di Claudia Boddi
Conosciuto soprattutto come autore de La locandiera (1751), Carlo Goldoni (1707 – 1793) è anche l’artefice di una delle più significative riforme mai realizzate in ambito teatrale: con lui, infatti, si sancisce definitivamente il passaggio dalla commedia dell’arte al teatro naturalistico.
Veneziano e avvocato borghese, a poco a poco diventa un assiduo viaggiatore, si stabilisce in Francia e abbandona la carriera forense a favore di quella di commediografo e drammaturgo. Osservatore attento della realtà che lo circonda, coglie gli aspetti più caratteristici, a livello psicologico, delle persone che incontra e li trasferisce negli spettacoli che organizza. Le sue commedie mettono in luce le individualità dei singoli personaggi e le storie nelle sue opere si definiscono progressivamente davanti allo spettatore. Finora, invece, nella commedia dell’arte vivevano personaggi predefiniti, maschere sempre uguali a se stesse nel modo di agire, di muoversi o di comportarsi: l’esito finale del racconto era già noto dall’inizio, mentre la vicenda si sviluppava attraverso varie peripezie dei protagonisti, equivoci e sorprendenti colpi di scena.
Nell’era goldoniana, ambientazioni familiari prendono il posto di scenari esotici e intrecci avventurosi; fatti comuni sostituiscono il mondo inverosimile sullo sfondo dei palcoscenici e il pubblico va a teatro sapendo di trovare uno specchio che riflette pregi e difetti dell’essere umano.
Anche La locandiera rappresenta questa svolta, in quanto è una fotografia dei due estremi dell’alta società veneziana dell’epoca. La giovane e corteggiatissima Mirandolina gestisce a Firenze una locanda, ereditata dal padre, con l’aiuto del cameriere Fabrizio. Tra gli avventori, ci sono anche il Marchese di Forlipopoli e il Conte di Albafiorita – nobile decaduto, il primo, mercante arricchito, il secondo – entrambi decisi a ottenere la mano dell’affascinante locandiera e disposti a tutto pur di conquistarla. La donna mette in atto un meccanismo di seduzione tale per cui tutti e due i pretendenti credono di essere il prescelto ma lei, in verità, non vuole nessuno. Fino a quando, nella vita di Mirandolina arriva il Cavaliere di Ripafratta, uomo altezzoso e misogino che comunque non sfugge al destino di innamorarsi di lei. A questo punto, la trama si arricchisce di elementi e sentimenti veri che guidano alla fine, in un rocambolare incessante di emozioni e speranze, che si snodano nelle relazioni che piano piano coinvolgono la vita dei protagonisti.
Accanto al capolavoro più noto, ci sono altri successi, come L’uomo di mondo (1738), La donna di garbo (1743), Il burbero benefico (1771) e molti altri ancora, scritti in italiano ma anche in dialetto. Più che un rivoluzionario vero e proprio, Goldoni si può considerare un restauratore di un vecchio modo di fare teatro: se avesse calpestato tutte le istanze provenienti dalla tradizione e le avesse azzerate, proponendo solo delle novità, sarebbe andato in contro a un fallimento certo. Fare commedia, prestando attenzione alle esigenze della messa in scena, attraverso un canovaccio scritto, senza lasciare totale libertà di improvvisazione agli attori che erano poco più che dei “soggettisti” risale ai tempi del teatro greco e latino, alle commedie dell’Ariosto e del Machiavelli e lo si ritrova anche in quello elisabettiano, spagnolo e francese. A Goldoni si deve oltre a un’imparagonabile maieutica creativa, una fine azione di trasfusione che ha inciso sul modo di concepire il teatro. Migliorandolo.




Analisi molto lucida e suggestiva!
Interessante il suo apporto nell’approfondimento psicologico dei personaggi, che poi è la cosa che più conto nella narrazione di una storia
Sì, sennò saremmo andati avanti a oltranza con Arlecchino e Colombina 🙂