IL COMUNE CONSOLARE (1115-1202) – STORIA DI FIRENZE

Siamo al quinto appuntamento della serie sulla storia di Firenze curata da Luca Moreno.

Il Comune consolare (1115-1202)

di Luca Moreno

È molto importante, nel descrivere gli eventi storici fiorentini, capire bene chi effettivamente governa la città; ciò non perché consideri particolarmente apprezzabile una narrazione basata sulla gestione del Potere, ma perché è attraverso questa analisi che è possibile comprendere le ragioni per cui Firenze effettui determinate scelte e non altre. Il compito non è particolarmente difficile per i secoli in cui la dinastia dei Medici assume ufficialmente il comando della città prima e della Toscana poi (ovvero dal XVI secolo); è invece più complesso per i secoli XII –XV, poiché la descrizione degli organi istituzionali, già per se stessa intricata, da sola non è sufficiente per capire, se non accompagnata da una costante e puntuale definizione di sostantivi come: magnati, nobili, borghesia, democrazia, ecc; che non sempre significano ciò che essi indicano ai nostri tempi; per non parlare del termine “popolo”, che in nessuna occasione potrà essere utilizzato per indicare ciò che esso designa in senso marxista, cioè: proletariato.

A Firenze infatti il proletariato – vale a dire le maestranze che hanno costituito la benzina senza la quale il successo mondiale che la città ebbe in termini commerciali sarebbe stato impossibile – il proletariato, dicevo, non fu mai rappresentato nelle istituzioni cittadine e mai gestì il potere in prima persona, con l’unica eccezione nel 1378, quando, in occasione del Tumulto dei Ciompi, nacque un governo autenticamente popolare, che però crollò rapidamente e fu represso nel sangue. Nel precedente contributo abbiamo lasciato una città già sviluppata al suo interno, con una popolazione in costante crescita; la forza commerciale di Firenze aumenta progressivamente; i suoi artigiani realizzano prodotti che soddisfano le richieste interne e che conquistano l’apprezzamento degli acquirenti: fabbri, calzolai, sellai, artigiani del marmo e della pelle, vasai, orefici; particolare successo ha poi la produzione e la lavorazione della lana; ma è importante soprattutto capire quanto sia cambiato il concetto di lavoro e, conseguentemente, di reddito.

A questo scopo serviamoci di un esempio: un signore feudale possiede parecchie terre nel contado di Firenze (territorio intorno alla città) a lui giunte per eredità familiare, che gli procurano una buona rendita e gli consentono di non svolgere alcuna attività se non quella di godere del proprio patrimonio; consideriamo ora un maestro artigiano che invece si occupa della lavorazione delle pelli e gestisce una bottega in città; nel primo caso, ponendo il valore annuo di quelle rendite a 100 fiorini, è probabile che quel signore trasmetta il suo patrimonio terriero inalterato ai suoi discendenti (ammesso che guerre, carestie ed alluvioni non distruggano parte di quelle terre); l’artigiano produce invece un reddito annuo pari a 25 fiorini; però il suo commercio cresce ed egli riesce, nell’arco della sua vita, ad aprire una seconda bottega, poi una terza e così via; ebbene, questo artigiano lascerà ai propri eredi un patrimonio virtualmente ed ulteriormente espandibile e assai più ricco di quello con il quale ha iniziato la sua attività; invece il signore, che sfrutta esclusivamente le sue rendite di posizione, trasmetterà, nella migliore delle ipotesi, un patrimonio identico a quello con cui ha iniziato. L’artigiano ha una concezione dinamica del lavoro; il signore feudale ha una concezione statica e ragiona con gli occhi rivolti al passato. Ebbene, tutto ciò appare scontato per noi che siamo abituati a termini come “produzione” e “crescita”, ma per i tempi, questo nuovo modo di concepire la ricchezza costituì una vera rivoluzione nel modo di pensare; e le città furono la culla di questa rivoluzione.

La (successiva) Piazza della Signoria (da blulabitalia.it)

Firenze si espande al punto che si deciderà, sul finire del secolo XII (lo abbiamo visto nel secondo capitolo, figure 4, 5) di costruire una nuova (la quinta) cerchia muraria. Ora, una situazione economica e sociale di questo tipo – basata cioè su princìpi che ben poco hanno a che fare con i meccanismi feudali – non poteva espandersi se non sostenuta da istituzioni adeguate. In questo senso la nascita del Comune, ancor prima che a ragioni ideali, risponde a necessità pratiche. Insomma, se norme vi devono essere, che queste siano scelte da e per i cittadini e non imposte dall’alto, da un’autorità lontana (imperatore) ed estranea (feudatario) ai bisogni veri della città. All’origine della formazione del Comune vi è quindi prima di tutto un’esigenza che si traduce, nelle primissime fasi, in un atto associativo di natura privata, giurato e volontario, costituito da un gruppo di cittadini, allo scopo di tutelare i diritti dei singoli aderenti; queste prime riunioni si svolgevano in abitazioni private e si concludevano con patti fissati su Carte o Statuti che costituivano il fondamento giuridico dell’accordo e vincolanti per chi le sottoscriveva; con il tempo, però, queste forme di associazionismo hanno successo, si estendono rapidamente e si evolvono, cosicché gli accordi cessano di essere patti tra privati e cominciano ad avere rilevanza pubblica; è a questo punto che nasce il Comune, inteso come istituto di diritto pubblico, anche in virtù del significato di tale termine: Comune significa infatti condividere capacità, aspirazioni, leggi, diritti, regole.

La prima carta in cui si citano dei Consoli fiorentini (il regime consolare costituisce la prima fase del sistema) è del 1138. Brocardo e Selvoro (o Salvoro) sono i primi nomi conosciuti; ma il regime consolare era già in vigore dal 1125. In un anno i Consoli arrivarono a essere dodici (due per bimestre) affiancati da un Consiglio di 150 “Bonomini” e, quattro volte l’anno, da un’Assemblea Generale dei Cittadini. Poco si conosce dei modi di governo, poiché la documentazione riguardante gli atti amministrativi è praticamente inesistente fino agli anni intorno al 1170, ma è interessante capire quali siano le categorie sociali che stanno dietro a questa prima esperienza comunale che occuperà tutto il XII, per concludersi nel XIII secolo, quando Firenze passerà al regime podestarile. Ebbene, i soggetti fisici che danno vita al Comune consolare sono i nobili. In questa fase, cioè, i borghesi, per esempio gli artigiani e i commercianti, non hanno, dal punto di vista gestionale, alcuna voce in capitolo.

Ma quali nobili? Innanzitutto quelli che potremmo chiamare i “feudatari illuminati”; in altre parole esponenti del vecchio sistema che comprendono che il futuro ormai è in città e quindi s’inurbano portandosi le loro, magari anche modeste, ricchezze e le loro milizie; persone che hanno capito che la città può migliorare il loro tenore di vita, e comunque più rapidamente di quanto sia possibile ottenere rimanendo nelle loro terre che, tra l’altro, gestiscono come vassalli di qualche signore a loro gerarchicamente superiore; non sono nobili di alto rango, anzi è la piccola nobiltà (ed anche feudatari ecclesiastici) che soprattutto si sposta; persone che hanno una visione dinamica dell’esistenza e che quindi si sentono attratte dal “vento” cittadino. Non mancano poi i grandi mercanti, persone che, pur non vantando un titolo, dispongono di una certa fortuna ottenuta con i commerci; ma in questa fase la componente nobiliare è prevalente: tutte le cariche pubbliche sono ad esclusivo appannaggio dei nobili; costoro riusciranno con la forza del denaro e delle armi a prevalere nei Comuni, esercitando il loro potere per mezzo dei Consoli e di tutti quegli organismi che deliberavano sulle questioni più importanti. In buona sostanza, dobbiamo immaginarci famiglie di lignaggio che, provenendo dal contado e pur mantenendo diritti sulle loro terre in campagna, decidono di inurbarsi e riescono così a egemonizzare la vita comunale.

Antica mappa di Firenze (da palazzovecchio-museoragazzi.it)

Ovviamente tale situazione sarà foriera di scontri con i futuri arricchiti, privi di titoli nobiliari, ma questo è un problema che si pone in un’epoca successiva (XIII secolo). La questione che invece subito si afferma è che questi soggetti, essendo portatori ciascuno di proprie tradizioni familiari, ambizioni e superbie, sono poco disposti a piegarsi a regole introdotte da un sistema istituzionale neonato e ancora approssimativo, in cui le cariche pubbliche erano magari occupate da una famiglia meno nobile della loro, oppure odiata per antiche ruggini. Tutto ciò per dire che durante il secolo si assiste a lotte e scontri molto violenti all’interno della stessa classe dirigente, che porteranno al collasso il sistema consolare. Non basta scrivere sulla carta le parole “libertà” e “giustizia” per goderne in pace i benefici; quindi ogni qual volta utilizziamo la parola “democrazia” e la applichiamo all’esperienza dei Comuni medioevali, nonostante non vi sia dubbio che con essi celebriamo un progresso rispetto alle coeve istituzioni feudali, il significato di tale parola è diverso da ciò che noi oggi intendiamo: sopraffazione, violenze, uomini mandati al rogo o puniti con torture inenarrabili sono strumenti non raramente utilizzati a Firenze (come in altre città) per risolvere le controversie ed esercitare la giustizia penale; inoltre la riserva a pochi eletti del diritto di occupare le cariche pubbliche sarà sempre la caratteristica peculiare di queste democrazie, anche quando esse, come avverrà nel XIII secolo, estenderanno la loro base a categorie sociali meno fortunate. […].

Tuttavia sarebbe un errore ridurre lo specifico fiorentino alla descrizione dei membri della classe dirigente. Il fenomeno di attrazione esercitato dalla città, cioè, non ha riguardato esclusivamente coloro che si sono stabiliti in città per occupare posizioni di privilegio, ma anche persone semplici, quali contadini fuggiti dai feudi, servi della gleba, persone desiderose di iniziare un’attività in un luogo più sicuro e aperto alle novità: sono quelli che poi si chiameranno cittadini e che ci consentiranno di dire che Firenze, come altre città, in questi anni è in costante crescita. Non possiamo poi dimenticare che la nascita del Comune, non solo fiorentino, avvenne in più di un’occasione all’ombra della figura del Vescovo, che esercitò una specie di “copertura pubblica” di un ente che ancora stentava a trovare un suo preciso modo di operare; anche se il fenomeno non va generalizzato, si può dire che alcuni Vescovi seppero comprendere quanto fosse importante sostenere le istanze dei Comuni nascenti, non foss’altro che per condizionarne lo sviluppo; una politica di questa natura aveva infatti il doppio vantaggio di consentire a questi ecclesiastici di essere presenti (e acclamati) nei luoghi laddove si assumevano le decisioni importanti (vale a dire nelle città) e, nello stesso tempo, di proseguire – con tale politica – nell’obiettivo di contrastare le pretese dell’Imperatore, che vedeva l’espandersi delle libertà comunali come il fumo negli occhi. Una prova del ruolo politico svolto dal Vescovo la possiamo trovare in occasione della conquista di Fiesole da parte di Firenze nel 1125, quando i fiorentini acconsentirono a non distruggere la cattedrale della cittadina, a patto che il Vescovo risiedesse entro le mura fiorentine: una preoccupazione di questo tipo non può non corrispondere a un riconoscimento del ruolo politico di un’autorità che oggi noi siamo abituati a immaginare come prevalentemente spirituale. Nel prossimo capitolo: lo scontro con l’Imperatore Federico Barbarossa, avversario giurato dei Comuni; l’esito di tale scontro e la crisi del Comune consolare.

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