di Leonardo Masi
“Franz Schubert: Lieder, amori e malinconia”
There’s comfort in melancholy
(Joni Mitchell)
Uno dei sottofondi più adatti a questa stagione fredda è il ciclo di canzoni Winterreise (“Viaggio d’inverno”), composto dall’allora trentenne Franz Schubert nel 1827, un anno prima della morte. Si tratta di ventiquattro Lieder su testi del poeta Wilhelm Müller che già aveva ispirato il compositore austriaco per un altro ciclo, Die schöne Müllerin (“La bella mugnaia”).
L’idea di narrare una storia attraverso un ciclo di canzoni era del tutto nuova, e questo è uno dei motivi per i quali si dice che Schubert, con questi due lavori, abbia reinventato il Lied tedesco. Winterreise è come un’opera lirica, o meglio un monodramma, nel quale i vari personaggi della vicenda, che si snoda attraverso ventiquattro canzoni, sono presentati dalla voce di un unico soggetto lirico, il quale rappresenta una figura tipicamente romantica, quella dell’innamorato condannato al fallimento dalla sua stessa ipersensibilità.
Diversamente da quanto avviene in Die schöne Müllerin, dove seguiamo passo passo l’innamoramento e la delusione dell’io narrante, Winterreise si apre con un addio che è una malinconica ninna-nanna (Gute nacht). La intona il protagonista mentre lascia nottetempo la casa dove, da viandante, si era fermato per un certo periodo, e nella quale vive la donna amata, che però adesso pensa a qualcun altro. Il viaggio attraverso un paesaggio innevato, che da affascinante diventa sempre più freddo e ostile, si chiude, nell’ultima canzone, con il giovane che si trova davanti a un personaggio che è una premonizione del suo futuro: un suonatore di organetto, al quale nessuno getta un soldo e i cani abbaiano, ma che comunque continua a suonare la sua melodia, girando la manovella su uno stagno ghiacciato.
Come si è detto, l’idea schubertiana di raccontare una storia (anche se qui il viaggio è tutto interiore, e non si può dire che ci sia un’azione) attraverso un ciclo di canzoni è del tutto nuova: in fondo i concept album e le rock opera della musica popolare (da Tommy a The Wall) si riallacciano a questa idea. Molto vicino all’estetica schubertiana è anche il lavoro di molti songwriters in tempi a noi più vicini (si pensi alle canzoni, e in alcuni casi agli interi album con solo voce e pianoforte, di Joni Mitchell o Peter Hammill).
L’attualità di Winterreise sta, fra le altre cose, nel fatto che Schubert con questo ciclo affronta un nodo fondamentale della musica: perché amiamo ascoltare canzoni nelle quali si parla di perdita e di amori finiti? Perché ci dilettiamo a cantare parole terribilmente malinconiche sulle melodie di Mina e di Battisti, identificandoci con l’io di quelle canzoni? Forse perché siamo masochisti?
Una risposta la troviamo in un capitolo del libro di Lawrence Kramer Perché la musica classica?, nel quale si analizza Winterreise: “Schubert drammatizza l’infinita capacità di resistenza di una psiche umana che, sebbene non veda limite alle proprie sofferenze, rifiuta di sprofondare nell’immobilità. Continua a vagabondare, e non solo: continua a trovare modi creativi per riflettere sulla propria condizione, per volgere la sofferenza in conoscenza”. Molte delle canzoni che ci piace oggi ascoltare derivano proprio da questa concezione della malinconia in musica.
Schubert, che di Lieder da cantare nei salotti viennesi ne aveva composti circa seicento, si era reso conto di aver composto qualcosa di nuovo con Winterreise. Racconta un suo amico, Josef von Spaun: “un giorno [Schubert] mi disse: vieni oggi da Schober, vi canterò un ciclo di Lieder da brivido. Sono ansioso di sapere cosa ne dite. Mi hanno coinvolto più di qualsiasi altro Lied abbia scritto in precedenza. Quel giorno ci cantò, con la voce rotta dall’emozione, tutta la Winterreise. L’atmosfera cupa e dolente di quei Lieder ci aveva lasciati totalmente stupefatti. Schober affermò che gli era piaciuto solo Der Lindenbaum. Schubert gli rispose soltanto: Io amo questi Lieder più di tutti gli altri, e anche voi li amerete. E aveva ragione.”




Chapeau Leonardo!
Nel grazie – per il *tanto amato* che è impossibile non amare.