1870 il clima a Firenze non era certo dei migliori, innanzitutto perché la rinuncia al ruolo di Capitale significava l’emigrazione di uomini, istituzioni e, come abbiamo visto, una riduzione notevole del numero degli abitanti (la partenza di circa 25.000 persone, portò la popolazione a 167.000 abitanti). Poi vi era la situazione economico-finanziaria determinata dai debiti contratti per attuare il Risanamento, che imponeva provvedimenti a riguardo, anche se ciò non arrestò il processo di trasformazione della città, del quale l’intervento di Piazza della Repubblica, iniziato nel 1885, costituisce, tra quelli attuati quando Firenze non è più Capitale, il più importante.
Questa situazione di disorientamento comunque non impedisce alla città di partecipare agli eventi nazionali di cui ormai è parte: le Imprese Coloniali Africane, la Prima Guerra Mondiale, il Fascismo, fino all’ultimo conflitto bellico, che ebbe effetti a dir poco devastanti sulla Firenze che già, con gli interventi urbanistici precedenti non sempre opportuni, molto aveva perso delle sue testimonianze più antiche. Nel 1876 il debole Governo di Marco Minghetti, Presidente del Consiglio dal 10 luglio 1873 al 25 marzo 1876, cade per lasciare il posto ad Agostino Depretis (figura 105) che, con alcune interruzioni, fu Presidente del Consiglio dal 25 marzo 1876 al 29 luglio 1887. Questo evento segna l’esaurirsi della funzione svolta dalla Destra Storica, che lascia alla Sinistra il compito di governare il Paese; cosa che la Sinistra farà, attuando tutta una serie di interventi a favore delle classi meno abbienti, come, per esempio, l’introduzione dell’obbligatorietà dell’istruzione elementare. Di questo periodo è poi l’allargamento del suffragio (che diventerà davvero universale soltanto nel 1946) e la concessione di finanziamenti a favore del Sud (i primi di una serie infinita). Ormai i grandi personaggi risorgimentali stavano scomparendo: Mazzini era morto nel 1872, e nel 1878 moriranno sia Pio IX che Vittorio Emanuele II.
In politica estera si assiste a un cambio di posizione, poiché i nemici di ieri diventano, con la Triplice Alleanza, nata nel 1882, gli amici di oggi. […] L’avvicinamento a Berlino e a Vienna procura malumori negli italiani che ancora si trovavano nelle terre irredente; anzi, ci saranno delle vere e proprie manifestazioni di protesta, che il governo, in accordo con i nuovi alleati, reprimerà con forza. Nel 1887 si verifica un fatto di sangue molto grave: a Dogali, una colonia di soldati italiani facenti parte del corpo di spedizione che doveva occupare l’Etiopia – anche noi stiamo cercando di crearci il nostro territorio coloniale – è sterminata. Lo sconcerto generale provoca un cambiamento di governo, cosicché a Depretis succede Francesco Crispi (figura 105), Presidente del Consiglio dei Ministri dal 29 luglio 1887 al 10 marzo 1896 (ma non ininterrottamente). Crispi è ricordato per aver fatto approvare il nuovo Codice Penale Zanardelli, che introduceva importanti novità in senso progressista, come la libertà di associazione e di sciopero (per la prima volta in Europa) e l’abolizione della pena di morte.
Sul trono di Casa Savoia regnava in quegli anni Umberto I, figlio di Vittorio Emanuele II, Sovrano ricordato positivamente da alcuni, al punto da essere soprannominato il “Re Buono”, e avversato da altri per il suo duro conservatorismo, che culminò nell’avallo delle repressioni dei moti popolari del 1898, suggellati dalla sciagurata decisione di concedere un’onorificenza al Generale Fiorenzo Bava Beccaris, per l’azione “meritevole” di soffocamento dei moti medesimi, scoppiati a causa del forte aumento del prezzo del grano e costati la vita a più di 100 manifestanti. Concedere un’onorificenza all’autore di uno dei peggiori massacri della storia nazionale fu davvero troppo, e così Umberto, che già aveva patito altri attentati, il 29 luglio 1900 subì, a Monza, quello che gli costò la vita (figura 106). […] Con la morte di Umberto, sale al trono Vittorio Emanuele III.
Il segno che le cose stavano cambiando non lo dobbiamo però ricercare nel pur grave attentato a Umberto I (simbolo squisito dell’inizio di un secolo tra i più sanguinosi della Storia Europea), ma nell’arrivo di un personaggio che dominerà a lungo la scena politica italiana, caratterizzandola assai: Giovanni Giolitti, che dal 1892 fino al 1921 ricoprirà varie volte la carica di Presidente del Consiglio (figura 107); un uomo che con la sua politica, basata principalmente sul coinvolgimento dei Socialisti, riuscì a modernizzare il rapporto tra governo e cittadini, al punto che la sua filosofia farà scuola anche in età repubblicana. Giolitti infatti, sosteneva che i sindacati non dovevano essere considerati dei nemici, in quanto un’organizzazione garantisce un ordine maggiore rispetto a un movimento spontaneo e senza guida; inoltre, sempre secondo Giolitti, gli scioperi avevano alla base motivazioni economiche, e non politiche; quindi tentare di reprimerli era espressione di una politica folle, che avrebbe potuto determinare esiti incontrollabili, in termini di ordine pubblico. Lo Stato poi non doveva spalleggiare gli imprenditori o gli operai, ma semplicemente svolgere una funzione arbitrale e mediatrice; concetti, questi, che oggi possono sembrare scontati, ma che all’epoca erano invece considerati rivoluzionari. […]
In questo contesto furono varate norme a tutela del lavoro sulla vecchiaia, sull’invalidità e sugli infortuni. […] Tuttavia questa politica non sembrò sufficiente a evitare scontri e manifestazioni di piazza. Nel 1904, dopo i festeggiamenti per la nascita dell’erede al trono, il futuro Umberto II, vi sarà proprio a Firenze uno sciopero generale con atti vandalici, danneggiamenti di mezzi pubblici, oltre a qualche bandiera rossa sostituita a quella tricolore fatta a pezzi; episodi non particolarmente gravi, ma che dimostrano come anche in Toscana esistesse un sindacalismo rivoluzionario e, più in generale, operassero delle forze massimaliste di sinistra.
Per quanto riguarda invece l’attività culturale fiorentina già abbiamo detto, durante il periodo in cui la città era Capitale, degli importanti contributi sul piano della cultura da parte di giornali e riviste letterarie che avevano il compito sia di testare l’opinione pubblica che di orientarla di fronte alle grandi questioni che la politica poneva. Anche in questo periodo non mancano le testimonianze, come le riviste Leonardo (1903), Lacerba (1913) e La Voce, la più importante, nata nel 1908 sotto la direzione di Giuseppe Prezzolini, che continuò le pubblicazioni fino al 1916. Non possiamo poi dimenticare il Futurismo, movimento che, seppure non fiorentino, ebbe grande successo, tale da diffondersi su scala nazionale e quindi anche nella nostra città. Il Futurismo, capeggiato da Filippo Tommaso Marinetti, è d’importanza fondamentale per comprendere gli eventi prossimi venturi della nostra storia nazionale; esso infatti criticava radicalmente, così come faceva la sinistra massimalista, la società borghese nel suo complesso; però lo faceva, diremmo oggi, “da destra”. In nome dell’esaltazione della modernità apprezzata incondizionatamente, questo movimento aborriva il Romanticismo, considerato insopportabilmente languido, e sperava in una rivoluzione che ponesse fine al pacifismo culturale e non solo, visto che nel programma (il Manifesto è del 1909) si esaltava la bellezza della guerra: insomma, tutto l’apparato ideologico sul quale si era costruita l’Italia Unita era sistematicamente rifiutato.
Sulle prime La Voce cercò di stroncare il fenomeno considerando Marinetti un pazzo da cui occorreva guardarsi; ma successivamente si lascerà conquistare dal movimento; così come l’Italia si lascia conquistare da una politica colonialista, che la porterà nell’ottobre del 1912 a garantirsi il possesso della Libia e al Dodecaneso, con le sue isole. I giorni dell’impresa africana sono tristi anche per Firenze, che vede molti giovani partire e non tornare mai più. Ovviamente non tutti sono d’accordo con questa impresa – La Voce per esempio tenta di avversarla -, ma si tratta di minoranze, anche se culturalmente qualificate e relativamente consistenti. Nelle chiese si prega per i soldati, mentre a Poggibonsi e a Colle Val d’Elsa (località non molto distanti da Firenze) vengono arrestate 39 persone che manifestano contro la guerra. Insomma, vanno in scena le prove generali del grande confronto tra neutralisti e interventisti, che, quando si porrà la grande questione se partecipare alla Prima Guerra Mondiale, si risolverà con la sconfitta dei primi il successo dei secondi.
[…] Il 24 maggio 1915, infatti, l’Italia, rovesciando ancora le sue alleanze, denuncia il Patto della Triplice ed il definitivo distacco dalla Germania e dall’Austria, ed entra in guerra a fianco dell’Intesa. Ben presto, però, gli entusiasmi di coloro che avevano salutato con gioia il nostro intervento – Futuristi in testa – si raffreddano. Appare subito chiara la dimensione tragica della guerra di trincea: soldati immersi nel fango a morire come mosche, a sparare a distanza ravvicinata cercando di conquistare un altopiano, per essere magari subito dopo costretti ad abbandonarlo. I giorni dei cortei in cui si gridava all’intervento sono ormai un pallido ricordo. Quando la guerra finisce, gli scomparsi sono davvero troppi; e anche Firenze ha contribuito con i suoi morti dell’omonima Brigata. Non solo: assai presto la gioia della vittoria si trasforma in frustrazione e amarezza, e qualcuno s’incaricherà di utilizzarla ai propri scopi. Certo, con il conflitto l’Italia aveva completato il processo di unificazione nazionale: Trieste, Gorizia l’Istria e alcuni distretti della Carniola (Postumia, Villa del Nevoso, Idria, Vipacco, Sturie) sono state annesse, così come Zara; ma rimangono insolute alcune questioni territoriali, tra le quali brucia in modo particolare la questione di Fiume, fulmineamente intercettata dal poeta Gabriele d’Annunzio, che il 12 settembre 1919 parte “lancia in resta” per conquistare la città (occupata il 20 settembre) che, nonostante avesse già espresso la propria italianità, era stata assegnata alla neonata Jugoslavia.
Firenze inneggia al Poeta ma assai realisticamente si preoccupa di chiedere a gran voce, davanti a Palazzo Vecchio, che coloro che avevano combattuto avessero almeno diritto a ottenere un lavoro. Nel Salone dei Duecento vengono esposte al pubblico le Bandiere della Vittoria; la gente entra, visita i simulacri, lascia cadere fiori nel recinto che racchiude le gloriose insegne; s’incontra e chiede insistentemente notizie di un nuovo personaggio, un certo Benito Mussolini che i fiorentini già conoscevano come collaboratore de La Voce, ma in un contesto assai diverso, relativo ai problemi linguistici del Veneto; ben altre sono adesso le questioni di cui Mussolini intende occuparsi. I giovani, con l’entusiasmo e l’attenzione che caratterizza la loro condizione esistenziale, si accorgono subito di quest’uomo così diverso dai politici precedenti – a tal punto che questi ultimi appaiono usciti da un museo dell’Ottocento – e ne sono affascinati; ma i fascisti trovano adepti anche tra i reduci della guerra, tra gli scontenti, tra gli amanti dell’ordine che, giorno dopo giorno, si riconoscono sempre più nella mitologia negativa della “vittoria mutilata”. E questa voce nuova che promette giustizia per coloro che hanno sofferto nelle trincee – una richiesta sicuramente enfatizzata dal clima del momento, ma autentica – rappresenta delle istanze alle quali i governi dell’epoca sembrano incapaci di dare una risposta soddisfacente.



