di Marco Nacci
Francesco Guccini: canzoni e testi d’amore e politica del poeta emiliano, nato il 14 giugno 1940
“Quando è stata quell’ultima volta che hai sentito tua madre cantare? Quando in casa, leggendo il giornale, hai veduto tuo padre fumare, mentre tu ritornavi a studiare? In quei giorni ormai troppo lontani… Era tutto, il presente e il fututo, un qualcosa lasciato al domani…” (cit. Francesco Guccini, “L’ultima volta”).
Sono nato nell’aprile 1974, mi chiamo Marco. Sono un “Fondamentalista Gucciniano”. Anzi, la dico meglio: mi ritengo un “Gucciniano d’Assalto”, quasi per prendermi in giro da solo. E oltre a quanto appena detto, affermo con rammarico e soddisfazione, con divertimento e con simpatia, con misura e dismisura, con sorriso e preoccupazione, che mi trovo in grossa difficoltà. Non so se riuscirò a scrivere adeguatamente ciò che penso e ciò che sento, perché l’oggetto delle mie parole sarà nientemeno che il mio cantautore preferito… Un tipo che ama le sue radici tanto da dedicare loro un album, titolo compreso. Un uomo grande e grosso, di enorme ironia e di impatto imponente, un artista che, soprattutto, e più di tutto, è riuscito a trovare un pezzo da realizzare per ogni mio stato d’animo, mica poco. Non mi son dato un criterio, per buttar giù pensieri ed elucubrazioni, per cui chiedo pazienza e comprensione, alla fine sono soltanto un povero nerd banalmente malato di cantautorato…
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Già, perché se uno parla di Guccini, allora pensa immediatamente a “Trionfi la giustizia proletaria!” o all’altrettanto famoso “Lunga e diritta correva la strada, l’auto veloce correva!”. Eh no, eh no, eh no… Della tecnica con cui Guccini scrive o interpreta canzoni non so dire molto, perché di questo aspetto so poco; la musica e le parole della sua opera sanno e hanno sempre saputo suggerirmi immagini e poesia, pensiero e coinvolgimento, immersione ed emersione, viaggio e permanenza… Ma andiamo con ordine, appunto, in un ordine che non riuscirò a seguire, lo dico subito, e che dunque è solo una facciata…
“Sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta, ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta: qualcuno è andato per età, qualcuno perchè già dottore e insegue una maturità, si è sposato, fa carriera ed è una morte un po’ peggiore… Cadon come foglie o gli ubriachi sulle strade che hanno scelto, delle rabbie antiche non rimane che una frase o qualche gesto, non so se scusano il passato per giovinezza o per errore, non so se ancora desto in loro, se m’ incontrano per forza, la curiosità o il timore…”. Già, appunto. C’è una canzone, scritta e interpretata da Francesco Guccini, che io considero un po’ la mia (!) canzone, in uno di quei tipici attacchi di megalomania battente che prende talvolta a noialtri Gucciniani, vittime o gaudenti beneficiari dell’opera del Maestrone di Pavana. Tale pezzo si chiama “Canzone delle osterie di fuori porta”, il cui tratto fondamentale sta nel guardare con disincanto, leggerezza e (tutto sommato) una certa benevolenza la vita e la gente che ci sta attorno, mentre il nostro esistere continua a esistere. Un esistere che sopravvive, con un’identità che sempre si modifica ma che prende tracce e forme più morbide, in una tranquillità (forse) più riconosciuta, e riconosciuta come compagna migliore dell’irrequietezza, più tipicamente giovanile… Quando l’ascolto, io penso sempre che “Canzone delle osterie di fuori porta” sia la metafora di qualcosa di molto più grande, però, perché tira in ballo immagini e pensieri che al di là della metafora delle osterie fa interrogare chiunque circa chi era e chi è adesso… Ebbene: Guccini, in quella canzone, parla di come tante persone abbiano nel corso del tempo abbandonato, o inconsapevolmente perso, la loro voglia di divertirsi, di ridere semplicemente, la loro genuinità, il loro vivere più vivo. Chi, del resto, non ha mai avuto qualche attacco di nostalgia? Per amici andati, per vissuti consumati in fretta o male, per situazioni rimaste in bilico, per qualcosa che è rimasto sfuggente nell’arco della memoria o del tempo che è mancato.
Metafore umane, stracci di ironia, stranezza d’animo, l’andare sconclusionato del tempo, personaggi storici, personaggi di fantasia, ricordo, stagioni andate, radici amate, saggezza e filosofia si possono trovare in tutta l’opera del Guccio. Personalmente, anche e soprattutto per formazione, ho cara anche la sua impronta politica e culturale, non tanto per analogie di qualche tipo con i filosofi sordi della Seconda Repubblica, quanto per un gioco di specchi che amo ancora fare con la mia anima del passato, quella di un (non più) giovane innamorato del progetto comunista… Ecco allora che “Stagioni”, “Canzone per il Che”, “Su in collina”, “Eskimo”, la straordinaria “Canzone per Silvia”, “Addio”, “Il sociale e l’antisociale”, “Piazza Alimonda”, la recente “Quel giorno d’Aprile” o “La locomotiva” non possono non accendere immediatamente quella miccia da incendiario che mi sopravvive dentro, quando le ascolto, nonostante l’estremismo quasi bolscevico a cui tanto aderivo e amavo appartenere si è rivelato, nel corso del tempo, solo una moderata simpatia per i valori dell’uguaglianza, dell’antirazzismo, della difesa della sanità pubblica, della promozione della scuola pubblica, della necessità di difendere il lavoro per operai e classi più disagiate e così via. Niente di più e niente di meno rispetto a un normale manifesto elettorale sinistrorso, insomma. Ma, ripeto: nient’altro, lo ammetto perfino con un po’ di rammarico… “Eskimo”, comunque, in questa lista, va ricordata con un pizzico di attenzione in più, perché è presente anche qua uno dei temi più cari e presenti nell’opera gucciniana, e cioè il tempo che scorre, che in qualche modo ci trasforma, ci fa essere qualcos’altro rispetto a ciò che si era, sullo sfondo di un amore vissuto a vent’anni… “Perchè a vent’anni è tutto ancora intero, perché a vent’anni è tutto, chi lo sa, ma a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età!”.
In qualche maniera anche “Cristoforo Colombo” e “Bisanzio” possono essere considerati dei pezzi politici, ma in questi due casi la metafora attraverso cui si raccontano i brani è talmente intrisa di umanità da diventare essa stessa la vera identità delle canzoni, con, rispettivamente, il navigatore genovese e Filemazio a narrarci i dubbi, le domande, le preoccupazioni e l’intensità del vivere delle loro storie. Personalmente ritengo “Cristoforo Colombo” una canzone splendida, perché riesce a svelare le contraddizioni di quell’America che tutto crea e contemporaneamente tutto nega… “Auschwitz“, poi, è famosissima, e sinceramente quel che posso fare io adesso è soltanto declamare la sensibilità umana più fine del Guccio al cospetto della fragilità pesantissima del dramma dell’Olocausto...
La riflessione sull’amore nel tempo (“Eskimo”, appunto, ma anche “Farewell”, “Canzone delle ragazze che se ne vanno” o “Primavera ’59”), sugli amori nei diversi tempi (“Vedi cara”, “Vorrei”, “Lui e lei”), su ciò che un tale amore ha saputo e potuto dare solo a un tale tempo (“100, Pennsylvania Ave”, “Incontro”, l’inventata e non biografica “Autogrill”) su ciò che scaturisce dagli amori perfino messi male nel tempo (“Scirocco”, “Ti ricordi quei giorni”, “Canzone quasi d’amore”, “Quattro stracci”) ha dimensione evidente e persistente in un sacco di pezzi che io considero davvero meravigliosi, del mio Maestrone preferito, e se ogni tanto emerge qualche amarezza e acidità sullo sfondo delle note, mi si faccia dire che i vari ‘forse’ che i testi hanno dentro ne alleggeriscono spesso l’apparente e ingorda nettezza… Sconsiglio vivamente a chiunque viva di rimpianti amorosi di ascoltare “Ti ricordi quei giorni”, inserita soltanto, per quel che ne so io, nel CD live “Quasi come Dumas”; “Ti ricordi quei giorni”, per interpetazione, per l’impianto del pezzo, per la crescita del contenuto e del colore delle parole accompagnato dalla musica sempre più intensa, spezza veramente in due l’ascoltatore, lo rende immediatamente preda della situazione amorosa del protagonista, in un turbinio di emozioni e di illogici (non) vissuti tali che chi si gode il brano finisce per viverlo. Che faccio? La cito, almeno un po’? Ma sì, dai… “Ora dove sei e che gente vede il tuo viso e ascolta le tue parole leggere, le tue sciocchezze leggere, le tue lacrime leggere, come una volta? Che cosa dici ora quando qualcuno ti abbraccia e tu nascondi la faccia e tu alzi fiera la faccia e guardi diritto in faccia come allora? Qui un poco piove e un poco il sole, aspettiamo ogni giorno che questa estate finisca, che ogni incertezza svanisca… E tu? Io non ricordo più che voce hai. Che cosa fai? Io non credo davvero che quel tempo ritorni, ma ricordo quei giorni…”. Un vero massacro emozionale per chi ha o ha avuto il cuore infranto, mi si creda con un po’ di fiducia e simpatia…
Il cd live “Quasi come Dumas” – copertinedvd.net
Allo stesso modo invito tutti quanti ad ascoltare interamente il testo e la musica di “Canzone delle ragazze che se ne vanno” e di “Vedi cara”, che a parer mio si assomigliano molto, sebbene partano da punti diversissimi. E le ascolti specialmente chi necessita di un po’ di serenità. E facciamoci pure un onesto giretto su “100, Pennsylvania, Ave”, dedicata a una vecchia fidanzata americana; brano intriso di memoria e di umanità, colmata solo dal tempo che ha diviso Francesco da quell’esperienza nel Maine: “Però tu sai che è il gioco d’un istante perchè da allora già lo sentivamo che possibilità ce ne son tante per quei due tipi che allora eravamo: io son quasi importante, tu cosa sei, e chi siamo? Ma forse almeno tu hai conservato quell’ ideale che avevamo in testa, probabilmente in te cenni ha lasciato,ogni cosa alla lunga mi molesta e cerco un’ altra festa e poi le feste in fondo mi han stancato… Poi erano ideali alla cogliona fatti coi miti del ’63, i due Giovanni e pace un po’ alla buona, Ramblas di Barcellona, la prima crisi dura dentro in me… […] Io credo che sappiamo che è diverso se le cose son state poi più avare. Le accetti, tiri avanti e non hai perso se sono differenti dal sognare perchè non è uno scherzo sapere continuare. E scusami se sono qui a pensare a te, alle tue parole e ai tuoi sorrisi, come il Matto fra carte da giocare può risolvere un attimo di crisi, anche se allora smisi, ora vado, e via, andare…”
Ci sono anche dei pezzi che io considero un po’ i manifesti di pensiero di Francesco Guccini. Quelle canzoni, insomma, in cui lui racconta cosa gli piace e cosa non gli piace, quello che ama del mondo e quello che non ama, fin quasi a disgustarlo. Oltre ad “Addio”, già citata, possiamo annoverare le varie “Canzone di notte”, sparse in giro per i vari album del cantautore emiliano, ma ovviamente pure “L’avvelenata”, “Lettera” e “Quello che non” in questo frangente di scrittura. Tutte partono da esperienze biografiche ed esperienze umane ralmente accadute, ma via via assumono identità e autonomia, e raccontano, quasi per contrasto, quel che a Guccini non va giù… E quindi “Io dico addio a chi si nasconde con protervia dietro a un dito, a chi non sceglie, non prende parte, non si sbilancia o sceglie a caso per i tiramenti del momento curando però sempre di riempirsi la pancia, e dico addio alle commedie tragiche dei sepolcri imbiancati, ai ceroni ed ai parrucchini per signore, alle lampade e tinture degli eterni non invecchiati, al mondo fatto di ruffiani e di puttane a ore, a chi si dichiara di sinistra e democratico però è amico di tutti perché non si sa mai, e poi anche chi è di destra ha i suoi pregi e gli è simpatico ed è anche fondamentalista per evitare guai a questo orizzonte di affaristi e d’imbroglioni fatto di nebbia, pieno di sembrare, ricolmo di nani, ballerine e canzoni, di lotterie, l’unica fede il cui sperare…” (da “Addio”); ma anche “Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso, mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare: ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!” (da “L’avvelenata”) e chiaramente pure “Non siamo la polvere di un angolo tetro, né un sasso tirato in un vetro, lo schiocco del Sole in un campo di grano, non siamo, non siamo, non siamo… Si fa a strisce il cielo e quell’ alta pressione è un film di seconda visione, è l’urlo di sempre che dice pian piano: non siamo, non siamo, non siamo…” (da “Quello che non”). Francesco ha spesso detto che considera “L’Avvelenata” una sua canzone minore. Sbaglia! Mi si perdoni la protervia, ma qui il Guccini da Pavana si sbaglia di grosso. A me, però, “L’avvelenata” piace talmente tanto che la trovo immancabile, nell’annovero dei miei brani preferiti… Semplicemente.
Della vicenda legata a “Dio è morto” penso in molti siano informati. In breve; la canzone, all’epoca della sua pubblicazione affidata ai Nomadi (era il 1967) per essere eseguita successivamente anche dall’autore, fu censurata in lungo e in largo, a livello di radio e di media in generale, ma riuscì a essere trasmessa dalla Radio Vaticana, l’unica che volle passarla, che incredibilmente riuscì a carpirne e a coglierne il significato più autentico, quello secondo cui “Se Dio muore per tre giorni, e poi risorge”, non legato ovviamente a qualcosa di prettamente liturgico quanto alla metafora di speranza per una generazione “appena nata” da cui ci si attende comunque, e logicamente, un qualche futuro. Un buon futuro, quantomeno.
“Canzone per Silvia” sarà sempre uno dei miei pezzi preferiti. Sì, è una canzone galoppante e melodicamente intensa. Sì, si tratta di una canzone in qualche modo vicina e avvicinabile a quella che a quel tempo (correva l’anno 1993) era una certa Sinistra. Sì, certamente parliamo di una canzone fondamentalmente contro la guerra, sebbene da lontano. Tutto vero; a me, però, resta dentro il coraggio di un testo costruito sulla persona di Silvia Baraldini, a sostegno dalla quale, oltre a Francesco Guccini, si schierarono numerosi artisti e tanta, tanta, tanta parte dell’opinione pubblica italiana. Ed io ero fra questi, per la cronaca… “Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce la vita, com’è fatta, e come uno la gestisce, nei mille modi e i tempi, poi le possibilità, le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessitàltà… E ancora mi domando se sia stato mai felice, se un dubbio l’ebbe mai, se solo oggi si assopisce, se un dubbio l’abbia avuto poche volte oppure spesso, se è stato sufficiente sopravvivere a sè stesso”.
Spero che di me non si racconti, tra qualche decina d’anni, non appena avrò lasciato questa bella Terra, ciò che si dice ne “Il pensionato”, dove Guccini sfrutta l’immagine di un anziano signore suo vicino (?) di casa per parlare più in generale dell’esistenza, in una riflessione che ancora mi mette i brividi per quanto a fondo sa andare… E nella solitudine che avvolge l’esistenza di questo signore, Francesco ci si rivede un po’, e un po’ teme questa dimensione. E un po’, forse, la vuole. Perfino, la vuole: “Non posso, non son dir per niente, se peggiore sia a conti fatti la sua solitudine o la mia… […] … e a poco a poco andrà via dalla nostra mente piena, soltanto un’impressione che ricorderemo appena…”.
Ne vogliamo citare qualche altro, di pezzi che ho dentro perché giocoforza mi son rimasti dentro? E sia. Cominciamo con “Due anni dopo” (“Visioni e frasi spezzettate si affacciano di nuovo alla mia mente, l’Inverno e il freddo le han portate, o son cattivi sogni solamente. Mattino verrà e ti porterà le silouhettes consuete di parvenze; poi ti sveglierai e ricercherai di desideri fragili esistenze… Lo specchio vede un viso noto, ma hai sempre quella solita paura che un giorno ti rifletta il vuoto oppure che svanisca la figura… […] E ancora non sai se vero tu sei o immagine da specchi raddoppiata; nei giorni che avrai però cercherai l’immagine dai sogni seminata… E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto; non sai però se sono vere o sono dentro all’ anima soltanto”), proseguiamo con “Venezia” (“Stefania era bella, Stefania non stava mai male, ma è morta di parto gridando in un letto sudato di un grande ospedale. Aveva vent’anni, un marito, e l’anello nel dito. Mi han detto confusi i parenti che quasi il respiro inciampava nei denti…”) e andiamo ancora avanti con “Per quando è tardi”, un cui stralcio bellissimo recita “E li vedi, girare lenti strascicando i piedi, parlare forte a tutti od a nessuno o piangere aggrappati ai muri, stanchi e addormentati. L’ora vola e il vino amico o ammazza o li consola, e il vino li fa vivere o morire e la tristezza solita o li uccide o se ne va…”. Se comunque l’ho già rammentata altrove, non posso, col cuore in mano, non citare in questo testo, visto che ne ho opportunità, “Incontro”. Ebbene, “Incontro” è una canzone davvero particolare, di quelle che quasi rovinano il concetto di banalità, perché ti collocano indifeso e sprovvisto di copertura emotiva di fronte a una serie di verità acclarate d’improvviso, a margine del breve racconto melodico di una cena con una vecchia amica, che poi era pure una vecchia fiamma del Francescone. Il ricatto del tempo che si fa giudice infingardo e che accorcia e che muta le dinamiche dei suoi abitanti umani in “Incontro” diventa dolce, tenero, sordido, perfido, bello, terribile e oserei dire quasi fisico, perché si risolve nella strofa finale che disimpegna nell’incanto l’ascoltatore, attratto inesorabilmente dalla chiosa “E pensavo dondolato dal vagone ‘Cara amica il tempo prende il tempo dà… Noi corriamo sempre in una direzione, ma qual sia e che senso abbia chi lo sa… Restano i sogni senza tempo, le impressioni di un momento, le luci nel buio di case intraviste da un treno: siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno’…”. E dire che “Venezia” è una canzone per un’amica. Ah già, perché c’è pure, “Canzone per un amica”, originariamente nata come “In morte di S.F.”.
E per gli amici Francesco Guccini ha realizzato anche altra bella roba, per quel che mi riguarda, e i migliori esempi che voglio ricordare sono “Gli amici”, “Cencio” e “Canzone per Piero”. Già, “Canzone per Piero”, un altro manifesto, a suo modo, di quello che costituisce la necessità incontenibile di far della vita e dei rapporti con le persone una continua metafora di disincanto, un intreccio diversamente difficile di testimonianze e di radici, come accade peraltro pure in “Canzone della vita quotidiana”, in “Piccola città”, in “Radici” e anche in un pezzo dell’ultima fatica discografica, “L’ultima volta”, inserita nell’album “L’ultima Thule”. “L’ultima volta”, di cui ho brevemente già impresso traccia, sfoga l’affanno e la voglia di render calmo e furioso il ricordo, delineandolo e cantandolo lieve per renderlo eterno. Una poesia di ricordo, dove si misurano improvvise le memorie e la sincerità del presente…
Come già accennato qua e là è l’aspetto memoriale e del tempo che scorre che torna, ritorna, immerge i significati, ne trova ulteriori, li combina e li scombina all’infinito, a palesarsi come fondamentale, nelle canzoni di Guccini. Almeno a parer mio. Si diceva di “Radici”, giusto? Ecco: “Radici” è un album (oltre che una canzone che all’album presta e dà il titolo) che si fa avanguardia di questa condotta temporale, poiché scova le emozioni che la curiosità della mente rende incombenti, nella ricerca di chi c’era prima di noi, di cosa siamo stati nel passato, in un dialogo che poi inevitabilmente si mostra al presente. Da maledetto malato di citazioni quale mi ritengo non posso mancare di citarne un pezzo: “E tu ricerchi là le tue radici se vuoi capire l’anima che hai. Quanti tempi e quante vite sono scivolate via da te come il fiume che ti passa attorno tu che hai visto nascere e morire gli antenati miei lentamente, giorno dopo giorno ed io l’ultimo ti chiedo se conosci in me qualche segno, qualche traccia di ogni vita o se solamente io ricerco in te risposta ad ogni cosa non capita. Ma è inutile cercare le parole, la pietra antica non emette suono o parla come il mondo e come il sole, parole troppo grandi per un uomo. E te li senti dentro quei legami: i riti antichi e i miti del passato, e te li senti dentro come mani, ma non comprendi più il significato. Ma che senso esiste in ciò che è nato dentro ai muri tuoi? Tutto è morto e nessuno ha mai saputo, o solamente non ha senso chiedersi: io più mi chiedo e meno ho conosciuto. Ed io l’ultimo ti chiedo se così sarà per un altro dopo che vorrà capire, e se l’altro dopo qui troverà il solito silenzio senza fine.”.
La copertina di “Radici” – intheflesh.it
Che dire, poi, di “Canzone dei dodici mesi”, della già citata “Eskimo”, di “Inverno ’60”, di “Canzone della vita quotidiana”, “Due anni dopo”, di “Il 3 dicembre del ’39”, di “Noi non ci saremo” (dove la nostalgia stavolta lascia il campo a un futuro forse nemmeno da supporre, anziché su cui sperare) e di altre? Il tempo che fatica a rincorrersi, il tempo che pur rincorrendosi non riesce (più?) a trovarsi, il tempo che è costruttore e a volte rovina delle cose. Il tempo che alla fine si ama…
Personaggi, poi. Diversi e veri, inventati e omaggiati, presi in prestito dalla letteratura o emersi dalla forza del ricordo. Personaggi o semplici persone, incontrate o da rammentare, sentieri umani da scoprire e ritrovare. “Cencio” l’abbiam già detta, giusto? E allora proviamo ad andare avanti, e parliamo “Don Chisciotte”, “Keaton”, “Cyrano”, “Ophelia”, “L’orizzonte di K.D.”, “Gulliver”, “Cristoforo Colombo” (di cui un po’ abbiam già detto), il Filemazio di “Bisanzio”, “Amerigo”, “Odysseus”, e tante altre, tante altre davvero… “Gulliver” prende in prestito il famoso personaggio del romanzo di Jonathan Swift e ne trae linfa per dedicare qualche per raccontare pensieri… Una frase di questo brano che io amo moltissimo è questa: “Poi dopo, ripensando a quell’ incedere incalzante dei viaggi persi nella sua memoria, intuiva con la mente disattenta del gigante il senso grossolano della storia e nelle precisioni antiche del progetto umano o nel mondo suo illusorio e limitato, sentiva la crudele solitudine del nano, sentiva la crudele solitudine del nano nell’universo quasi esagerato…”.
Ora so già che mi farò dei nemici tra i miei colleghi gucciniani, ma andando controcorrente devo ammettere che io non amo moltissimo “Cyrano” e “Don Chisciotte”; non è che non mi piacciano, ci mancherebbe, ma l’ondeggiare spaesato nell’oceano ancora non atlantico di “Cristoforo Colombo”, dove il navigatore contrae la rabbia e il nervosismo della ciurma prima di scoprir l’America per poi consegnarla a un presente schizofrenico, o l’andare impetuoso del testo tra terra e mare di “Odysseus” mi coinvolgono e mi avvolgono da sempre di più. Troppo di più… “Anche se non accenna a spezzarsi quel tramonto di vetro, ma li aspettano fame e rimorso se tornassero indietro, proprio adesso che manca un respiro per giungere alla verità, a quel mondo che ha forse per faro una fiaccola di libertà. E naviga, naviga là come prima di nascere l’anima naviga già, naviga, naviga ma quell’oceano è di sogni e di sabbia poi si alza un sipario di nebbia e come un circo illusorio s’illumina l’America. Dove il sogno dell’oro ha creato mendicanti di un senso che galleggiano vacui nel vuoto affamati d’immenso. Là babeliche torri di cristallo già più alte del cielo fan subire al tuo cuore uno stallo come a un Icaro in volo dove da una prigione a una Luna d’amianto l’uomo morto camminadove il Giorno del Ringraziamento il tacchino in cucina e mentre sciami assordanti d’aerei circondano di ragnatele quell’inutile America amara leva l’ancora e alza le vele.” (cit. “Cristoforo Colombo”). Di “Odysseus” mi piace ricordare questo brano, invece: “Ma nel futuro trame di passato si uniscono a brandelli di presente, ti esalta l’acqua e al gusto del salato brucia la mente e ad ogni viaggio reinventarsi un mito a ogni incontro ridisegnare il mondo e perdersi nel gusto del proibito sempre più in fondo…”. Ragazzi, che ci posso fare: resto un malato di citazioni…
“Canzone delle colombe e del fiore” è una delle mie preferite, poco da fare. Di Francesco Guccini, ma pure in generale. Non posso non parlarne, non me lo perdonerei. La metafora di un incontro sessuale è secondaria, in questo pezzo, al pathos infinito su cui è costruita, con la ripetizione, ad ogni finale di strofa, per quattro volte del verso conclusivo, a specificarne l’importanza: “Amore, nel mio giardino vorrei fiorisse la tua rosa perchè l’ anima mia si perda dove il corpo rinasce e riposa, quella rosa di primavera sempre rorida di rugiada, misteriosa come la sera, balenante come una spada balenante come una spada, balenante come una spada, balenante come una spada….”. La ballata che fa da tappeto di note per il testo di “Canzone delle colombe e del fiore” rimanda a esotici scenari, ma a me rimane dentro sopratTutto la voglia del cantore di comunicare alla bramata amata (forse bramata e amata, in verità) il desiderio struggente di averla.
Eccomi qua, comunque. E sono insoddisfatto. Lo sapevo. Me lo immaginavo. E me lo aspettavo. “Culodritto” e “E un giorno” non le ho annoverate in questa mia riflessione lunga e (dis)articolata, eppure mi emozionano tanto, perché si tratta di pezzi dedicati alla figlia di Guccini, e io amo ma invidio la capacità di poter dire certe cose in una situazione d’affetto tipica tra genitore e prole… Non ho parlato della leggerezza quasi tragica di “Un altro giorno è andato”, dell’apparente affresco di “Canzone delle situazione differenti”, di “Canzone della triste rinuncia”, di “Il compleanno” de “Il tema”, di “In collina” e di un sacco di altri momenti straordinari della carriera del Maestrone di Pavana, e a cui io sono legatissimo, oltre che grato. Non ho parlato pure di canzoni comunque importanti che però io amo un po’ di meno, come “Asia”, come “Libera nos domine”, come “Il frate”, come “Antenor”, come “Argentina”, come l’amatissima “L’isola non trovata”, come “Milano”, come “Vite” (interpretata, se non mi sbaglio, pure da Adriano Celentano), ma va bene così…
Tanti Auguri, Francesco, nato il 14 giugno 1940. Ti voglio bene… “Sarà quando, quell’ultima volta, che la vedi e la senti parlare, quando il giorno dell’ultima volta che vedrai il Sole dell’albeggiare e la pioggia ed il vento soffiare, ed il ritmo del tuo respirare che pian piano si ferma e scompare…” (cit. “L’ultima volta”).



