di Simone Provenzano
È incredibile quanta complessità debba precedere la semplicità, diceva il vecchio Hillman. Lo diceva a proposito del processo di scrittura, ma noi possiamo tranquillamente estenderlo, senza il timore di travisarlo, a molti campi dell’espressione umana.
Nel momento in cui ci esprimiamo rendiamo visibile ed intellegibile un qualcosa che fino a quel momento era celato, spesso non solo agli occhi degli altri ma anche ai propri.
Non solo ci facciamo conoscere ma ci conosciamo.
È uno dei tanti modi che abbiamo e usiamo per costruire la nostra identità.
Scrivere in queste pagine di postpopuli mi ha portato a riflettere sul mio modo di comunicare, sulla modalità con cui mi presento al mondo e come mi rappresento ai miei occhi.
Ho sempre scritto, sin da quando ero ragazzo. Prima diari personali, poi temi scolastici, tesi e tesine, lezioni e piccole dissertazioni tecniche, mai però mi ero spinto in un terreno così difficile come questo in cui sto allegramente passeggiando insieme a voi adesso.
Ho deciso che questo sarebbe stato uno spazio in cui mi sarei esposto, in cui mi sarei potuto mostrare ed esprimere per ciò che sono (o per la visione che ho di me). Qui mi esprimo, senza nascondere il mio nome, senza omettere opinioni personali, senza equidistanza o utopistica oggettività, anzi mettendoci la massima soggettività.
Mi è stato insegnato che nel mio lavoro lo strumento principale con cui si lavora è la propria mente, la propria persona; mettersi in gioco nella relazione, saper ascoltare e sapersi ascoltare.
La difficoltà in questo tipo di percorso è la stessa di qualunque altro essere vivente e risiede nella paura di essere fraintesi, feriti, non accolti per ciò che siamo, di non essere riconosciuti.
Ma una ferita è un’ apertura, una breccia, una bocca che ha qualcosa da dire.
A volte per crescere è necessario ascoltare certe ferite, a volte è necessario rimanere con il dolore che queste ferite provocano, per crescere, per evolvere ed andare avanti sulla strada che stiamo percorrendo.
Non accogliere, non accettare questo dolore, cercare di percorrere questo cammino senza sporcarsi è come trovarsi su un sentiero fangoso e ad ogni passo fermarsi per pulire le scarpe, per poi trovarle nuovamente sporche al passo successivo.
QUANDO SI PERCORRE UNA STRADA FANGOSA NON FERMIAMOCI A PULIRE LE SCARPE.
È inutile.
Possiamo sempre migliorarci, ma solo se riconosciamo e accettiamo ciò che siamo.
Facile a dirsi, difficile a farsi.
Non demordiamo.




secondo me affinché il dolore, la sofferenza, portino al “miglioramento” dell’individuo è necessaria ricchezza d’animo, sensibilità, un certo grado di evoluzione spirituale.. non sempre la sofferenza si evolve in crescita interiore, anzi, spesso chi ha subito tante ferite diventa più duro, aggressivo, in una parola “peggiora” (pensiamo a come può diventare un cane che ha subito sevizie, e l’uomo non è tanto diverso dall’animale)
Credo dipenda dalla nostra predisposizione a fare tesoro delle esperienze dolorose della vita, anche se spesso e volentieri la nostra volontà non è coinvolta… una cosa comunque è certa: nella sofferenza c’è chi profuma, e chi maleodora.
Trovo estremamente stimolanti sia le riflessioni di Simone, sia il commento di Elena71. Da un lato, credo che esporsi, “scendere in campo” e confrontarsi apertamente sia l’unico modo reale per realizzare il motivo per cui siamo venuti al mondo (che fa parte proprio di quello che Simone definisce “qualcosa che fino a quel momento era celato”). Dall’altro, è vero che le difficoltà e i dolori che s’incontrano lungo il percorso vanno compresi nel modo giusto, perché a volte si rischia di diventare rancorosi verso il destino “cinico e baro”, dando la colpa agli altri, o alle avversità oggettive, di quanto non siamo riusciti a realizzare. Invece il significato degli intoppi è una lezione sincronicistica: cioè, se mi capita un ostacolo, è, spesso e volentieri, una coincidenza significativa, che mi deve insegnare qualcosa riguardo a quella parte di me che ancora non conosco o non accetto. Quando la sia accetta e la si porta a consapevolezza, inizia un percorso più “in discesa”. Non lo dico tanto per studi fatti, ma per esperienza.
il mio contatto con la realtà sono le mie scarpe di lavoro.
http://www.youtube.com/watch?v=gl2eMg-NVd4
concordo con l’articolo e i commenti, aggiungendo che purtroppo il “fango”, che metaforicamente sporca le scarpe del sofferente, viene spesso scaricato sui soggetti incolpevoli che lo circondano e gli vogliono pure bene..
Sì, Guendalina, questa è una conseguenza del non aver accolto la “lezione” del dolore/ferita. Si tende a dare agli altri la colpa della propria infelicità.