di Francesco Gori
Avevamo già parlato di Bobby Sands in occasione dell’anniversario della nascita, stavolta lo facciamo per commentare Hunger, opera prima di Steve McQueen del 2008, uscita in Italia solo in queste settimane, che ci racconta la storia dell’attivista irlandese.
Il regista inglese usa la potenza delle immagini, come già fatto nel recente Shame, per colpire al cuore lo spettatore, riuscendoci in pieno, in una storia già di per sé capace di far male. Diciamolo: Hunger è una proiezione cruda, così come la biografia e la fine di Bobby Sands, qui interpretato da uno straordinario Michael Fassbender.
La prima parte del film ci mostra le drammatiche condizioni di vita dei militanti della Provisional IRA nei blocchi H del carcere di Long Kesh: trattati come criminali comuni – non viene riconosciuto loro lo status di prigionieri politici – dall’intransigente governo di Margaret Thatcher, i ribelli rifiutano le divise da detenuti e vivono in condizioni igieniche inesistenti (le famose proteste della “coperta”, unico indumento accettato, e della “sporcizia”), con le mura segnate dai loro escrementi. La magrezza dei reclusi, il loro sguardo consumato ma deciso, le manganellate della polizia: lo spettatore viene messo a dura prova nella centrifuga di una visione per stomaci forti. L’uso esasperato della violenza da parte dei secondini fa scatenare reazioni di rabbia legittima, ancor più quando ai due ragazzi iniziali si sovrappone sulla scena il protagonista Sands, subito “sistemato” a suon di percosse.
Michael Fassbender riporta sul grande schermo tutta la determinazione e il carisma dell’attivista e il suo rifiuto alla negoziazione, ben suggellata dal “no” ad indossare abiti civili da pagliacci, che ne scherniscono l’identità. E l’identità di Bobby Sands, ci conferma la seconda frazione della pellicola, è di quelle che non hanno paura di nessuno, che non si fermano davanti a niente, neanche davanti alla paura più grande dell’essere umano: la morte. La “Lady di Ferro” non è disponibile ad alcuno sconto e per Sands l’unica soluzione per mobilitare l’opinione pubblica e far sentire la voce di chi vuole l’Irlanda libera dall’oppressore – il Regno Unito – è uno sciopero della fame a rotazione tra i prigionieri. Le intenzioni del leader del movimento vengono esposte ad un prete cattolico (Liam Cunningham), in una scena lunghissima con l’inquadratura fissa: il primo sostiene la propria causa come giusta e legittima, in quanto la libertà è valore imprescindibile, il secondo cerca di dissuaderlo e di cercare il dialogo.
La fine è cosa nota, e svelarla non sorprende chi vuol vedere uno dei film di impatto emozionale più forte dell’annata cinematografica: Bobby Sands si consuma lentamente nei 66 giorni di rifiuto del cibo, usando il corpo come ultima forma di protesta.
È infatti sul corpo che si gioca la regia di McQueen, lente di ingrandimento che sottolinea quanto la violenza non sia mai una buona soluzione, neanche se esercitata verso il peggior criminale. Le percosse perpetuate sui fisici nudi dei prigionieri, il dimagrimento impressionante di Fassbender, le espressioni del suo viso – che esprimono tutta la sofferenza di Bobby negli ultimi giorni di vita – rimangono immagini “parlanti”, senza necessità di eccessivo sonoro. Nel citato dialogo, il prete vedeva lo sciopero della fame come un suicidio, Sands come un omicidio. Allo spettatore la scelta.
Certo è che la scelta di un uomo diventato icona della libertà, nonché membro del Parlamento per pochi giorni, è stata di quelle estreme, capace da un lato di smuovere le coscienze e ottenere in seguito importanti successi dei repubblicani, dall’altro di alimentare rivendicazioni e ulteriori violenze. Una figura ammirevole però nell’affrontare la sofferenza fisica con umiltà, fino alla fine, con una forza di volontà capace di annullare i morsi della fame che lo accompagnava fin da bambino. La fame di giustizia.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.



“uno dei film di impatto emozionale più forte dell’annata cinematografica”: sono pienamente d’accordo, un film che non può lasciare indifferenti. Per quanto mi riguarda, assolutamente da vedere, anche se ci sono scene davvero potenti.