di Nicola Pucci
Dissertare di Kafka, e lo faremo senza la presunzione di offrire a chi legge queste poche righe affermazioni assolutiste vista la complessità del personaggio, ci consente di tracciare le linee oggettivamente più interessanti de “La metamorfosi”, opera prima dello scrittore praghese annoverabile tra i grandi classici della letteratura del Novecento.
Un insolito risveglio, quello di Gregor Samsa, un uomo comune, che scopre di essersi trasformato in uno scarafaggio. Questo suo nuovo stato, che di certo non poco lo lascia stupito, tuttavia non lo sconvolgerà tanto quanto la drammatica presa di coscienza dell’impossibilità di attendere ai propri doveri, ai propri impegni lavorativi, che paiono quasi più costringenti del repellente involucro dentro il quale si ritrova inaspettatamente imprigionato. La famiglia, un’ossessione nella vita di Kafka, soffocante, eccolo qua il primo elemento di riflessione: la contrapposizione tra la fedeltà di Gregor al suo nucleo esistenziale e quella sorta di ripudio in tre atti consumato nei suoi confronti dai parenti a lui più prossimi. Il disprezzo immediato e senza reticenze del padre, l’ostinato ma fragile affetto della debole madre, la controversa complicità della sorella Grete, unica ad accedere alla modesta stanza dove Gregor è relegato nelle sua nuova veste di emarginato. Emarginato? Mi par di poter dire di sì, la frustrazione del commesso viaggiatore ora scarafaggio Gregor nel constatare la riluttanza di chi lo circonda equivale al senso di estraneità che assale Kafka nell’ammettere che il mondo in cui galleggia corre in parallelo con l’universo interiore che appartiene a lui, e lui solo. La conflittualità che agita l’animo di Gregor ne segna l’irrimediabile percorso verso la condanna finale che la fertile penna di Kafka riesce ad esprimere con inesauribile fantasia. L’adattamento al suo nuovo difficoltoso stato, e ritengo non ci sia niente di grottesco in ciò considerata la naturalezza con cui Gregor affronta questa singolare epoca della sua esistenza, è il primo di una serie di passi che hanno per traguardo l’ineluttabile, la morte. Il disperato, vano tentativo del Samsa di relazionarsi in qualche modo con i familiari è nient’altro che la trasposizione fantastica del rifiuto affettivo di cui Kafka accusa il peso lungo tutto l’arco della sua vita, così come la vergogna di sè maturata per il non sentirsi accettato ha la sua traduzione letteraria nel Gregor che lentamente, ma neppure troppo, si lascia scivolare verso la fine rifiutando il cibo di cui la sorella per buona parte del racconto continua a rifornirlo. La caduta senza freni si consuma nelle ultime pagine quando l’abbandono, e mi si perdoni il termine, è globale; Grete senza più riserve lo ripudia e i genitori, preso atto dell’irreversibilità della metamorfosi del figlio, ne decretano il definitivo annientamento accarezzando palesemente l’idea dell’eliminazione dell’orrido insetto. Gregor muore e non c’è traccia di disperazione nell’evento luttuoso, l’amarezza appartiene solo al lettore che interpreta l’accadimento, senza certezze ma è la mia personale opinione, come il soccombere della natura umana alle immutabili e spesso discutibili leggi della società contemporanea, agli albori della quale Kafka, ad inizio secolo, andava affacciandosi.
Disposizioni finali e transitorie: archiviato il racconto difficilmente è praticabile la via di mezzo. Il lettore superficiale presumibilmente memorizzerà la trama come assurda, grottesca, deprimente, affatto incantato dallo stile narrativo di Kafka; una visitazione invece più approfondita permetterà di cogliere appieno il travaglio senza rimedio di un autore a cui il vostro scriba tributa i doverosi onori: che giustizia sia fatta e che il nome di Gregor Samsa sia configurato tra gli immortali.



Ottima sintesi e riflessione su uno dei capolavori immortali della letteratura europea. Grande soprattutto perché ha fotografato l’incapacità dell’uomo moderno di andare oltre i propri blocchi emotivi, in gran parte ereditati dalla famiglia e dall’ambiente sociale, e di trasformarsi nella realizzazione del proprio potenziale.
Tutto questo è frutto della rigida alternativa tra dogmatismo religioso e relativismo razionalistico. Perso il legame con la natura, l’uomo, per dirla con Pico della Mirandola, non riesce più a elevarsi al rango degli angeli (cosa che neanche la religione oscurantista gli consente, figuriamoci una prospettiva familiare e sociale miope e ristretta), ma solo a trasformarsi in “bruto” – come qui vediamo nella forma repellente dello scarafaggio.
Quello che mi fa rabbia di Kafka e della letteratura del suo tempo è che non offre una soluzione positiva. Non dà una speranza. E una speranza c’è sempre.
Mi sembra un bell’articolo. Ti segnalo alcuni temi, su cui il pensiero contemporaneo e la ricerca psicoanalitica in particolare si sono interrogati riflettendo a più riprese su questo saggio: le trasformazioni del corpo nell’adolescenza, la problematica centrale del senso di colpa, a cui il vissuto di vergogna più esteriormente si lega, il lutto e l’incapacità di risolverlo in seno al dolore familiare, la nullificazione del senso di sé, tema che verrà ripreso nella “Lettera al Padre”, in rapporto alla tirannia del padre e all’incapacità di separarsi da un imago genitoriale interiorizzata cronicamente frustrante e da una volontà automatica di compiacerla. E’ in sostanza l’immagine di un bambino deprivato ma anche viziato, il cui fardello successivo di sensi di colpa, per lo scempio di sé perpetrato nel tempo, è diventato tale generare un senso di colpa mostruoso (la trasformazione in insetto), che a quel punto è bene che muoia perché non può seminare che odio e disprezzo nella famiglia, dopo che in origine la famiglia lo aveva ingenerato in lui.
gia’…”lettera al padre”, vedremo in un prossimo futuro di parlarne…mai consegnata al destinatario ma esplicativa del profondo conflitto interiore di kafka…