di Giovanni Agnoloni
Francesco D’Isa, Anna. Storia di un palindromo (Editrice Effequ)
In questi ultimi mesi sono due i libri che mi hanno invogliato più di tutti a macinare pagine, nella lettura: uno è Viola! Viola! Duce! Duce!, di Francesco Russo, e l’altro è Anna. Storia di un palindromo, di Francesco D’Isa. In comune non hanno solo il nome di battesimo degli autori, ma anche l’editore, Effequ, piccola realtà di notevole qualità, come i vini migliori – ricordiamo anche, tra le recenti opere di narrativa da loro pubblicate, Válecki, di Gabriele Merlini.
Anna. Storia di un palindromo è, fin dal titolo, un gioco di rinterzi e di specchi. Gioco intellettuale e raffinato, beninteso. La vicenda della “visionaria” protagonista, colpita da un piccolo angioma cerebrale e operata con un’avanzatissima tecnica dal neurologo Ezio, che però commette un sia pur minimo errore, s’intreccia sottilmente con le complicate dinamiche mentali ed emozionali del dottore.
Le strane frasi sul proprio passato che, dopo l’operazione, di tanto in tanto Anna pronuncia, in fondo, non sono che il pretesto per una serie di intrecci onirico-sentimentali che, lungi dall’essere scontati, sono fortemente aderenti alla dimensione del quotidiano.
Tuttavia, D’Isa, che è anche un brillante artista visuale, esplora i recessi della quotidianità con la ricorrente presenza – e direi quasi “iniezione” – di elementi trasversali, che non definirei fantastici tout court, ma – non dimenticando le illustrazioni realizzate dall’autore per un recente numero della rivista NeXT (il 18°) –, quantomeno consonanti con la poetica del movimento connettivista. Intendiamoci: Francesco D’Isa non vi aderisce espressamente. Dalle sue righe, però, senza dubbio traspare una sensibilità in parte affine a certi spunti propri del Connettivismo, o almeno della sua componente più vicina allo spirito del surrealismo – senza trascurare una certa qual aura crepuscolare, che pur è presente nelle pagine di questo autore, e che è un altro dei temi portanti del movimento.
Cito, da pag. 113:
“Lo scintillare dei dettagli si incastrava tra ricordi e parole; l’assalì una malinconia simile a quando guardava delle vecchie foto, dove momenti tristi e felici avevano in comune solo il fatto di essere passati.” (ecco il tono crepuscolare)
E, da pag. 119:
“La distanza mi snerva. Viviamo in due mondi separati, l’uno in attesa dell’altro. Sono un sano di mente rinchiuso in manicomio. Le mie sicurezze si sfaldano, gli scopi si offuscano, l’identità si confonde, la mente è un pesce che cambia sesso.” (ecco il tono tendente al surrealismo).
A prescindere, comunque, dalle possibili considerazioni di natura stilistica, il quadro che risulta dalla felice mano del D’Isa è mosso e spiazzante, poiché le prospettive vi si spostano e incastrano, lasciando emergere, dietro il tessuto apparente delle cose, un livello di lettura nascosto e sorprendente.
Un ottimo esordio da romanziere, dunque, dopo le già interessanti prove da autore di racconti, con la partecipazione alle antologie Selezione naturale (edita sempre da Effequ) e Toscani maledetti (ed. Piano B).



