GIOVANNI DE MATTEO E IL SUO “TERMINAL SHOCK”

di Giovanni Agnoloni

Giovanni De Matteo, Terminal Shock: 2184 – Labirinti alieni, Mezzotints Ebook

Giovanni De MatteoIl nuovo libro di fantascienza di Giovanni De Matteo è un e-book di notevole interesse. Terminal Shock ci pone davanti a un’esplorazione dello spazio profondo, ai margini del sistema solare, là dove si trova Terminus, un misterioso corpo celeste che da un secolo e mezzo invia un segnale, la Sequenza, scoperta nel 2023. Così i terrestri hanno deciso di organizzare una rischiosa spedizione, per arrivare a scoprirne la fonte. Ma il primo tentativo, a quanto pare, è finito male, perché gli esploratori non hanno più mandato notizie. Sarà il secondo, sotto la guida dello psiconauta Thomas Qilliam, a permettere di affrontare il mistero oscuro di quell’enigmatica entità frattale.

In questa intervista a Giovanni De Matteo affrontiamo i punti salienti della sua nuova opera. Segue (gradito omaggio dell’autore a Postpopuli) il suo racconto – già uscito solo sulla rivista ufficiale del Connettivismo NeXT, ma inedito in rete – Destinazione Antartide 1911-12.

1. Il tuo nuovo libro Terminal Shock oscilla tra la space opera e il trattato matematico-filosofico, che si discosta dal percorso letterario e stilistico di Sezione π², romanzo con cui nel 2006 hai vinto il Premio Urania?

Ciao Giovanni, prima di cominciare lascia che rivolga a te e alla redazione di PostPopuli un sincero ringraziamento per aver deciso di dedicare la vostra attenzione a questa’opera per me molto importante. Uno dei motivi per cui sono molto attaccato a Terminal Shock è proprio ciò che rappresenta nell’ambito della mia produzione, dove segna un po’ una discontinuità: tra i miei lavori più lunghi, è il primo a non essere un future noir, ovvero una detective story di ambientazione avveniristica e di stampo hi-tech. Non un punto di non ritorno, quanto piuttosto un cammino parallelo. Come fai notare tu, qui siamo dalle parti della space opera, un ambito che ho già frequentato nella mia produzione breve, ma mai abbastanza quanto mi sarebbe piaciuto. Sono da sempre affascinato dalle tematiche dell’ignoto e del mistero, e la frontiera spaziale ne costituisce un concentrato purissimo: offre molteplici spunti di riflessione e di indagine, e avere a disposizione la lunghezza di una novella mi ha consentito di sviluppare a fondo i filoni narrativi innescati da queste premesse.

Anzi – e qui mi concedo un inciso – a volere proprio dirla tutta Terminal Shock è forse anche qualcosa di più di una novella, dal momento che il word count supera abbondantemente le 39.800 parole e,stando alla Science Fiction and Fantasy Writers of America, a 40.000 scatta la soglia della categoria “romanzo”. Insomma, è un romanzo breve un po’ per caso: mi sarebbe bastato aggiungere una manciata di parole, un paragrafo di media lunghezza, per trasformarlo in un romanzo a pieno titolo: ma i progetti per il futuro non mancano di certo, quindi non c’era bisogno di allungare inutilmente il brodo. Ci sarà modo di riprenderne l’ambientazione, i personaggi e le tematiche in altri lavori compiuti.

Quanto al trattato matematico-filosofico…. Con quest’opera volevo raccontare una storia, e spero di essere riuscito ad amalgamare in un racconto organico ed efficace, e in maniera funzionale all’economia della storia stessa, tutte quelle astruse teorie che mi venivano in mente di volta in volta.

Giovanni De Matteo (da fantascienza.com)

Giovanni De Matteo (da fantascienza.com)

2. L’idea di un (presumibilmente) corpo celeste marginale (come il nome stesso “Terminus” sottolinea) da raggiungere attraverso una ricerca non solo spaziale, ma anche concettuale, porta con sé richiami di A.C. Clarke, ma anche di S. Lem, con il suo enigmatico Solaris. È da spunto come questi che è partito il tuo percorso?

Mentirei se negassi l’esistenza di echi e connessioni che richiamano le loro opere, soprattutto alla luce dell’importanza che 2001 Odissea nello Spazio e Solaris, grazie anche ai rispettivi adattamenti cinematografici, giocano nel nostro immaginario sempre più contaminato e trans-mediale. Ma lasciami citare anche altri punti di riferimento per me imprescindibili, quali H.P. Lovecraft, Samuel R. Delany, William Gibson, Greg Egan, Richard K. Morgan e Alan D. Altieri. C’è qualcosa di ognuno di loro in Terminal Shock, ma se devo pensare all’idea primordiale di una base aliena abbandonata nello spazio, forse il debito più grande ce l’ho verso J. G. Ballard e uno dei suoi racconti meno conosciuti, Relazione su una stazione spaziale non identificata. Insomma, dall’inner space all’outer space, andata e ritorno. Infinite volte.

3. Altro tema toccato è quello della nube della non conoscenza (cloud of unknowing), secondo la visione dell’Anonimo inglese del XIV secolo che aveva descritto l’essenza del divino (o meglio, il suo modo di manifestarsi misticamente all’uomo) come una Luce che si cela dietro una nube oscura incomprensibile razionalmente, ma avvicinabile intuitivamente solo lasciando dietro il mondo dietro una nube di oblio (cloud of forgetting). Perché questi cenni spirituali, in un libro fortemente incentrato su considerazioni di ordine fisico e matematico?

Mi piaceva l’idea di contrapporre dei punti di vista antitetici, soprattutto per offrire uno spaccato quanto più fedele possibile della complessità del mondo, e di conseguenza dell’uomo che con quel mondo deve fare i conti. Terminal Shock offre diverse varianti di approccio religioso, con diversi livelli di ostilità/permeabilità all’indagine scientifica. E, allo stesso tempo, diverse varianti di indagine scientifica, più o meno influenzate dagli interessi economici dei colossi politico-finanziari che si fronteggiano sul palcoscenico della storia. Ed è dall’interazione di queste posizioni che si sviluppa il campo narrativo esplorato in questo romanzo breve. A dirla tutta, devo la mia scoperta della Nube della Non Conoscenza e della Nube dell’Oblio al grandissimo Don DeLillo e alla lettura del suo capolavoro sulla storia e la cultura americana del ‘900, Underworld.

Ernest Henry Shackelton (da Wikipedia)

Ernest Henry Shackelton (da Wikipedia)

4. Si respirano anche suggestioni di Oltre naturalistico, di limite umanamente avvicinabile. Citi anche l’esploratore Shackleton. Tutto questo ricorda un tuo precedente racconto sulla “corsa” al Polo Sud, di cui lui fu protagonista. È un tentativo di radicare la percezione dell’Oltre nella consapevolezza (e nella memoria) del qui e ora?

La conquista del Polo Sud conserva un alone epico per gli uomini che la condussero e i mezzi con cui si confrontarono in questa sfida improba contro le manifestazioni più ostili della natura su questa Terra, al costo delle loro stesse vite. E incarna alla perfezione quella sete di conoscenza che già Dante e Tennyson avevano colto nella figura mitica di Ulisse. In Terminal Shock siamo peraltro alle prese anche con un contesto di superamento dell’umano, e con i nuovi limiti con cui devono confrontarsi i postumani che hanno ereditato (o rivendicato) il sistema solare. Ho voluto quindi porre l’accento sul rapporto tra l’uomo e i limiti, incentrato costantemente sul senso di sfida e sul tentativo di abbattimento degli stessi, proprio come, qualche anno dopo la prima stesura della novella, ho voluto fare con il racconto che citi, Destinazione: Antartide, 1911-1912, incentrato sul personaggio storico di Robert Falcon Scott. Sono senz’altro figli entrambi della medesima sensibilità.

5. Infine, visto che tu e Sandro Battisti (insieme a Marco Milani) siete i co-fondatori del Connettivismo, e anche Sandro con Olonomico – tra l’altro, da te prefato – ha esplorato lo spaziotempo profondo, una domanda sulla “collocazione” della tua narrativa. Si può dire che Terminal Shock segni un’evoluzione oltre le linee di fondo più ricorrenti della poetica connettivista?

Ovviamente credere che ogni nuova opera rappresenti un’evoluzione non può che essere confortante e gratificante per un autore, ma per deformazione professionale resto convinto che per pronunciarsi sull’effettivo valore di un’opera sia necessario aspettare con pazienza, abbastanza da poter inquadrare il tutto da una prospettiva storica. Naturalmente noi connettivisti siamo qui per fare della buona fantascienza, per stimolare la riflessione su alcune tematiche che ci stanno particolarmente a cuore, e non pretendiamo di scrivere pagine impareggiabili nella letteratura dell’Occidente. Più modestamente ci prefiggiamo fin dai nostri esordi di dimostrare che esiste sempre un’alternativa e che è sempre possibile porsi in un rapporto dialettico con la realtà che ci circonda, per sondarne le contraddizioni e prefigurarne gli sviluppi. A volte prediligiamo la trasfigurazione, altre l’estrapolazione, ma rifiutiamo per principio i fin troppo facili tentativi di inquadramento che fanno comodo a molti.

E forse è quello che sta succedendo anche con lavori con Terminal Shock e Olonomico, che di certo vanno ad ampliare l’orizzonte del nostro campo d’azione, anche e soprattutto a dispetto delle aspettative di chi ci vorrebbe invece confinati a giocare sempre sullo stesso campetto. Ma l’universo là fuori è così ricco e complesso; perché dovremmo accontentarci di un campo giochi ormai esplorato?

Destinazione Antartide 1911-12

di Giovanni De Matteo

Robert Falcon Scott (da Wikipedia)

Robert Falcon Scott (da Wikipedia)

Quando arriva il mio turno, sto sognando declivi boscosi e valli invase di nebbia. L’ultima volta che mi sono imbattuto in un panorama simile è stata in un reportage fotografico trovato in archivio. Posti come quello, laggiù, non se ne trovano più. Il ricordo della foto splende ancora a distanza di tempo, capace di trasmettere un senso di avventura e di perdita. Ma non è ciò di cui ho bisogno adesso e per cui ho prenotato i servizi della Compagnia.
Rispondo alla chiamata e all’altro capo del canale olosensivo si materializza la mia operatrice. Bester. Si è sviluppata una complicità molto proficua, tra di noi. Scelgo sempre lei, quando affitto una fornitura di slot temporali: ha un vero intuito per l’individuazione dei nodi-chiave e presta ascolto alle mie richieste con uno scrupolo che nessuna delle colleghe che l’hanno preceduta ha mai saputo dimostrare. Raramente mi è capitato di annoiarmi, quando mi sono fatto lanciare indietro da lei.
– Bentrovato, signor Wellman. È pronto per il grande salto?
Questa volta il salto sarà grande davvero. Niente a che vedere con i viaggi che l’hanno preceduto. Nessuna gloria, nessuna ricompensa emotiva. Solo fatica, sofferenza e il dolore che scaturisce dalla certezza della Fine Ultima.
– Come mai prima, Bester. Accendi pure i circuiti per il lancio. Non vedo l’ora…
Adesso è di questo che sento di avere bisogno.

Noleggiare slot temporali è l’unico modo che ci è rimasto per tornare sulla superficie scansando le mille insidie attuali della Vecchia Terra. I servizi della Compagnia sono molto costosi: io stesso ho potuto permettermeli solo dopo la bonifica della bassa atmosfera. La riuscita del progetto, la commessa di gran lunga più importante che i Sistemi Orbitali abbiano affidato alla mia Wreck Recovery Enterprise, mi è valsa onori e gloria ed è stata un vero toccasana per il bilancio della società e per le mie finanze. La WRE ha fatto uno scatto in avanti tra le compagnie private che operano sui mercati dello Stream e io mi sono ritrovato tra gli uomini più ricchi di tutto il sistema solare.
Viaggiare nel tempo è sempre stato un mio sogno e quando mi sono trovato in condizione di poterlo realizzare non mi sono tirato indietro. Questo è il mio decimo viaggio. Conosco pochi privati ad aver viaggiato così tanto. Malgrado le tariffe della Compagnia, le linee di lancio sono sempre sature. La lista d’attesa non è poi così lunga, ma per via delle varie operazioni di controllo e sicurezza della Cronopolizia bisogna attendere mesi prima di avere la disponibilità di uno slot utile.
Per il mio decimo viaggio ho scelto una destinazione speciale.

Il Modulatore CronoCognitivo scompone la mia coscienza in base all’algoritmo messo a punto da Bester: dodici frammenti della mia consapevolezza disgregata vengono inseriti sulla rampa di lancio e proiettati attraverso un tunnel temporale di due secoli su traiettorie divergenti come una sventagliata di proiettili. Intersecano la linea di arrivo in dodici punti a diversa distanza, a volte poche ore, altre diversi giorni.
I punti d’intersezione sono i nodi in cui la mia coscienza esplosa viene dislocata.
L’ospite ignaro che mi accoglie è sempre lo stesso: Robert Falcon Scott, ufficiale della Marina Britannica, esploratore impegnato nell’epica conquista del Polo.
Senza lenti che gli proteggano gli occhi dai raggi ultravioletti, privo di agenti potenzianti e droghe dell’umore, armato solo della propria volontà umana contro le avversità dell’Antartide, percorro con lui il triste cammino verso il Polo Sud e la disperata marcia di ritorno, sfidando le tormente di neve e i venti catabatici. Le montagne affilate che sbarrano il plateau feriscono la vista.
Ogni slot dura pochi minuti. Minuti in cui la mia coscienza si sovrappone alla sua e diventa in grado di condividerne la totalità delle sensazioni e dei pensieri.
Vedo con i suoi occhi la bandiera norvegese piantata da Roald Amundsen, solo pochi giorni prima di noi. Sono il freddo e tutto questo bianco che appannano gli occhi. Tremo nel sacco a pelo. Assisto alla morte di Evans, appena tornati sulla banchisa del mare di Ross. E quando Oates esce dalla tenda, ormai stremato, so che si sta sacrificando per il resto del gruppo.
Trascino con Scott e con gli altri superstiti il carico di note e campioni geologici. I muscoli e le ossa urlano stretti nella morsa del gelo. Quando arriviamo all’ultimo campo e la neve ci blocca per una settimana, a diciotto chilometri dal deposito delle provviste predisposto per il ritorno, capisco che è finita.
Nella ricomposizione olistica dei frammenti cognitivi, le ultime tessere sono dedicate alla scoperta di un filone di carbone in una falesia di arenaria di Beacon. Edward A. Wilson, lo zoologo della spedizione, individua delle impronte di piante. Si volta e afferma: – Glossopteris.
Ha l’aria soddisfatta: è la conferma delle ipotesi evoluzionistiche formulate sugli studi di Darwin che lo hanno condotto fin qua. Abbiamo affrontato tutto questo per capire.
Rileggendo il messaggio al pubblico annotato da Scott sul suo diario, ormai in punto di morte, condivido con lui la certezza che non sia stato tutto vano:

“Se fossimo vissuti, avrei avuto cose da raccontare sull’ardimento, l’abnegazione e il coraggio dei miei compagni che avrebbero commosso il cuore di ogni inglese. Queste rozze note e i nostri corpi senza vita dovranno narrare la nostra storia”.

Il rientro non è mai esente da effetti collaterali. Le iniezioni mi aiutano a tenere l’ansia a freno e smorzare il senso di vertigine. La voce di Bester mi arriva modulata su frequenze morbide come una carezza.
– Allora, com’è andata? – vuole sapere.
– Ottimo lavoro, come sempre.
– Mi sono molto interrogata sulla sua scelta, signor Wellman – prosegue. – Mentre studiavo il piano di viaggio, alla ricerca dei momenti più significativi in cui dislocare la sua coscienza. Perché proprio Scott, se la sfida fu vinta da Amundsen?
Mi chiedo se possa capire. Se qualcuno possa capire, oggi come oggi, abituati come siamo a mirare sempre al risultato, ormai diseducati alla fatica e al sacrificio. Concetti che abbiamo perso di vista, lasciati fuori dalla nostra cultura spaziale, che qualcuno vuole già definire postumana. Le mie ragioni affondano forse in un sottostrato che abbiamo preferito rimuovere dalla nostra sfera consapevole. Allora come potrebbe un postumano come lei comprendere le motivazioni che mi hanno portato laggiù, con Scott e i suoi uomini destinati al massacro invece che con il trionfante Amundsen?
Guardo la sua immagine nel canale olosensivo.
– Fu Amundsen a vincere, sì – ammetto, ancora annebbiato dal cocktail di droghe. – Ma senza uomini come Scott, la corsa della storia si sarebbe fermata al traguardo.

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