di Francesco Gori
Un doveroso omaggio ad un attore straordinario, scomparso anzitempo a soli 46 anni: Phillip Seymour Hoffman. Happiness-Felicità di Todd Solondz è tra i film meno conosciuti al grande pubblico della sua troppo breve quanto intensa carriera, che annovera l’Oscar per Truman Capote e altre interpretazioni indimenticabili come quelle del Maestro Lancaster Dodd in The Master, del parroco incolpato di pedofilia ne Il dubbio, o del cinico Andy in Onora il padre e la madre.
Un camaleonte del cinema, che nella pellicola politicamente non corretta del regista americano, recita un ruolo da attore non protagonista: è Allen, il vicino di casa di Helen, una delle tre sorelle della famiglia Jordan. Lei è Lara Flynn Boyle (che in molti assoceranno inevitabilmente a Donna Hayward di Twin Peaks), scrittrice di successo per gli altri e meno per se stessa, avvicinata in un tentativo di seduzione dal giovane, inibito nelle relazioni ma dalle pulsioni incontrollabili. C’è Joy, musicista sognatrice che deve fare i conti con la realtà dei call-center, delle supplenze da crumira, degli amori impossibili e ingannevoli, come quelli con Andy prima e Vlad poi. Completa il quadro del triumvirato Trish, donna che si definisce “realizzata”, sposata, con figli e cane annesso. Accanto a loro, in un complesso quanto impeccabile puzzle, stanno le altre figure maschili: il marito di Trish, Bill, psicoterapeuta con un debole per i bambini che lo porterà sull’orlo del baratro interiore; il padre di famiglia Jordan (Ben Gazzara), 65enne scontento della propria “sanità” e deciso al divorzio.
Diciamolo subito. Happiness avrebbe meritato maggior successo di quello che ha avuto. Fu rifiutato al Sundance Festival, e il motivo è sotto gli occhi dello spettatore: lo sguardo di Todd Solondz è cinico e spietato, non fa sconti, mostra con immagini forti e fredda lucidità la deriva dell’essere umano, i suoi mondi interiori nascosti, l’inconscio che spesso si fa verità, l’apparenza che inganna e capovolge la prospettiva. L’intreccio di storie di vita della società americana di fine secolo (1998) è avvolgente, comprende vite agli antipodi tra fallimenti e successi che sono la faccia della stessa medaglia, e personaggi ossessionati da sesso e morte, in un filo conduttore che è la ricerca della propria happiness-felicità. Introvabile.
Storytelling e Perdona e dimentica sono le opere di un autore scomodo, un regista bukowskiano, capace come Charles di raccontare – in questo caso con audio e video – senza mezzi termini la putrida realtà in cui viviamo, dominata da bigottismo e falsità.
Ogni attore fa parte di un mosaico perfetto – comprese le figure secondarie come la “buona omicida” Kristina -, dal quale eccelle inevitabilmente la caratteristica figura biondo-obesa di Phillip Seymour Hoffman, tra i migliori talenti del cinema Novanta e Duemila; col suo respiro costantemente ansioso, timido, insicuro e unto quanto basta, racconta la psiche di Allen senza parole e genera empatia. Colpisce anche la figura dell’apparentemente integerrimo Bill (Dylan Baker), il pederasta che è allo stesso tempo vittima, della propria condizione psichica, e colpevole, della violenza sul piccolo Johnny. Nella tanto criticata scena della confessione tra padre e figlio c’è tutto: “sofferenza, sincerità, assunzione di responsabilità, e la possibilità concessa al piccolo Billy di salvarsi” (A.P.), di un futuro libero dai mostri familiari, non solo quelli manifesti.
Colonna sonora che colpisce al momento giusto, con Happiness di Michael Stipe e All Out of Love degli Air Supply.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


