IL CALCIO VINTAGE: 90ESIMO MINUTO, LE FIGURINE PANINI…

di Marco Nacci

Mi chiamo Marco.

Mi chiamo Marco, sì. E amo il gioco del Calcio. Mi piace giocarlo, il Calcio, mi piace per come riesce a unire (banalmente parlando) le persone, in pochi o in tanti, bianchi o neri, neri o rossi, brutti o belli, Comunisti o Democristiani; il Calcio mi piace perché nel Calcio ci sono nato dentro, nel senso che la mia famiglia ha sempre frequentato lo Stadio. Lo Stadio di Firenze, l’allora “Comunale di Firenze”, a margine della passione per quella maglia viola che non mi riesce di non amare in maniera irrazionale, stolta e a volte invereconda anche adesso che vado per i 39 anni.

Il Calcio, già. Che bello, il calcio della Serie A. Ma anche quello della serie B, sicuro! Rinnovo l’aneddotica legata alla mia famiglia, e dico che sin da piccolo ho sentito parlare spessissimo di pallone, di gol, di fuorigioco, di calci d’angolo, di rigori netti, di rigori sbagliati, di rigori non dati, di evidenti falli in area, di arbitri venduti (descritti anche come ladri, servi della Juventus, cornuti, rovinafamiglie e quant’altro) e di <<Clamoroso al Cibali!>> (cit.). Una curiosa cosmogonia lessicale che, credo, ha contribuito a crescermi bene, sano e forte, tanto da voler provare a giochicchiare un po’ anch’io con il pallone tra i piedi, cosa che ha avuto risultati incerti in termini di carriera da atleta, ma di divertimento e amicizie quasi sempre invincibili nel tempo e importanti da ovunque le guardi per quel che concerne il resto della mia vita.

Il Calcio, beninteso, mi piace anche oggi, lo seguo anche oggi, ma ecco: sento che il Calcio di oggi, questo Calcio, il Calcio che oggi è per esempio della serie A, non è il mio Calcio. Forse non è più il mio Calcio. Ahimè, non lo è più. Non lo dico per fare il solito snob dell’ultimo minuto. Non lo dico perché mi iscrivo al partito (sempre troppo abusato) del <<Eh, ai miei tempi si stava meglio, era meglio allora… Oggi invece è tutto uno schifo…>>. No, ci mancherebbe… È che ci sono un po’ di cosette, per com’è contemplato questo Sport al giorno d’oggi, che non me lo fanno proprio andar giù…

tonyface.blogspot.com

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Nel mio Calcio, (vogliamo chiamarlo Calcio Vintage?), c’era la Schedina del Totocalcio. E solo quella. Il Sabato ci si ritrovava con gli amici e si faceva la Schedina del Totocalcio: 13 partite su cui scommettere. “1”, “X” o “2” Non c’erano Over o Under su cui sommettere. C’era solo l’Under 21. Ne sento parlar poco, effettivamente, ma l’Under 21 dovrebbe esserci ancora oggi… E’ così? Poi Paolo Valenti, la sera, ci avrebbe detto Montepremi e quote. Basta. Senza proclami, invadenze e protagonismi di sorta…

Nel mio Calcio non si pensava sempre ai nuovi stadi da costruire, ai giocatori che dovevano arrivare in una squadra l’anno successivo già a Ottorbe o a Novembre della stagione appena iniziata… Si andava allo stadio e basta, a tifare. Si andava con il Sole, con la Luna, con la grandine o con la pioggia. Si andava allo stadio a prescindere. Talvolta anche con la neve. E i giocatori si imparava a conoscerli, non c’era la schizofrenia poco sportiva e molto da gossip del turn-over continuo fra chi va e chi viene, che si ripete quasi ogni settimana…

Nel mio Calcio le partite iniziavano tutte alle 14.30, e tutte di Domenica. Ovviamente tutte di Domenica. Ovviamente. Non c’erano gli anticipi del Sabato, non c’erano i posticipi della Domenica sera o del Lunedì sera, non si rischiava di mangiare alle 11.30 per essere presenti allo Stadio a Mezzogiorno e Mezzo, nell’altro anticipo assurdo domenicale… Ovviamente…

Nel mio Calcio i numeri sulle maglie dei giocatori che entravano in campo da titolari andavano dall’1 all’11, e in panchina ci andavano dal Dodicesimo (che com’è noto era il secondo portiere) al numero 16 (in genere l’attaccante di scorta). In quel calcio i giocatori non avevano i nomi stampati sulla schiena, poco al di sotto delle spalle, perché non c’era mica bisogno di creare un mercato anche di questo: contava il colore della maglia, quello che la maglia rappresentava per il tifoso, e il tutto era cuore, sangue e passione, non un’estensione malcelata, malfatta e di malaffare dei reality-show.

Nel mio Calcio c’erano delle maglie favolose, colorate di colori vivi, riconoscibili. Pochi e riconoscibili colori per quelle squadre, più che altro. E com’erano fatte le maglie, mio Dio!!! Le maglie, tali fantastiche maglie, erano di quella lana pesante che quando pioveva diventavano di 10 kg! Le maniche si trasformavano in serpentoni, quasi, e si allungavano paurosamente, rendendo gente come Maradona quasi ridicola, in tutta la sua classe, perché pareva essersi trasformato in pochi minuti di partita nel nemico dell’Uomo Ragno, il Dottor Octopus… Ho un ricordo sfumato, eppure netto, delle casacche del Genoa e del Napoli di metà Anni ’80 impregnate d’acqua e tutte motose, che m’entra dalla mente e mi va ai brividi… <<Non c’è bisogno di una foto ingiallita per vedere quanto siamo cambiati, non c’è bisogno…>> (cit. Modena City Ramblers, “Ramblers Blues”).

Nel mio Calcio c’erano Elkjaer, Passarella, Brio, Briegel, Juary, Barbadillo, Bettega, Dirceu, Palanca, Kroll, Antognoni, Causio, Zaccarelli, Collovati, Blisset, Falcao, Maradona, Platini, Maldera, Ferri, Pedrinho, Nela, Conti, Serena, Contratto, Zico, Pasinato, Beruatto, Edinho, Graziani, Pruzzo, Chierico, Ancelotti, Muller, Brady, Nuciari o Garella, fino a giungere al famoso triumvirato Zoff, Gentile, Cabrini… Sì, lo so che ogni epoca ha avuto i suoi interpreti e le sue ricette, ma a me sono rimasti in testa questi nomi qua. Più di altri, più di tutti gli altri. Che posso farci? Appendo il pensiero e la tastiera del Computer al chiodo insieme alle scarpette coi tacchetti? Del resto: <<Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli, Susanna Agnelli, Monti Pirelli, dribbla Causio che passa a Tardelli, Musella, Antognoni, Zaccarelli… Gianni Brera… Bearzot…>> (cit. Rino Gaetano, “Nuntereggae più”).

ebookee.org

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Nel mio Calcio l’album delle figurine Panini poteva fregiarsi del merito di avere dei giocatori che iniziavano il Campionato in una squadra, con una casacca, dunque, e lo finivano  con quella stessa casacca. Incredibile… Nel Calcio odierno si parla di Calciomercato tutto l’anno. Sempre. C’è sempre il Calciomercato. Il Calciomercato c’è sempre… Sempre Calciomercato. Senza soste o interruzioni. Calciomercato, un pilastro dell’intellettuale sportivo odierno e di livello… Mica per far polemica, eh…

Nel mio Calcio non c’era soltanto la sacralità inviolabile della Domenica dedicata al Campionato di Serie A e a quello di Serie B. Nel mio Calcio, in quel Calcio, c’era il Mercoledì di Coppa, il mitico Mercoledì di Coppa, dove un match come Juventus-Real Madrid era davvero un Evento, con la “E” maiuscola non a caso. Era un Evento, un Evento vero, non una normale gara che quasi ogni anno si ripete perché tanto in “Champions League” ci vanno sempre le stesse squadre… Una partita come Milan-Barcellona accendeva la fantasia proprio perché difficilmente ripetibile. Della Dinamo Kiev si sapeva pochissimo, se non che si trattava della squadra ammiraglia dell’Impero Sovietico, e ogni anno, nella Coppa riservata ai vincitori del proprio Campionato Nazionale, oggi conosciuta come “Champions League”, c’era da fare i conti con gli uomini di Mister Lobanowsky… Del Colonnello Lobanowsky, anzi… Che brutto, poi, chiamarla “Champions League”, che terribile formula ha questa coppa, no?

Nel mio Calcio, non c’era la “Champions League”, niente affatto. Ma quale “Champions League”?!? Nel mio Calcio c’erano la splendida “Coppa dei Campioni”, la “Coppa UEFA” (la meravigliosa “Coppa UEFA”) e la “Coppa delle Coppe”, altrettanto straordinaria. Nel Calcio di oggi macché: chi va a giocare la cosiddetta “Europa League” (ex “Coppa UEFA”) lo fa spesso di tanta malavoglia. La “Champions League” è una specie di vetrina principesca, patinata e asettica per i soliti noti e la “Coppa delle Coppe” è stata addirittura eliminata dal palcoscenico internazionale. Ma si può sopportare una cosa così?!? Nel mio Calcio contavano non soltanto i soldi posseduti o l’immagine e il prestigio internazionale delle singole società, ma anche la capacità di una squadra di contrarsi a perfetta corazzata per battagliare sui campi più difficili e infingardi d’Europa, e infatti mi ricordo nomi di compagini che adesso sono divenuti quasi delle meteore impazzite in giro per la mia mente, come il Malines, l’Honved, la stessa Steaua Bucarest e tanti altri. Tradizioni di decenni di Calcio sacrificate sull’altare degli ascolti televisivi…

Nel mio Calcio era faticoso e a volte difficile arrivare allo Stadio, nella zona dello Stadio, intendo. Non tutti avevano un mezzo, e anche col treno non era scontato che si giungesse alla stazione giusta, e soprattutto in tempo per l’inizio della gara… Ma una volta lì, una volta trovato lo Stadio, si riusciva a entrare dentro, in qualche maniera. Si comperava il biglietto e si entrava. O comunque si entrava senza biglietto. Ma si entrava. Oggi è l’opposto. E’ facile spostarsi verso lo Stadio, è una bazzecola giungervi; eppure per prendere un biglietto occorrono prima un sacco di controlli, occorre la “Tessera del Tifoso”, occorre il Codice Fiscale, occorre un Documento, pare di andare all’Ufficio Anagrafe… Tra non molto chiederanno il titolo di studio e il conto in banca per poter vedere una partita. Anche perché a taluni individui conviene di più invitare la gente che segue questo Sport (di leggendaria vocazione popolare) a starsene in casa a seguire le partite anziché partecipare a una passione vera sugli spalti degli stadi…

Nel mio Calcio si poteva assistere agli spettacoli fantastici delle curve degli ultras, ai cori del loro tifo, al rumore dei loro tamburi, ai colori dei loro fumogeni, al loro lieto caos diffuso; e la loro era una straordinaria cassa di risonanza sociale e di potenzialità umana, talmente vasta e territoriale da favorire talvolta un senso di appartenenza in quei ragazzi anche al di sopra di quello politico. Per tanti giovani. E anche per chi era già meno giovane. Purtroppo oggi di quel mondo tanto si è perso, e alle accese rivalità si è sostituito solo un livore posticcio che si perpetra in malo modo anche quando non ci si affronta… E a omaggiare questo clima anche un po’ grottesco ci ha pensato pure il mitico CapaRezza, parlando di come si voglia far passare oggi il Calcio come una delle cose più importanti della vita, quando è e dovrebbe restare solo un divertimento popolare, una passione sanguigna, un’occasione per misurarsi con gli altri e anche per potersi pure un po’ sfottere senza problemi, no? <<Tu non voti alle politiche ma ti lamenti se le condizioni sono critiche, eppure televoti l’Isola dei Famosi d’Egitto convinto d’avere esercitato un tuo diritto. Segui l’Arma in mille fiction da commediografo, se ti ferma il caramba chiedi l’autografo, sposi la causa dei tifosi, in TV c’è più calcio che in una cura per osteoporosi.>> (cit.  CapaRezza, “The Auditels Family”).

Nel mio Calcio non si stava attenti ai conti, non si guardava all’economia di una società e alla sua tenuta finanziaria. Si amava la squadra, si tifava, si sostenevano i giocatori. Si pensava agli schemi di gioco, si brontolava con disincanto al bar, il Lunedì mattina durante il caffè, magari, di come qualche giocatore fosse scarso e del perché avesse comunque giocato così male. Mai nessuno si sognava di andare a fare il ragioniere (o il tesoriere) di una società di Calcio. Men che meno era interessante sentire o leggere <<Il giocatore Taldeitali ha firmato un contratto che prevede tot…>> oppure  <<Tizio ha accettato un triennale con opzione sul quarto anno… Percepirà una cifra pari a…>>. Ma cos’è? È Calcio o “Il Sole 24ore”? Ah già, nel mio Calcio le società mica erano quotate in borsa e dovevano fare i conti con le plusvalenze… Obliavo, mannaggia…

Nel mio Calcio  non interessava a nessuno quanto prendessero i giocatori, come se la notizia fosse quella… Per cosa, poi? Quando sento le cifre che girano oggi, oltre ad esse anche la mia testa comincia a girare, e non parlo d’altri giramenti per amor della mia stessa firma qua sotto…

Nel mio Calcio i calciatori erano proprio brutti. Quasi tutti magrissimi dalla vita in su, spesso erano dei capelloni, o si trattava comunque di quelle chiome modello Pooh dei primi anni di carriera. Fino agli anni Ottanta la moda volle anche i giocatori di Calcio conciati alla stregua di gruppi musicali, e a me andava bene così. E non solo: quei calciatori avevano le costole in bella mostra ma si portavano dietro delle cosce veramente grassocce, belle piene, quasi da donna sulla cinquantina in attesa della menopausa, insomma, e il tutto contribuiva a renderli bellissimamente antiestetici, deliziosamente trasandati, dolcemente goffi, virilmente buffi. Veri, però…

Nel mio Calcio c’erano poche trasmissioni dedicate al Calcio. Qualcuna c’era, siamo d’accordo, ma erano poche, diluite in giusta dose per far sì che ci si potesse pure disintossicare dal medesimo mondo del Calcio. Si poteva dire <<Basta con questo Calcio, è troppo questo Calcio!>> con serenità, Dio Santo! Posso anche azzardare, e dire che erano  dei bei programmi. E in quelle trasmissioni si trovavano incredibilmente immagini di Calcio. E basta. Immagini di azioni di Calcio. E basta. I gol, accidenti. Si vedevano le trasmissioni di Calcio per vedere i gol! Azioni salienti e gol! E basta! C’erano le azioni di Calcio, ripeto… Anche violente, per carità. Oggi vedo invece tanta violenza (malcelata e perfino ipocrita, talvolta) la trovo nei dibattiti sul calcio. Anziché immagini di Calcio abbiamo i dibattiti sul Calcio, gli opinionisti sul Calcio, le filosofie sul Calcio, ricche tavolate di personaggi di dubbissimo gusto che vorrebbero far trapelare Calcio. L’anti-calcio, insomma. Semplicemente e banalmente: l’anti-Calcio.

Gli inviati di 90esimo minuto di Paolo Valenti- ottantology.blogspot.com

Gli inviati di 90esimo minuto di Paolo Valenti- ottantology.blogspot.com

Nel mio Calcio la trasmissione di Calcio per eccellenza, e per riconosciuta grazia, era “90esimo Minuto”, conclave pallonara della Domenica che alle 18.30 circa proponeva i servizi sulle partite del pomeriggio appena trascorso. Di tutte le partite, ricordiamolo ancora. E lì, come intervallo di “Domenica in…”, Paolo Valenti chiamava a raccolta i suoi temerari luogotenenti dai campi in cui si erano disputate le gare per far dir loro due battute  sul match. Due battute, appunto, perché poi lo spazio veniva lasciato alle immagini, alle azioni, ai tiri in porta. E ai gol… E quindi tutti gli appassionati stavano lì ad attendere Cesare Castellotti (quando era impegnato  il Toro) o Carlo Nesti (per le partite della Juve) da Torino, Ferruccio Gard da Verona,  Giancarlo Giannini da Firenze,  Franco Strippoli da Bari, Gianpiero “Bisteccone” Galeazzi  da Roma, Giorgio Bubba da Genova, Gianni Vasino ed Ennio Vitanza da Milano e così via… Per non parlare poi del mitico Tonino Carino da Ascoli, della cui memorabile eterna menzione al “Drive In” di quegli anni (ad opera di un giovane Ezio Greggio) s’ode ancora l’eco…

Nel mio Calcio Bruno Pizzul, subito dopo l’immenso e mai troppo rimpianto Nando Martellini, era la vera voce delle partite,  di cui ricordo ancora  straordinari scenari letterari per definire i tifosi in trasferta sui campi delle squadre italiane impegnate nelle Coppe Europee, fino a giungere a quello <<… sparuto drappello di tifosi dell’Inter ancora presenti sugli spalti del Meazza>> al termine di una gara persa dai nerazzurri con una squadra  di cui non ricordo nemmeno le maglie. Le maglie no, appunto, ma il commento del caro Bruno sì, eccome…

Nel mio Calcio alla Radio c’erano invece, tra gli altri, Sandro Ciotti con la sua voce gracchiante e poco radiofonica ed Enrico Ameri, con la sua voce suadente e d’onda sonora scorrevole e vivace. mi piaceva di più il primo…

Nel mio Calcio c’erano le bandiere in campo. C’erano gli Zoff, i Di Bartolomei, gli Antognoni, i Bergomi… Ne sono rimasti pochi, di questa generazione di giusti;  diciamo, anzi, che non ne vediamo quasi più, purtroppo, e tra non molto pure Totti e Zanetti andranno a far compagnia a Maldini e Del Piero.  E sarà un po’ come una fine (un’altra fine) di un’Epoca. E a me dispiace tanto…

Nel mio Calcio gli scudetti li potevano ancora vincere la Sampdoria o il Verona, o anche il Torino, ma sì…   Perfino la Lazio di Giorgio Chinaglia e il Cagliari di Gigi Riva, ma forse sto (già) parlando di una precedente Era Geologica. Di certo il divario fra le cosiddette “grandi” e le conclamate “piccole” non era così tristemente abissale da pensar di assistere a match con verdetti già scritti. Si poteva sperare nei miracoli, ecco. Più semplicemente: i miracoli potevano avvenire, si potevano cavalcare lungo l’onda onirica di un’intera annata sportiva. Che belli, i miracoli, quei miracoli. Si poteva immaginare. Lavorava di più l’immaginazione, ma sì, e con essa tutto l’indotto del pensiero. Si poteva sognare, ma sì, si poteva sognare. Si poteva sognare, ma sì, ancora un poco…  Sognare, credere al sogno, immaginare, ma sì. E sognare ancora, e ancora un poco. Solamente e semplicemente: sognare ancora un poco… Ma sì, ancora un poco… Ma sì…

Nel mio Calcio… <<Tiro… Rete!!!>>.

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