IL CAMPO DI DACHAU: AMORE E FORTUNA AI TEMPI DEL GENOCIDIO

di Emiliano Morozzi

L’ingresso di Auschwitz. Da arteyfotografia.com

Nel giorno in cui i cancelli di Auschwitz venivano finalmente distrutti, rivelando al mondo l’orrore che si celava al loro interno, raccontare la storia di chi quell’inferno lo ha vissuto in prima persona vale più di tante frasi “ufficiali”, che spesso sanno di retorica.

Il mio viaggio parte dal presente: dal giorno in cui incontrai uno di quelli che consideravano il genocidio perpetrato in questi campi alla stregua di una sorta di rappresaglia di guerra: provai a convincerlo in tutti i modi possibili dell’assurdità delle sue tesi ma, di fronte all’ottusità, mi arresi e non mi rimase altro che auguragli di vivere le stesse esperienze, per capire. Sessantasette anni dopo, il solo modo per far aprire gli occhi a chi faceva finta di non vedere era quello di far toccare loro con mano quell’orrore, come fecero i militari americani quando liberarono il campo di Dachau: erano arrivati in quel paese strano, dove pioveva cenere e dove l’aria era appestata dal forte odore di carne bruciata. Chiesero lumi agli abitanti del posto su quegli strani fenomeni, ma tutti rimanevano sul vago o cercavano di cambiare discorso. Quando i soldati Usa arrivarono al campo, indignati per quello che videro, tornarono in paese, rastrellarono tutti i civili e li “deportarono” al campo, costringendoli a curare i malati e tumulare dignitosamente i cadaveri.

E qui passiamo al principale protagonista della storia: mio nonno. Spedito a vent’anni in Albania, visse la sua giovinezza sotto le armi: artigliere in un reparto di artiglieria pesante durante la guerra di Grecia, l’8 Settembre 1943, alla firma dell’armistizio, si trovava in una caserma di Atene. Dopo un giorno di ininterrotti festeggiamenti, fu svegliato dal rumore dei semicingolati: le SS avevano circondato l’edificio, e si presentarono ai militi italiani col mitra spianato. Tutti gli italiani presenti furono fatti prigionieri e, dopo un viaggio tortuoso attraverso la ex Jugoslavia, furono internati a Dachau.

Il cancello d’ingresso al campo di Dachau. Da Wikipedia

Mio nonno visse quasi un anno e mezzo dentro quell’inferno: in tutto quel tempo da prigioniero, imparò solo tre parole di tedesco: kaputt, parola che faceva gelare il sangue nelle vene e poteva significare morte immediata, raus, quell’ordine ripetuto all’infinito dagli aguzzini, che svegliava i prigionieri dall’inedia più di un colpo di frusta, e kartoffeln, il solo cibo possibile dentro il campo. La baracca dei prigionieri di guerra italiani era posta di fronte al piazzale delle docce: ogni mattina, mentre per i primi suonava l’adunata, di fronte a loro una fila di persone marciava in fila per due nel piazzale principale, scendeva nel seminterrato delle docce e non faceva più ritorno: quelle erano le porte di un inferno fortemente voluto da un piccolo e meschino diavolo coi baffi a spazzola, messo in piedi dai suoi servitori. Due cose lasciò in eredità a mio nonno quell’esperienza: il vizio del fumo, che allentava la monotonia di certe serate dentro il campo, e gli incubi, che ogni tanto tornavano a perseguitarlo sotto forma di guardie del campo che lo minacciavano di fucilazione. Non parlava mai volentieri di quell’esperienza, e quando qualcuno tirava fuori l’argomento, diventava silenzioso e schivo, tutto il contrario del suo carattere, aperto e gioviale.

Proprio quel carattere gli permise di sopravvivere e fu la sua fortuna là dentro: quando fu spedito insieme ad altri prigionieri a ristrutturare una pensione di Monaco danneggiata dai bombardamenti, mio nonno fece colpo sulla figlia del proprietario della pensione: la ragazza lo aiutò portandogli quando possibile del cibo, procurandogli le amate sigarette e offrendo alloggio a lui ed altri prigionieri italiani al momento della liberazione del campo. Mentre erano ospiti, il padre annunciò loro una sorpresa e all’ora di pranzo si presentò con un’insalatiera di spaghetti fumanti. Lui era quasi commosso all’idea di poter assaggiare di nuovo gli spaghetti, ma quando vide che erano conditi con la marmellata, finse di star male per non mangiarli. “Avevo vissuto la fame, avevo mangiato per un anno solo patate e in quel momento sarei voluto sprofondare sotto terra, ma davvero era più forte di me: non ce la facevo a mangiare gli spaghetti con la marmellata!”. Non volle mangiare quell’insalatiera di pasta, quel giorno, né fece più ritorno a Dachau: troppi terribili ricordi avrebbe rievocato quel posto. Quei ricordi che dovrebbero essere patrimonio di tutti, e che invece ancora oggi qualcuno si ostina a negare.

12 Comments

  1. Francesco 27/01/2012
  2. Giovanni Agnoloni 27/01/2012
    • Emiliano 27/01/2012
  3. CLAUDIA 27/01/2012
  4. Christian 27/01/2012
  5. Giovanni Agnoloni 27/01/2012
  6. Nicola Pucci 27/01/2012
  7. Giovanni Agnoloni 27/01/2012
  8. Nicola Pucci 27/01/2012
  9. Emiliano 27/01/2012
  10. Giovanni Agnoloni 27/01/2012
  11. Emiliano 27/01/2012

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