di Francesco Gori
Se volete un film fuori dagli schemi, I colori della passione fa per voi. Il polacco Lech Majewski porta al cinema la pittura di Pieter Bruegel e il progetto del quadro Salita al Calvario. Ma attenzione, quasi assenti i dialoghi, a cui fanno da contraltare immagini e colori spettacolari.
In questo caso, non si può parlare di vera e propria trama. Il film è una rappresentazione dell’epoca dell’artista e della sua visione di essa: siamo nella seconda metà del XVI secolo e nelle Fiandre il dominio spagnolo produce violenza e repressioni religiose. In un sonoro senza parlato, si susseguono immagini forti, a sottolineare le difficili condizioni di vita del tempo e le barbarie dei mercenari ai danni di uomini – catturati, frustati e lasciati in pasto ai corvi sul palo della morte – e donne – sepolte vive – rei di colpevolezze materiali o morali (eresie, in un’epoca di scontri tra cattolici e riformisti). Dall’alto della valle in cui avvengono i fatti, su un promontorio di roccia, domina un mulino a vento nel quale vivono un mugnaio e la famiglia.
Ecco appare Bruegel “Il vecchio”, che vuole immortalare il suo tempo, mettendo nel dipinto i protagonisti della quotidianità e le estremità del suo continuum: la vita e la morte, rappresentate rispettivamente da un albero rigoglioso, e dal patibolo sul quale i condannati sono destinati alla fine. Nella mente visionaria del pittore fiammingo il progetto prende forma e le immagini ce lo propongono “vivo”, fatto di persone viventi, così che lo spettatore può essere reso partecipe. E stupito. Accanto alle centinaia di persone che affollano la tela, ai simboli di vita e morte, al mulino testimone ed elargitore di pani, sta il Cristo e la sua passione. La passione del Cristo abbandonato dagli uomini che sale verso il Calvario, per essere crocefisso insieme ai due ladroni.
La pellicola ruota attorno all’ambiente che il paesaggista vuol rappresentare e alle persone che ci vivono nella prima parte, per poi soffermarsi sulla figura di Cristo nella seconda, introdotto dalle parole di Maria. Majewski “attualizza” dunque la figura di Gesù al tempo di Bruegel, in un mix apparentemente strano ma che simboleggia alla perfezione la stessa brutalità dell’essere umano nelle diverse epoche. Lo stesso essere umano che tortura, semina morte, per poi giocare a dadi sotto la croce (come fanno i rozzi militari). La mancanza di empatia rende l’uomo simile alla bestia, e Bruegel ce lo fa capire.
Proiezioni come I colori della passione lasciano a bocca aperta lo spettatore, sempre indeciso, a metà tra l’acclamazione e la denigrazione: la via di mezzo è la soluzione perché se il ritmo è lento, in stile Pasolini o Antonioni, e il film destinato ad un pubblico intellettuale, le immagini prorompenti – assistite da tecniche sofisticate, capaci di generare sorprendente bellezza – lasciano incantati e i temi di religione, vita, morte fisica e dell’anima inquietanti interrogativi.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.




Già Bruegel è uno dei miei preferiti…se poi mi aggiungete una presentazione bellissima come quella di Francesco, beh, non posso proprio non andare al cinema…
Straordinario nella capacità di confondere tra rispetto e quadro, nella ricostruzione dettagliata dei costumi, del modo di vivere. Una poesia. Non sono d’accordo che s ia per intellettuali.
Straordinario sicuramente, beh non è certo un film di facile interpretazione e di comune visione