GEORGE ORWELL, “OMAGGIO ALLA CATALOGNA”

di Nicola Pucci

Omaggio alla Catalogna

George Orwell non è solo “1984” o “La fattoria degli animali”. Ho terminato la lettura di “Omaggio alla Catalogna”, qualcosa di assolutamente memorabile, necessario per conoscere l’evoluzione del pensiero politico del grande scrittore inglese ed anche, aggiungo io, per avere un quadro forse meno superficiale e più obiettivo di quella che è stata la guerra civile in Spagna.

Orwell vi prese parte tra il 1936 e il 1937 come miliziano del POUM, Partido Obrero de Unificación Marxista. “Omaggio alla Catalogna” ha la valenza di un diario quotidiano di questa esperienza che ha segnato il percorso ideologico del grande scrittore inglese, inevitabilmente di sinistra. Orwell rientra nella folta schiera dei letterati che hanno fatta loro l’idea sociale della rivoluzione, intesa come sovvertimento dell’ordine costituito ma soprattutto come ridimensionamento delle ineguaglianze sociali che sono alla base delle storture del mondo moderno. Ma lo ha fatto con un’onestà intellettuale che ha pochi riscontri presso altri grandissimi che prima e dopo di lui hanno trattato l’argomento. Nel periodo trascorso al fronte, nei primi capitoli del libro, l’illusione si impadronisce della sua mente: Orwell ipotizza l’adattabilità di un socialismo senza classi e paritetico, che ha dato buoni frutti nella condotta della guerriglia, anche nella società civile, forse come ultimo baluardo alla salvezza della natura umana. Ma questa è solo la prima fase. Orwell sopravvive nell’assalto alla città di Huesca dove viene gravemente ferito, torna a Barcellona e trova una città che non è più quella dei primi mesi della guerra. Il caos ha preso il posto dell’ordinata collettivizzazione garantita dagli operai, la differenza tra classi è tornata ad affermarsi e tra le forze che si oppongono al fascismo, pilotate dal comunismo stalinista le une, sensibili all’anarchia e al trockijsmo le altre, nascono contrasti che generano una guerra civile all’interno di una guerra civile. Il clima di sospetto, le persecuzioni politiche, la messa al bando del POUM fanno di Orwell un ricercato: non vi è altra scelta che lasciare la Spagna e tornare in patria, non prima però di aver trasmesso il messaggio in appendice.

Ed è qui che l’eredità di Orwell assume valore storico. Sente la necessità di informare e dettagliare con la convincente argomentazione dell’esperienza personale il perché la stampa internazionale non abbia correttamente riportato ciò che avvenne a Barcellona nelle funeste giornate del maggio 1937 che segnarono la storia della città e sgretolarono l’unità delle forze che si opponevano all’avanzata franchista condannandole di fatto alla sconfitta finale. Orwell accusa senza troppi giri di parole i giornali di far propaganda ed aver condizionato l’opinione pubblica: “una delle più orribili caratteristiche della guerra è che la propaganda bellica, tutte le vociferazioni, le menzogne, l’odio provengono inevitabilmente da coloro che non combattono” ed è certo della deriva totalitaria alla quale va incontro la Spagna, siano i repubblicani o i nazionalisti a vincere.

Orwell trascina se stesso dal piedistallo di chi detiene il potere al sottosuolo di chi vive ai margini, il mondo dei derelitti e dei miserabondi. Morale che mi permetto di sottolineare con queste poche righe di commento, “sir George, tanto di cappello a Voi.

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