di Giovanni Agnoloni
Italia e Argentina sono terre legate da tanti ricordi, poli opposti di un segmento ideale che travalica l’Oceano. È questa la distanza percorsa da questo libro, Giorni di neve, giorni di sole, di Fabrizio e Nicola Valsecchi (ed. Marna): la storia di un uomo che torna, carico di rimpianti e soprattutto di dolori accumulatisi nel tempo e legati ai drammi della storia. Il protagonista è Alfonso Dell’Orto, fuggito dall’Italia durante il fascismo ed emigrato in Argentina, dove però, negli anni Settanta, perderà la figlia Patricia e il genero Ambrosio, tra i primi desaparecidos. Quando finalmente riuscirà a scoprire la verità sulla morte della figlia, all’inizio del nuovo millennio, Alfonso, appunto, tornerà. E la sua meta sarà Piazza Santo Stefano, una frazione di Cernobbio, il paese d’origine.
L’opera, che dal punto di vista stilistico si aggancia a una ricca tradizione di memorialistica narrativa venata di rimpianto – penso a certe splendide pagine di Marino Magliani, come ne La spiaggia dei cani romantici – è carica di un amarcord intimo, che pare quasi voler stemperare nella normalità dei dettagli quotidiani l’immensità delle tragedie a cui allude, consapevole che l’understatement è l’arma migliore per non svalutare con scontati toni melodrammatici le ricorrenze più scioccanti della vita. Tutto ciò, indipendentemente dal valore di testimonianza della vicenda storica narrata, avvalorato anche dalla prefazione di Adolfo Pérez Esquivel, Premio Nobel per la Pace nel 1980, e dalla postfazione di Gianni Tognoni, Segretario Generale del Tribunale Permanente dei Popoli.
In queste pagine sentiamo respirare fotogrammi intimi, che si snocciolano in sequenze che sanno di preghiera e di ritorno alla consapevolezza della normalità delle cose della vita, come se si riaprisse una finestra lasciata chiusa per decenni. Dietro, si percepiscono atmosfere che sanno di tempi antichi, di racconti accanto al fuoco, riflessi di un mondo andato e lasciato, in un tempo remoto, in nome di una speranza di cambiamento e di libertà.
Restano lo spettro di quei ricordi latinoamericani, con le loro ombre e le loro assenze, e i vuoti lasciati da quei volti mai più tornati.
Un libro a più strati, dunque, o meglio con due polarità in dialogo tra loro. Un qui farcito di “cose che raccontano”, e un lì, l’Argentina, dove echeggiano ancora i vuoti lasciati dalla dittatura di Videla.



