di Francesco Gori
Il cinema di Kim Ki-Duk è magico, e Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera è un film che ce lo conferma. Stiamo parlando dell’opera più conosciuta del regista coreano, anno 2003.
È intorno al ciclo delle stagioni che si narra la vita di un monaco buddista e del suo giovane allievo, in un luogo al riparo dalle ingerenze esterne: una casa galleggiante in mezzo ad un lago – siamo a Taiwan – dove per accedervi bisogna oltrepassare una porta simbolica, e poi usare una barca a remi. Giornate all’insegna della consapevolezza di ogni gesto, così il piccolo monaco apprende l’arte della spiritualità.
È primavera quando questi, durante un giro nella foresta circostante, incontra creature viventi come un pesce, un ranocchio, un serpente (link): li lega uno alla volta con un sasso, divertendosi sadicamente, credendo che tutto sia un gioco. Ma il maestro lo ha seguito, e il giorno dopo il ragazzino si sveglia con una pietra sulla schiena. Dovrà espiare i suoi errori, imparando così il rispetto per la vita. E, se non ci sarà rimedio al peccato commesso, portare “questa pietra sul cuore per tutta la vita”.
L’estate ci racconta del monaco ormai ragazzo, e dell’incontro con una coetanea che arriva all’eremo per essere curata. L’eros con le sue tentazioni irrompe nella sua esistenza fin lì pacifica, e i due finiranno per cedere al richiamo del sesso, finché il giovane abbandonerà la casa per seguire la sua donna.
Autunno, tempo di grigiore dell’anima, come quella dell’ex monaco ormai grande, che torna al luogo natìo, dopo aver ammazzato la sua giovane moglie per gelosia. Il maestro dipinge sul legno della casa (con la coda del gatto) il testo del Sutra del Cuore che l’uomo dovrà incidere piano piano, per ritrovare la pace dell’anima. Nel frattempo due poliziotti lo scovano, attendono che finisca il lavoro, poi lo portano via, in prigione. Il vecchio monaco capisce intanto che è giunta la sua fine e conclude la sua esistenza dandosi fuoco: umiltà e coraggio nell’affrontare, solo e consapevole, l’ostacolo umanamente più duro.
Durante un inverno l’ex allievo (qui è lo stesso Kim Ki-duk a interpretarlo) torna di nuovo al tempio e scopre la morte del maestro. In mezzo al ghiaccio si dedica alla cura di corpo e mente, riprendendo i vecchi insegnamenti. Una donna sopraggiunge di notte e lascia un bambino, per poi annegare in un buco del lago ghiacciato che l’uomo aveva creato per bere. Venutone a conoscenza, questi si lega alle spalle la “pietra della redenzione” e scala la montagna.
Sarà ancora la primavera a scandire un cerchio che si è chiuso, con un nuovo maestro e un nuovo allievo.
Un inno alla spiritualità, una narrazione sulla doppia faccia della vita. Questo è Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera. Ci ricorda da subito la caducità dell’esistenza e le difficoltà del suo corso, con i pericoli cui si va incontro immergendosi nella cornice esterna, allontanandosi dal nucleo interiore, quello più vero. Il tutto in una dimensione eterna, magica come una favola, in un ambiente – fotografia e immagini mozzafiato – dove la natura e l’uomo si uniscono.
Kim Ki-duk dispensa allo spettatore tutta la magia della sua biografia (si avvicina infatti al cinema dopo i 30 anni, senza preparazione accademica), si dimostra artista autentico, come tutte le sue pellicole (da citare in particolare L’isola, Ferro 3 – La casa vuota, L’arco), che cercano di indagare tutti gli aspetti della vita, compresi i personali tormenti interiori, ben descritti nel documentario Arirang del 2011.
Ripensando a questa straordinaria pellicola, mi viene in mente Tiziano Terzani e La fine è il mio inizio; la copertina del libro comincia con queste parole: “Un monaco zen siede nel silenzio della sua cella, prende un pennello e con grande concentrazione fa un cerchio che si chiude, l’ultimo gesto della mano su questa terra.”
Così è la vita, qui descritta come inevitabile ciclo di nascita, bellezza alternata a dramma, fino alla morte del solo individuo.

Giornalista pubblicista e web writer. Da sempre lo sport è la sua prima, grande passione. Non solo calcio, ma anche tennis, golf e motori.
L’amore per la scrittura lo porta poi verso tutti gli altri territori.


Apprezzo molto la nitidezza di questa bella recensione, quasi “veristica”, nella sua nudità, e che lascia emergere i contenuti del film con assoluta chiarezza.
Devo dire che, rispetto a questi ultimi – che peraltro posso giudicare relativamente, ché non ho visto il film – sono un po’ scettico, perché, bellezza delle atmosfere a parte, certa spiritualità che approda sostanzialmente a una tautologia (“è così perché è così”), o comunque al Vuoto, mi sembra suggestiva ma fallimentare: per me la via dello spirito porta necessariamente a un Incontro, quello con il Sé, che è il luogo dell’Incarnazione di Dio Padre e Madre in noi. Rifiutare o non riuscire a vedere questo squarcio di Luce, alla fine del percorso (che peraltro è costantemente “qui ed ora”) significa aver mancato il bersaglio. Ma, del resto, non dipende solo da noi, ma anche da Chi è “al di là”, come ho sottolineato in uno scambio di opinioni con Fabrizio alla pagina http://criticaimpura.wordpress.com/2012/06/22/la-nuova-fantascienza-italiana-e-il-futuro-come-vocazione-breve-introduzione-al-connettivismo/.
Ne parlerò presto anche in un mio post per questo blog.