di Francesco Gori
Martin Scorsese ci sorprende sempre, stavolta lo fa con Hugo Cabret, proposto in versione 3D. Il regista americano ha diretto negli anni una serie di capolavori come Taxi Driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi, Casinò, fino ai più recenti Gangs of New York, The Departed e Shutter Island. Cinema d’altri tempi i primi, sempre al passo coi tempi i secondi, fino all’apoteosi di Hugo Cabret, che sposa a pieno la rivoluzione tridimensionale.
Cos’è il 3D? Beh, basta mettersi i fatidici occhialini (altrimenti le immagini sono sfuocate) e si entra in un mondo non più piatto, ma appunto a tre dimensioni. La prima volta l’impressione nello spettatore è stupefacente, tanto da temere un’invasione nel proprio io dei protagonisti, che escono dallo schermo, vengono incontro ai nostri occhi, assumono una vita straordinariamente reale. È questa la magia, il trionfo di persone, animali, oggetti che diventano animati e vicini, è una rivoluzione nel panorama cinematografico, che probabilmente cambierà nel tempo le abitudini alla visione di un film. Ma, francamente, l’effetto speciale, seppur spettacolare, prende il sopravvento rispetto alla narrazione, e l’immagine 3D sovraccarica gli occhi dello spettatore. Almeno questa è la prima impressione. Resta la consapevolezza che Hugo Cabret può essere lo spartiacque tra il cinema vecchio stampo e la nuova tendenza del mercato cinematografico.
Ma chi era Hugo Cabret? Un bambino dagli occhi azzurri (Asa Butterfield), figlio di un orologiaio (Jude Law) che muore in un incendio, lasciando il piccolo nelle mani dello zio Claude, un ubriacone che lo accoglie bruscamente nella sua abitazione dentro la stazione di Montparnasse, a Parigi. Siamo negli anni Venti. Qui lo sostituirà, diventando colui che tiene in vita l’orologio della fermata ferroviaria, all’insaputa del buffo e temibile gendarme della polizia, sempre a caccia di qualcuno da mettere in cella. Il padre di Hugo ha lasciato sulla terra un automa e un segreto: il bambino cercherà di rianimare il robot e di svelare il messaggio che contiene la sua mano meccanica. Nel taccuino paterno sta scritto tutto il necessario per l’aggiustamento ma un giorno il burbero gestore di un chiosco di giocattoli (Ben Kingsley) glielo sequestra, promettendo di bruciarlo. Gli occhi profondi del ragazzo si affidano allora alla figlia del giocattolaio, Isabelle (Chloë Moretz), che promette di vigilare affinché il prezioso oggetto rimanga intatto, e con la quale stringe un rapporto d’amore infantile. La bambina porta al collo la chiave col cuore necessaria a far funzionare l’automa e con essa parte un’ulteriore avventura, come quelle dei libri preferiti dei due, su tutti Jules Verne e Robin Hood. Scoprono così la vera natura del padrigno di lei, ex cineasta con all’attivo oltre cinquecento film in un passato cinematografico glorioso, spezzato dalla Grande Guerra. Con l’aiuto di un critico che credeva Georges Méliès – questo il nome del regista – morto, Hugo e Isabelle cercheranno la soluzione del mistero e “l’aggiustamento” dell’uomo perché “… se perdi il tuo scopo è come se fossi rotto…” .
Intenso, coinvolgente anche grazie al 3D, magico. L’Hugo Cabret-storia è incantesimo puro, quello che porta un ragazzino a gestire l’impianto meccanico degli orologi di una stazione, è favola la storia, con un finale facilmente intuibile. Viene in mente Edward mani di forbice, seppur con enormi differenze. C’è coinvolgimento, passione e ironia in un racconto – tratto dal romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick del 2007 – che non può non interessare chi è dall’altra parte dello schermo. Partendo da un vissuto familiare difficile si arriva alla soluzione del dramma: il cinema “creatore di sogni”, come sottolineato nelle battute degli attori, come antidoto alla tragica realtà, l’arte come ricompensa alla sofferenza. La volontà del regista di stupire e associare il vecchio – con la riproposizione di un antenato del cinema – con il nuovo – la tecnologia – è notevole, ma non riesce in pieno, vista la difficoltà del mix. La proiezione è infatti un omaggio alle origini del cinema: quello dei fratelli Lumière di fine Ottocento e quello appena successivo di Georges Méliès, autore dei primi film di fantascienza e capace nel suo studio d’immense vetrate di allestire palcoscenici d’ogni tipo e sperimentare nuove tecniche di ripresa. La pellicola più nota, Viaggio nella luna (foto flickr, qui sopra), è anche quella che caratterizza la storia del lungometraggio di Scorsese. In questo conflitto-amplesso tra vecchio e nuovo, il concetto di tempo è ben esemplificato dall’orologio di Montparnasse.
I protagonisti? Il piccolo Asa Butterfield coi suoi occhioni azzurri buca la camera e garantisce perfezione nel ruolo, così come un cast che annovera attori del calibro di Ben Kingsley – sempre straordinario – e Jude Law. Tragi-comica e capace di dare quel tocco in più la figura dell’ispettore in blu (Sacha Baron Cohen, lo ricordiamo in Borat), dalla scorza dura e il cuore in realtà tenero, alla ricerca dell’amore della fioraia della stazione con la sua gamba di ferro.
Vedremo chi la spunterà agli Oscar. Tra i papabili proprio il buon Hugo Cabret e l’eccellente The Artist, un confronto che non regge. Scorsese sta al passo coi tempi, onore a lui e ai suoi progetti mai banali, ma personalmente agli effetti speciali continuo a preferire semplicità, poesia e verismo di film come l’incredibile muto di Hazanavicius o il recente Miracolo a Le Havre.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


Di Martin Scorsese preferisco la serie su Sky Boardwalk Empire con un eccellente Steve Buscemi
http://www.youtube.com/watch?v=d2y0lrvPnpU