IL CONNETTIVISMO E L'”ALTRO” SECONDO GIOVANNI DE MATTEO

di Giovanni Agnoloni

Questo è un estratto dai materiali preparatori di un saggio sul Connettivismo che sto scrivendo. Poiché il 2014 è il decimo anno di vita di questo movimento letterario (proprio in questi giorni ricorre l’anniversario), giunge propizia l’occasione per una riflessione su alcune delle opere principali di Giovanni De Matteo, uno dei suoi fondatori, insieme a Sandro Battisti e Marco Milani, in relazione a un tema importante della poetica connettivista: il rapporto (o la difficoltà di un rapporto) con l’Altro, ovvero, in altre parole, l'”interfaccia”, inteso in senso non solo tecnologico, ma umano e sociale.

Il Connettivismo e l'”Altro” secondo Giovanni De Matteo

L’Altro è la persona con cui si interagisce, che spesso è lo specchio di ciò che noi siamo, o non riusciamo a essere o, ancora, non riusciamo a essere insieme. Con questa dimensione, che ha una valenza tanto individuale quanto sociale, la coscienza di ogni soggetto finisce inevitabilmente per rapportarsi. La forte propensione all’indagine psicologica e sociale che il movimento connettivista manifesta nelle sue varie voci trova in questo universo un campo di esplicazione ed esplorazione di assoluta importanza. In particolare, qui emergono i tratti di maggior contiguità e interazione con la letteratura postmoderna, che, sulla scorta degli elementi di fondo già presenti nel modernismo, ha trovato nella dispersione dell’identità individuale uno dei suoi aspetti più importanti. Emergono inoltre alcune parole-chiave care a questa tradizione, non meno che a quella del Cyberpunk, come distopia e interfaccia.

La distopia, ovvero l’utopia negativa, di fatto rientra già negli aspetti salienti della riflessione sull’ambiente, e segnatamente sul kipple, ché la catastrofe ambientale è senza dubbio uno dei risvolti distopici più preoccupanti della visione del (prossimo) futuro. La cosa che più mi interessa sottolineare fin da adesso, però, è che questo contatto con l’Altro si spinge fino a sfiorare l’Oltre della morte. È questo il tema al centro delle opere più importanti di Giovanni De Matteo, il romanzo Premio Urania 2006 Sezione π², ma presente anche nel suo spin-off Sulle ali della notte e nel suo sequel Corpi spenti.

Connettivismo

Argomento al cuore di quella che possiamo legittimamente definire una saga è la penetrazione nelle menti dei defunti da parte dei membri di una squadra speciale della polizia di Napoli alla metà del XXI secolo, allo scopo di raccogliere gli ultimi ricordi della loro vita, ovvero dettagli importanti sui delitti di cui sono rimasti vittime.

Così l’autore, in Sezione π², descrive l’esperienza di contatto con questa dimensione del Tenente Briganti:

“Rimase da solo, nel buio. Lontano dai rumori.
Lontano dalla vita.
Lontano da Dio, distante dagli uomini.
Un atomo di percezione inerziale sospeso fuori dallo spazio e dal tempo. Attesa di un segnale che scuotesse il continuum. Quando il segnale alla fine giunse, si manifestò con il canto inconfondibile e melodioso di un fenomeno gravitazionale. Senza indugiare si abbandonò al richiamo. La gravità dell’Oltretomba lo attirò in una fuga sempre più veloce attraverso uno spazio senza dimensioni, privo di luce e di punti di riferimento.
Ebbe l’impressione di precipitare. Fin dalla prima scansione aveva sempre concettualizzato quell’accadimento come una regressione. Ignorava se dietro alla sua interpretazione vi fossero ragioni di ordine superiore, legate all’inconscio individuale o alle più diffuse dinamiche archetipiche dell’inconscio collettivo.
Precipitò. Semplicemente.
Cadde e cadde e cadde. Raggiunse una nube di polveri cosmiche, sospensione primordiale di plasma, nebulosa di ioni e fotoni. Vi penetrò e continuò a cadere, come ogni altra volta, lasciandosi coinvolgere in una danza frenetica e concedendosi alle spire fameliche di un turbine elettrico, alle sue orribili fauci.
Cadde oltre l’orizzonte degli eventi nel maelström psichico finché una luce bianca lo investì in un’esplosione di fosforo o magnesio.” (1)

Al termine di questa esperienza, Briganti si ritrova installate nella mente le ultime immagini della vita della vittima. E il percorso che lo conduce a questo risultato è estremamente interessante. In esso vediamo concentrati processi fisici, percorsi astronomici, intuizioni psicologiche e perfino mistiche. La cosa più importante è che l’attimo iniziale colloca l’osservatore “lontano da Dio, distante dagli uomini”. È un’affermazione che non ha, in sé e per sé, niente di necessariamente agnostico o antisociale. Semplicemente, raffigura uno stato di notte oscura dell’anima, che intuitivamente dipinge il momento in cui la soggettività individuale si affaccia su un mondo diverso, che è l’interiorità di un’altra persona, per quanto qui colta dopo il momento della sua morte e dunque ridotta a un’istantanea o a una sequenza di poche istantanee.

Cruciale il riferimento – per quanto espresso in chiave ipotetica – all’inconscio collettivo: forse è questa la dimensione preesistente all’incontro, il presupposto indispensabile per poter anche soltanto concepire una visione intuitiva dell’identità altrui, o anche della sola verità nuda di un momento di quella vita: l’ultimo. Il “maelström psichico” richiama il “vortice” di Phlebas il Fenicio ne La terra desolata di Thomas Stearns Eliot (“Una corrente sottomarina / spolpò le sue ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava / attraversò gli stadi della maturità e della gioventù / sprofondando nel vortice”) (2): come quello, in una sorta di percorso regressivo, lasciava emergere l’identità nuda della persona, questo (accostato pur sempre all’idea di una “regressione”) conduce a una “luce bianca”, che se da un lato pare un’ implicita allusione al divino, in realtà non si presenta né si enuncia come tale, perché prima facie la sua sostanza è solo quella dell’intuizione dell’Altro e della sua verità. In altre parole, è come se l’attimo prima della morte della vittima spogliasse questa di ogni sua capacità di simulare e la restituisse al mondo nella sua verità essenziale. L’investigatore, in questo senso, diventa una sorta di sciamano.

Connettivismo 3

Questo tipo di sensibilità intrusiva e permeante riesce anche a proiettarsi su tutto un ambiente, suggerendo un senso di presenza latente e percettiva spalmata su un orizzonte ampio. In Sulle ali della notte, spin-off di Sezione π², in cui degli agenti psicografici possono leggere nei pensieri dei morti, troviamo una descrizione di Mosca nella quale la presenza invasiva dei mezzi di telecomunicazione (e di controllo) sembra alludere a un costante stato di intrusione di una mente collettiva – che niente ha a che fare con l’inconscio collettivo, trattandosi di un’intelligenza politico-socio-tecnologica – nella sensibilità individuale.

“Si sente di nuovo parte di un organismo più grande. Un organismo pulsante, vivo, efficiente. Sente respirare la megalopoli intorno a lui, con il traffico che scorre caotico e impavido nelle sue arterie, le luci che compongono la più vasta costellazione sul volto notturno dell’Europa, i ripetitori delle reti locali wireless, le radiostazioni e le torri della TV che irradiano l’etere ventiquattr’ore su ventiquattro, avvolgendo Mosca in un sudario elettromagnetico fatto di molteplici strati che si compenetrano e scivolano l’uno nell’altro.” (3)

Connettivismo 2

L’intuizione di connessione profonda che traspariva dalle righe di Sezione π² la ritroviamo qui, dove il corpo sondato non è quello di un morto, ma quello di una metropoli. Significativo il riferimento al «sudario elettromagnetico», espressione che si addirebbe senz’altro a un cadavere, ma che qui si riferisce a una grande città sormontata da una fitta rete di segnali elettromagnetici. Il senso di oppressione che ne deriva è ben diverso dall’intuizione cosmica racchiusa nell’esperienza del Tenente Briganti. Cova, in questi spazi, un senso di fine, di oppressione radicale. E lo stesso vale per la Napoli del 2061, in cui è ambientato Corpi spenti, il sequel di Sezione π².

“Sopra di lui si muoveva un traffico rarefatto, fatto di auto invisibili, della risacca delle gomme sull’asfalto e delle scie di turbolenza lasciate nell’aria dal loro passaggio. Un rombo crescente di motori e pneumatici accompagnò una colonna di Humvee del Battaglione Z in pattuglia. Briganti li riconobbe dal rumore, prima ancora di intravederli attraverso le fenditure del guardrail della sopraelevata. I carapaci neri delle vetture militari ammiccarono tra gli spiragli delle barriere di protezione e poi si persero in direzione del centro.” (4)

Note:

(1) Giovanni De Matteo, Sezione π², collana Urania, n. 1528, Mondadori.

(2) Thomas Stearns Eliot, La terra desolata, in La terra desolata – Quattro quartetti (ed. cit., trad. Angelo Tonelli, pag. 55).

(3) Giovanni De Matteo, Sulle ali della notte, Delos Digital, 2014, pagg. 33 s.

(4) Giovanni De Matteo, Corpi spenti, collana Urania, Mondadori, 2014, pag. 30.

Per concludere in bellezza, tre domande all’autore, in un momento-chiave dell’evoluzione del movimento connettivista, di cui è co-fondatore e teorico:

1) Giovanni, anche alla luce del recente Congresso di Futurologia, tenutosi a Napoli, quale pensi che oggi, alla fine del 2014, sia lo “stato dei lavori” dello scenario di genere in Italia?

Connettivismo 4

Giovanni De Matteo (da fantasymagazine.it)

– C’è molta voglia di fare, forse più che in ogni altra stagione passata. Gli spazi si sono moltiplicati grazie alla progressiva e costante ascesa del digitale, e questo è un bene. Quella che forse ancora manca è un’attenzione editoriale che garantisca una visibilità duratura alle opere più meritevoli. Sia che si parli di “Urania” che degli altri editori che timidamente riescono ad affacciarsi tra mille difficoltà in libreria, o di case editrici digitali, il discorso non cambia: la finestra temporale di “spendibilità” di un titolo continua a essere troppo ristretta per sperare di ottenere una visibilità concreta al di fuori della cerchia degli appassionati. Non riusciamo in altre parole ad alimentare quella catena virtuosa di eventi che si può innescare solo grazie a qualche recensione su quotidiani e settimanali. La vita di un romanzo di fantascienza resta tipicamente circoscritta ai giorni del lancio, dopodiché si scompare praticamente dai radar. Sugli autori italiani si investe poco. Ma anche sui titoli stranieri il discorso è lo stesso: i libri scompaiono dagli scaffali con meno difficoltà di quanta ce ne voglia per farceli arrivare. In questo la fantascienza tradisce la sua natura storica, che è quella di garantire una coda lunga alle sue opere, visto che i libri di maggior successo prodotti nel settore sono stati raramente dei bestseller, e invece molto più spesso dei longseller… Il genere rispecchia lo stato di crisi che affligge l’editoria italiana nel suo complesso.

2) In un nostro recente scambio di battute su FB – a seguito del suo articolo uscito su Holonomikon – hai sottolineato come il Connettivismo si fondi sulla sostanziale compresenza (o, eventualmente, sull’alternanza) di generi diversi, fusi però in un’unica sensibilità capace di proiettarsi anche su un orizzonte narrativo mainstream. Si può dire che il movimento stia cercando di evolversi in una direzione che vada oltre certe resistenze “passatiste” della produzione strettamente fantascientifica italiana, che evocavi nel tuo articolo?

Ho sempre creduto che la cosa importante fosse evitare di fossilizzarci. Per restare in ambito fantascientifico, la mia prima grande passione è stato il cyberpunk: dai quindici anni in poi ho cercato di acciuffare qualsiasi cosa fosse stata pubblicata in Italia di riconducibile a questa corrente letteraria. Ho accumulato decine di libri e li ho divorati tutti, leggendoli più e più volte. Ma per mia fortuna, quando ho scoperto il movimento di Gibson e soci, Bruce Sterling ne aveva già certificato la morte da quattro o cinque anni. La scena del crimine, quando sono arrivato io, era già fredda… Così ho potuto spingermi in esplorazione, fuori dal filone, e sai cosa ho trovato? Altre fonti di meraviglia che hanno acceso altre passioni: Philip K. Dick, per cominciare; e poi Samuel R. Delany, J.G. Ballard e gli altri protagonisti della New Wave; e poi Alfred Bester, Fritz Leiber, Frederik Pohl e gli altri padri ispiratori del genere. E, tra gli italiani, Valerio Evangelisti, Vittorio Catani, Vittorio Curtoni, Lino Aldani…

Tra gli utenti del fandom di SF attivi in rete, c’è un certo numero di nostalgici che rimpiangono un’età dell’oro perduta: la cara vecchia space opera, le storie semplici e accattivanti di una volta, i protagonisti tutti d’un pezzo, e non so che altro. Non credo che siano la frangia più numerosa del fandom (figuriamoci dell’intero bacino di lettori di fantascienza, di cui il fandom rappresenta solo la punta dell’iceberg), ma di sicuro è la più rumorosa. Scalpita, recrimina, rivendica un ritorno a stagioni della nostra storia che purtroppo per i loro sogni non si ripeteranno mai più. Come non si ripeterà più il decennio del cyberpunk. Ma questo non vuol certo dire che in futuro non ci saranno correnti e filoni altrettanto vitali e interessanti.

Già adesso nel mondo anglosassone si parla di una nuova Golden Age: lo hanno fatto quest’anno gli editori e gli addetti ai lavori riuniti a Londra in occasione della WorldCon. Si guarda con interesse ad altre culture, grazie al fatto che la società americana e quella britannica, di fatto le culle della science fiction, acuiscono sempre di più i loro tratti multietnici. E si guarda con uguale interesse al tema dei diritti civili, che dal femminismo in avanti non ha mai conosciuto battute d’arresto. Solo qui in Italia possiamo trovare gente che si permette di fare la voce grossa guardando al passato, senza che si inneschi un moto di risposta collettivo che riesca a isolare e far risaltare l’insulsaggine di queste pretese.

Con il connettivismo abbiamo messo in piedi un tentativo in questa direzione. E l’idea di cristallizzarci in uno schema imitativo (sia pure di noi stessi) non ci sfiora nemmeno. Quest’anno varchiamo l’orizzonte dei dieci anni. Era una notte di dicembre del 2004, quando quest’oscuro congegno si mise in moto. Chi l’avrebbe detto che dieci anni dopo saremmo stati ancora qui (con Sandro Battisti, Marco Milani e un gruppo sempre più numeroso di amici acquisiti per strada, tutti animati dalla stessa passione) a parlare di fantascienza e a proporre progetti per il futuro?

3) Ti piace definirti uno “scrittore tra i generi”. Ma hai mai pensato di scrivere un libro realista tout court?

Mi permetto di risponderti citando le parole della grandissima Ursula K. Le Guin, che solo pochi giorni fa, in occasione della consegna della National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters, una onorificenza già toccata in passato a Ray Bradbury ma che più frequentemente ha invece ignorato gli scrittori di genere, ha tenuto un discorso davvero toccante: potete dare un’occhiata su Tor.com oppure leggerne la traduzione su Fantascienza.com. Le Guin ha esordito condividendo il premio “con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti «realisti». Sono in arrivo tempi duri […] e abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino della libertà. Poeti, visionari… realisti di una realtà più grande”.

Da quando ho cominciato a scrivere, ho sempre praticato la scrittura di genere e non mi sono mai sentito un emarginato o un escluso. L’ho fatto perché è sempre stato quello che mi è piaciuto fare e non ho mai potuto desiderare di fare altro. Adesso che Ursula K. Le Guin ha definito meglio questa categoria di scrittori di cui anche noi facciamo parte, mi rendo conto del perché: siamo già “realisti di una realtà più grande”. Cos’altro potrebbe esserci di meglio?

(segue il video del discorso di Ursula Le Guin, da YouTube)

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