FRANCO FERRARA, MAESTRO TRA I DIRETTORI D’ORCHESTRA

di Giorgio Galli

“Franco Ferrara, maestro tra i direttori d’orchestra”

Tanti direttori d’orchestra – quasi tutti – si sono cimentati con l’ouverture della Forza del Destino di Giuseppe Verdi. Ma solo due sono riusciti a renderla per ciò che è, a spremere tutta la musica che Verdi vi ha infuso: Arturo Toscanini nel 1943, e Franco Ferrara nel 1940. Sono due esecuzioni diversissime. Quella di Toscanini, stretta nei tempi, senza pause, senza un respiro concesso all’ascoltatore, è un convoglio lanciato a tutta forza contro i momenti apicali della partitura. La preghiera del frate, l’improvvisa melodia degli ottoni, suona più toccante perché è quasi gridata. Se Verdi ha affidato la preghiera agli ottoni, ragiona Toscanini, a strumenti eroici e non soavi come gli archi, ci sarà un motivo. Il motivo è che il Destino ci travolge; il Destino ci prende per la gola, non c’è tempo di pregare, le lacrime sono più cocenti perché non c’è tempo di farle scendere. Questo dice Toscanini. Nell’esecuzione di Ferrara gli ottoni intonano la preghiera in un vero pianissimo, un momento quasi di silenzio. Poche musiche sanno cantare il silenzio che contengono. Pochi direttori sanno realizzare il silenzio che c’è nella musica.

Franco Ferrara (foto da Wikipedia) (v. sotto)

Franco Ferrara (foto da Wikipedia) (v. sotto)

Herbert von Karajan confessava di sentirsi a disagio se c’era Franco Ferrara ad ascoltarlo: “Non sono mai così teso e nervoso, come quando so che c’è lui in sala”; e ammetteva, l’orgogliosissimo Karajan, che la sua carriera internazionale era stata favorita dal ritiro dalle scene di Ferrara. Un nemico giurato di Karajan, Sergiu Celibidache, ammirava anche lui l’arte di Ferrara. Il direttore che nel secondo Novecento condivise con Karajan il titolo di principe del podio, Leonard Bernstein, considerava Ferrara, semplicemente, il più dotato di tutti. C’è una foto di Bernstein che osserva Ferrara al lavoro. Ha l’aria di pensare: “Ma come fa? Com’è possibile che lo sappia fare?”

Le rivalità fra musicisti sono fra le più accese: per un rubato son capaci di togliersi il saluto, per la scelta di un tempo considerano morto un collega eccelso. Eppure tutti erano d’accordo quando si parlava di Ferrara. Davanti a lui le rivalità si inchinavano. Tutti cessavano di blaterare e partecipavano alla celebrazione del mistero di cui erano custodi: la Musica.

Si pensa a volte che il genio goda di una speciale protezione dal cielo. Lo crede anche chi non crede al cielo. Lo credeva Iosif Brodsky, che per aver rivendicato un qualche nesso fra la sua arte e il cielo venne espulso dall’Unione Sovietica. Eppure, nessuno dal cielo scese a slacciare la sciarpa che strangolò Isadora Duncan; nessun angelo di frappose fra Gaudì e il tram che lo stava investendo; nessuna creatura alata impedì a Maldel’stam di sparire fra le ceneri del Gulag, o a Charms di finire i suoi giorni in un manicomio sovietico a causa d’una poesia per bambini. Walter Benjamin aveva scritto l’Angelus Novus; ma nessun angelo, né vecchio né nuovo, gli impedì di tagliarsi le vene quando l’avanzata del nazismo gli aveva reso la vita insopportabile.

Franco Ferrara nacque a Palermo nel 1911. Iniziò a dirigere nel 1938, subito acclamato come un giovane prodigio. Ma nessuno gli aveva insegnato a dirigere. Prima d’allora aveva solo suonato il violino. Racconta Riccardo Chailly, suo allievo: “Autodidatta, si era formato guardando i direttori quand’era violinista. Quelli che lo hanno avuto come spalla, come Molinari-Pradelli e Gavazzeni, trovavano persino fastidiosa la sua presenza: col suo sguardo elettrico seguiva l’insieme della concertazione e pareva guidarla, intromettersi”. Chailly, citando Molinari e Gavazzeni, sminuisce l’importanza dell’ambiente musicale in cui il giovane Ferrara ficcava i suoi occhi imponenti. Aveva suonato il violino sotto la guida di Mengelberg, di Walter, di De Sabata. Aveva rubato a tutti i loro trucchi.

Nel 1938 l’esordio. Nel 1948 il ritiro. Nell’anno delle leggi razziali, Ferrara era entrato nella storia della musica. Nell’anno della Costituzione ne era uscito. Quale beffa, per un antifascista come lui!
“Dirigevo la sinfonia Dal nuovo mondo di Dvorak a Roma. Aveva appena attaccato il corno, e io sono caduto. Mica svenivo: cadevo a occhi aperti e questa era la mia grande, terribile vergogna”, raccontava. Cadeva sulle prime file dell’orchestra, cadeva e rischiava di far male e farsi male. Eppure rimaneva sveglio. Perché cadeva? C’è chi ha parlato di problemi nervosi, di troppo coinvolgimento emotivo, di epilessia; chi di una scarsa ossigenazione del sangue che non gli consentiva lo sforzo di dirigere. Scrisse Alberto Savinio: “Migliaia e migliaia di uomini ‘giocano’ con la musica sia colandola nella varie forme della composizione sia facendo cantare le sue voci prigioniere, sia ascoltandola e abbandonandosi al suo canto di bestia doma; e un giorno la Musica appare simile a un’ ombra lunga accanto al giovane direttore, lo afferra per il collo, lo butta giù dal podio. È la vendetta della Estranea Cosa”.

Nino Rota (foto da Wikipedia) (v. sotto)

Nino Rota (foto da Wikipedia) (v. sotto)

Si dedicò alle incisioni in studio, ma ne restano poche. Si dedicò alle colonne sonore. Quando vediamo i primi film di Fellini, o Il Gattopardo di Visconti, c’è Ferrara a dirigerne le musiche. Nino Rota le scriveva e Ferrara le dirigeva. Anche di Rota s’era occupato Savinio, e l’aveva definito “il più musicale fra tutti i musici”. I più musicali fra i musici si diedero la mano davanti alle pellicole ancora silenti dei più regali fra i registi.

Ma venne il momento che Ferrara dovette abbandonare anche Rota, anche Fellini e Visconti. Non poteva più dirigere brani interi. Gli restava solo da insegnare. E insegnò, sfornando allievi uno migliore dell’altro: Seiji Ozawa, Adam e Ivan Fischer, Myung-whun Chung, Daniel Oren, Riccardo Muti, Riccardo Chailly, Francesco d’Avalos, Eliahu Inbal, Claudio Scimone, Giuseppe Sinopoli: la direzione d’orchestra degli anni recenti è stata fabbricata da Ferrara. Ma la malattia avanzava, negli ultimi anni intervenne anche un ictus. Ferrara restò con metà corpo bloccato. Poteva prendere la bacchetta solo per brevi esempi agli allievi.

Gli allievi ricordano tutti la bellezza del gesto di Ferrara. Noi non la conosciamo. Possiamo vederlo dirigere solo pochi secondi, all’inizio di Bellissima di Visconti e in una scena de La porta del cielo di De Sica. Dischi suoi quasi non ne esistono. Su youtube troviamo qualche saggio della sua arte, preservato dal devoto allievo Gian Luigi Zampieri – che ha conservato anche l’unica registrazione della voce nervosissima di Ferrara, della sua voce siciliana quasi balbuziente, a scatti, imperiosa e isterica a un tempo. Con quella voce si rivolse un giorno ai tromboni che non avevano abbastanza fiato. Gridò: “Tchromboniii!” colla sua pronuncia palermitana, e i tromboni di colpo si assestarono. Non era più direzione quella. Ferrara non poteva più neanche muovere le braccia. Era puro carisma.

Carisma e orecchio. Un parente musicista mi raccontò d’aver assistito a una sua lezione all’Accademia Chigiana di Siena. Ferrara fermò l’orchestra durante un crescendo del Dafni e Cloe di Ravel. C’era un armonico sbagliato. “Ma come ha fatto” si chiedeva il mio parente musicista “a sentire un armonico sbagliato nel pieno di un crescendo di Ravel?”

Che uomo era Ferrara? Sentiamo ancora Chailly: “Quando non insegnava era caldo, disponibile. Ricordo pomeriggi gradevolissimi trascorsi a chiacchierare in un bar di Piazza del Campo a Siena. Conosceva mille aneddoti buffi legati alla musica, era un gran narratore di barzellette. Ma insegnando poteva diventare spietato. Non tollerava l’impreparazione. Diceva: insegno a fini interpretativi, non tecnici, chi viene da me deve avere la tecnica a posto. Il che non accadeva spesso. E allora era capace di scenate terrificanti. Lasciava a metà la lezione gridando come un pazzo, pareva posseduto dal demonio della musica. Sentivamo la sua voce echeggiare crudele, insultante, nei corridoi del Teatro dei Rinnovati. Una volta arrivò a scardinare una poltrona della platea, a schiodarla da terra con calci violentissimi. Perdeva completamente il controllo. Noi allievi ci si guardava attoniti, in un silenzio tombale. Si dava pausa, si rimaneva in attesa. Dopo un po’ rientrava muto, abbattuto, e per il resto della lezione restava passivo, senza coinvolgersi. Si percepiva che insegnare, per lui, era il solo modo per realizzarsi musicalmente, ma subendo ogni giorno il sacrificio del sentirsi il podio negato dal suo male. Per questo la sua presenza stressava emotivamente moltissimo. Avevo con lui una relazione duplice: di ammirazione sconfinata e di turbamento insopportabile per il carico d’infelicità che emanava”.

(le foto di Franco Ferrara e Nino Rota, tratte da Wikipedia, sono di pubblico dominio: v. qui e qui)

Leave a Reply

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.