di Nicola Pucci
I dolci pendii delle Ardenne conservano memoria di cruente battaglie che macchiarono la storia di un conflitto non ancora troppo lontano. A Dio piacendo le circostanze son cambiate, altri prodi combattenti hanno occupato la scena e sangue e lacrime hanno lasciato spazio a sudore e fatica. Non più omaccioni in tute militari ed elmetti a scodella bensì ossuti figuri in brache e magliette dai mille colori; non più pesanti cingolati d’acciaio bensì leggere strumenti a due ruote in fibra di carbonio; non più fucili e mitragliatrici bensì manubri e leve dentate. Un’altra sfida si accende, è tempo di grande ciclismo, tacciono i cannoni, parla la strada della Freccia Vallone.
Una gara che di diritto assurge al rango di grande classica. Da sempre. E generosa, molto generosa, per i colori azzurri. Ricordo da ragazzo i successi di Moser e Saronni; la prodezza del buon Mario Beccia; le imprese datate anni Novanta del principe della Ardenne, Moreno Argentin, che tre volte colse il trofeo assegnato al vincitore; Giorgio Furlan e Maurizio Fondriest nell’anno di grazia 1993; le vittorie toscane di Bartoli e Casagrande; Di Luca e per finire un altro tris, recente, entusiasmante, di Davide Rebellin.
Stop all’introduzione e spazio all’attualità. Nomi blasonati si presentavano, oggi 18 aprile, alla partenza. 194 chilometri, da Charleroi alla rampa carogna, che spezza il fiato, del Muro di Huy. Un Golgota per molti ma che incendia le speranze dei campioni più acclamati. Purito Rodriguez favorito del giorno, Gilbert fenomeno ma neppure troppo, Valverde redento, Gasparotto eroe del Cauberg, Oscarito Freire stoppato ad un passo dall’Amstel. Ed ancora Vincenzino Nibali atteso al colpaccio, il rampollo di casa Moser, Moreno, giovane ma ardito, i fratelloni Schleck, chiamati ad uscire dalla penombra primaverile. Gli ingredienti per una trama emozionante c’erano tutti e la sfida, colma di passione, non ha deluso.
Pioggia, vento, freddo. Clima del Nord, tanto per capirsi. Lungo le stradine vallonate che si dispiegano nel verde delle Ardenne fin dall’avvio c’è bagarre. I primi avventurieri a cercar fortuna da lontano portano cognomi sconosciuti, al chilometro 22 vanno via in tandem Ratto della Liquigas e Christensen, carneade della Saxo Bank. Sforzo vano e di breve durata, l’azzurro è il primo ad arrendersi, il danese ai meno 142 torna in gruppo. Ci prova allora Bellemakers, agganciato in un secondo momento dal francese Roux. E’ la fuga buona, due cavalieri erranti se ne vanno in barba al plotone che lascia fare e ricucirà lo strappo a poco a poco.
Concedetemi un po’ di retorica, prima del gran finale. Il ciclismo è mestiere avaro che poche volte premia per quanto si semina. Prendete i due temerari di cui sopra: arrancano, sbuffano come vaporiere, si sbattono come dannati, ma poi? Raccolto? Un pizzico di notorietà per essere stati allo scoperto, un vantaggio massimo oscillante sui 7 minuti, il sogno della vittoria che può valere una carriera – accarezzato per qualche ora – evaporato una volta che i grossi calibri hanno spronato le squadre all’inseguimento.
Côte de Boussalle, meno 42. Il primo fuoriclasse a muoversi è Andy Schleck. Niente da fare. Ai meno 23 tocca al campione d’Italia Giovanni Visconti, macchè. Ai meno 15 tutti inseme appassionatamente – compresi i due eroi di giornata – per lo spicchio di gara decisivo. E’ il momento della resa dei conti; in tanti cercano l’azzardo, il jolly dal mazzo lo pesca Joaquim Rodriguez. Sull’erta finale al 20% saluta la combriccola e taglia il traguardo a braccia alzate. Come da pronostico, la freccia delle Ardenne è Purito.




Domenica sul sito di Eurosport l’avevo predetta la vittoria sul Muro di Huy di Rodriguez, dato da molti come favoritissimo della vigilia: quella salita, con pendenze brevi ma tremende, è adattissima allo scatto secco dello spagnolo, che già alla Vuelta dell’anno scorso aveva conquistato due vittorie su pendenze del genere. Complimenti dunque a “Purito”, ma non credo farà il bis alla Liegi – Bastogne – Liegi, corsa nella quale forse potrebbe tornare alla vittoria proprio Gilbert
è sorprendente come Nicola Pucci riesca a tradurre in poesia una competizione ciclistica, rendendo piacevolissima la lettura dell’articolo anche per chi di ciclismo non se ne intende!!!