(Seconda parte dell’intervista di Giovanni Agnoloni al Maestro Ganesh Del Vescovo)
– In un suo passato concerto nella Pieve di Sant’Andrea a Cercina, sopra Firenze, mi colpì molto il pezzo Ricordi di
Nagasaki, ispirato al Giappone. Qui spicca, forse ancor più che nei pezzi d’ispirazione indiana, la sua capacità di trasportare nella dimensione del luogo a cui la musica si ispira. Allora mi sono posto la domanda se questo sia prevalentemente frutto della sua tecnica personale o della sua compenetrazione profonda con l’ambiente, nel momento in cui ha composto il pezzo.
– In realtà quel pezzo non si ispira alla musica giapponese, anche se c’è un piccolo tema che ricorda Sakura. Però non l’ho fatto apposta. Me sono reso conto dopo. In realtà non scrivo mai musica pensando a un luogo. Non sono (almeno consciamente) ispirato da un luogo. Posso scrivere un pezzo lentissimo mentre sono in mezzo al caos, o uno animato stando immerso nella natura. Alla radice del pezzo sta sempre un atteggiamento interiore. Per questo il titolo lo scelgo sempre dopo.
– Nella sua tecnica mi colpisce in particolare il suo tocco magnetico, che mi coinvolge completamente, come spettatore. Che cosa contraddistingue il suo approccio alle corde? Una profonda integrazione con il respiro?
– In realtà il suono è l’ultima cosa che avviene. Certo, per la parte tecnica ho avuto il grande esempio di Alvaro Company, che ha imperniato gran parte della sua ricerca sul suono e sulla respirazione. Però non si può imparare il suono ‘facendo le cose in un certo modo’. Il suono non nasce da un movimento ‘fatto bene’, ma da un atteggiamento interiore. Quando abbiamo un’idea musicale, la mano può iniziare a muoversi da sé in modo strano, insolito. Quindi non c’è una posizione giusta o una sbagliata. La tecnica ‘giusta’ si elabora a partire da un atteggiamento interiore, che genera spontaneamente un modo di muovere le mani. Partendo da qui si può costruire una tecnica.
– Quindi, il suo implicito suggerimento è che qualunque studio formale non deve ingabbiare la spontaneità d’ispirazione, che è l’elemento determinante.
– Sì, però non confondiamoci. La spontaneità, o meglio l’intuizione, conta, ma dev’essere corredata da una grande disciplina. Senza di questa le cose non vengono. E la disciplina, e il metodo di studio, è anch’esso espressione della personalità. Io mi sono creato il mio metodo, ma ad un allievo non lo impongo per forza. Ci sono allievi che recepiscono di più se spiego loro tutto, in modo intellettuale. Altri, invece, apprendono in modo intuitivo, vedendomi suonare. Questa è la trasmissione diretta, che è quella migliore. In questo caso, si può anche insegnare senza parlare assolutamente. È una trasmissione non verbale, la più importante.
– Il discorso dell’interiorità ispira dunque la sua musica nella sua interezza.
– Sì, anche se diciamo che la mia musica si può complessivamente dividere in tre parti: la musica d’ispirazione orientale, quella non di ispirazione orientale (magari evocativa dell’oriente, ma non direttamente ispirata alla musica tradizionale indiana), e infine le trascrizioni di pezzi composti per altri strumenti (per esempio da Frescobaldi, Mozart, Schubert, Verdi). Comunque, qualunque cosa scriva (a parte le trascrizioni), la mia ricerca non si basa sullo studio di altri autori a cui mi sia coscientemente ispirato. Tutto, certo, concorre, ma a livello inconscio, perché la ricerca è guidata da un’ispirazione di natura interiore.
– Veniamo all’ultimo concerto fiorentino, nell’ambito della rassegna dedicata ad Alvaro Company. La sua trascrizione di Ravi Shankar ha senza dubbio rappresentato una sfida, musicalmente. Ne esiste una sua versione per chitarra e tabla e una per sola chitarra. E’ stata maggiore la difficoltà di rendere sulle sei corde dello strumento le sonorità e la mobilità compositiva dell’improvvisazione del sitar, o calarsi nello spirito del musicista indiano?
– Sì, esiste una versione per chitarra e tabla e una mia trascrizione per chitarra, nata su una commissione che ho ricevuto da un noto chitarrista di Parma, Giampaolo Bandini che mi aveva chiesto se fosse possibile farne una versione per flauto, chitarra e tabla, da un originale per sitar, flauto e tabla. Io accettai. Il pezzo ce l’avevo su un vinile, e così l’ho ascoltato e ho riportato a orecchio tutto su carta, nelle parti del flauto e della chitarra. La parte del flauto non presenta nessun problema, perché la composizione è per un flauto traverso occidentale, per cui ho dovuto soltanto ascoltare e trascrivere sul pentagramma. La parte del sitar è stata la più difficile, perché non si trattava solo di trascrivere le note, ma di riscrivere, sostanzialmente, certe parti, per far sì che sulla chitarra il tutto rendesse, in particolare lo spirito. Spesso, in queste musiche, se si cerca di riprodurre alla perfezione quello che fa un altro strumento, si rischia di tradire la natura del pezzo originario. Quindi, lo spirito è stato senza dubbio la cosa più difficile, ma anche la più importante da riportare sulle sei corde.
– Durante il concerto ha sottolineato che Schegge di luce può essere visto come un pezzo “sperimentale”, ma non è nato con questo spirito. Personalmente, ho avuto la sensazione che la sua intenzione fosse di svolgere una ricerca sul suono e le sue vibrazioni. Sembrava che lei cercasse di esprimere sottili movimenti e dinamiche interiori, stati di letizia intima, direi. Ci può parlare della genesi di questo componimento?
– Sì, ho detto che a mio avviso lo si potrebbe forse considerare un pezzo di avanguardia, ma non è assolutamente nato con questa intenzione, anche se presenta tante tecniche nuove, e le sonorità sono particolari. Per esempio, il picchiettare la mano sinistra sulle corde con la destra, a un certo punto. Questo lo facevo agli inizi del mio percorso musicale, quando non sapevo ancora suonare, da ragazzo. Poi, però, queste cose fatte intuitivamente e per gioco mi si sono rivelate dei preziosi aiuti e un arricchimento tecnico importantissimo. È una specie di “ritorno alle origini”.
– Quali sono i prossimi appuntamenti in arrivo, concerti, rassegne…?
– Il 5 febbraio terrò un concerto all’Ambasciata Italiana a Calcutta, e suonerò anche a Nuova Delhi e in altre città. Poi terrò una “masterclass” con un concerto di musiche mie a Innsbruck, in Austria, Inoltre, ci sono vari progetti in corso di definizione, tra cui un DVD appena completato di un concerto di circa un mese fa in un bellissimo teatro che ho inaugurato a Pian di Sco’, costruito su progetto dell’architetto Maurizio Montani Farga. È una sorta di fattoria riadattata a teatro, totalmente ecocompatibile e dall’acustica perfetta. Il DVD è appena stato pubblicato. Il concerto era intitolato – come anche il DVD – “La chitarra senza confini di Ganesh Del Vescovo”. In questo teatro ho poi tenuto un altro concerto il 20 novembre 2011, dal titolo “Architetture in musica”, sull’onda delle affinità tra queste due arti (anche di questo, presto uscirà un DVD). Amo molto le registrazioni dal vivo, perché sono più veritiere, nonostante tutte le possibili imperfezioni (il rumore di fondo, una persona che passa…). Sanno di vita vera. Sennò è come mettersi in posa per fare una foto!




Si capisce nei suoi pezzi che è l’atteggiamento interiore a comandare le sue dita e non l’abilità tecnica… mi ha colpito in particolare la tecnica percussionistica sulla cassa della chitarra
Impressionante… ed è vero, la tecnica, appresa e interiorizzata, diventa un mero strumento di attuazione di un moto interiore.
Giovanni A.
bell’intervista, in entrambe le sue parti… Mi hai fatto venire una gran voglia di ascoltarlo
Grazie, Claudia, vedrai… una volta che senti suonare Ganesh, resti incantata, non ne puoi più fare a meno.