di Emiliano Morozzi
Di fronte alla crudeltà della guerra, come abbiamo visto nelle due precedenti puntate (My Lai e Guadalajara), l’uomo può trasformarsi in una belva feroce o soggiogare la paura, la frustrazione, la rabbia, trasformandola in eroismo. In alcuni casi, la violenza viene usata nei confronti del nemico in modo sistematico: i carnefici cercano di sottomettere le proprie vittime con l’uso indiscriminato del terrore, ma quando la situazione cambia, finiscono per essere ripagati con la stessa moneta. Così nascono da una parte stragi famigerate, come quella delle Fosse Ardeatine, dall’altro massacri altrettanto indiscriminati come quelli perpetrati da alcuni gruppi di partigiani a fine guerra o quelli ai danni della popolazione italiana da parte delle truppe di Tito.
Partiamo dalle stragi nazifasciste. Quando le truppe tedesche invasero la penisola e riapparvero le camicie nere, non tutti gli italiani rimasero a guardare e le combatterono con le armi in pugno. Di fronte ai primi vagiti della Resistenza, la reazione nazifascista fu feroce: l’ordine emanato da Kesselring parlava chiaro, per ogni soldato tedesco morto, dovevano essere giustiziati dieci prigionieri italiani, senza distinzione fra militari e civili e in totale disprezzo delle convenzioni internazionali. Il 24 Marzo 1944, in seguito all’attentato di Via Rasella, nel quale muoiono 32 soldati tedeschi e 3 civili, il comando tedesco decide di scatenare una rappresaglia esemplare, trucidando dentro le “Fosse Ardeatine” 335 italiani, fra militari e civili, per far capire a cosa andavano incontro tutti quelli che si opponevano all’occupazione. Una punizione talmente spietata (Hitler voleva addirittura 50 fucilazioni per ogni morto tedesco e la deportazione di altre 1000 persone nei campi di lavoro in Germania) che gli stessi soldati sopravvissuti della 11a compagnia del III battaglione dell’SS-Polizeiregiment “Bozen” si rifiutarono di farne uso per vendicare i propri commilitoni morti nell’attentato. Una simile politica di terrore, a differenza di quello che sostengono alcuni, non poteva essere combattuta con mezzi pacifici: ci avevano provato i parlamentari con la secessione dell’Aventino, ma quel tentativo di insurrezione pacifica nei confronti del fascismo si era rivelato sterile e inutile di fronte all’aggressività di un regime che non esitava a macchiarsi le mani di sangue pur di raggiungere il potere.
Dall’altra parte, la violenza dell’occupante nazista e dei repubblichini (non dimentichiamoci che gli uomini della Repubblica Sociale combattevano insieme alle truppe dell’Asse, in alcuni casi parteciparono ai massacri nazisti e mai si opposero a questi, mettendosi a difesa della popolazione civile) generò altrettanta violenza, quando le vittime di un tempo riuscirono a sopraffare anche militarmente i loro carnefici. Le troppe angherie subìte portarono alcune formazioni partigiane a rispondere al terrore con l’odio e in qualche caso, la fine della guerra non portò la fine della pace sociale ma soltanto un atroce regolamento di conti.
È il caso delle foibe, di quei massacri compiuti dall’esercito di Tito in marcia su Trieste nei confronti degli italiani, fascisti e non, uccisi e poi sepolti nelle cavità naturali di cui è pieno il territorio carsico. Una strage che fu pianificata per togliere di mezzo eventuali oppositori politici del futuro regime titino e per azzerare la presenza italiana da quelle terre che gli slavi avevano sempre considerato un loro territorio; un evento sicuramente atroce, ma che rischia di diventare solo un mezzo di propaganda politica se si ignora la storia che lo ha generato e si analizzano soltanto le stragi dei soldati di Tito. In primo luogo, bisogna ricordare che fino a pochi anni prima, quei territori erano occupati dalle truppe tedesche e italiane, ed entrambi gli eserciti avevano compiuto numerosi eccidi nei confronti della popolazione civile di etnia slava. L’Istria, Fiume e la Dalmazia poi, da almeno un ventennio vivevano sotto l’occupazione italiana ed in quei territori la presenza di nostri connazionali era la minoranza: una minoranza però che rappresentava l’elitè culturale ed economica di quelle zone e che aveva imposto alla maggioranza con la forza la propria lingua, la propria cultura e le proprie leggi (le leggi di un regime dittatoriale, non scordiamocelo). Premesso che le foibe purtroppo sono una pagina nera della nostra storia e che ora non possiamo più nascondere la gravità del massacro, per onestà intellettuale mi piacerebbe sentire tutti coloro che condannano questo atroce crimine nei confronti degli italiani per gettare fango sui propri vicini e sui “comunisti”, condannare con altrettanta forza quelle stragi commesse dagli italiani stessi in tempo di guerra e i tentativi forzati di “italianizzare” gli slavi. Fino a quando non sentiremo questa condanna, le foibe non diventeranno argomento di storia ma di bieca propaganda politica, e il giorno della memoria sulle medesime, una ricorrenza fine a se stessa, che non serve per unificare ma solo per dividere ulteriormente un paese già lacerato da troppe divisioni.



