IL DISCORSO TELEVISIVO: “OLTRE IL GIARDINO” DI H. ASHBY

Ecco la terza puntata della serie di riflessioni su film del passato, anche recente, di Caterina Pardi. Al centro, sempre il tema della televisione.

Il discorso televisivo: Oltre il giardino di H. Ashby

di Caterina Pardi

La locandina del film (da Wikipedia)

Oltre il giardino (Being there, 1979) di Hal Ashby, è una sottile satira della società americana, intrisa di cultura televisiva a tal punto da cadere in pericolosi cortocircuiti comunicativi.
Chance (Peter Sellers), un giardiniere minorato e analfabeta che non ha mai messo piede oltre il microcosmo della casa natale, dopo la morte del proprietario è costretto ad abbandonarlo e ad entrare per la prima volta in contatto con il mondo esterno. Nonostante sia un folle disadattato, grazie alla sua aria da distinto gentiluomo e a una provvidenziale catena di “equivoci verbali”, si integra facilmente nella high-class americana fino a diventare amico di Benjamin Rand (Melvyn  Douglas), un potente uomo d’affari e amico intimo del Presidente degli Stati Uniti (Jack  Warden)  e di sua moglie Eve (Shirley  Maclaine). Sorprendentemente, riuscirà ad ottenere la loro incondizionata fiducia e sostegno e a divenire un importante personaggio del mondo della politica e dell’economia.

Una buona metafora per definire la mente di Chance, ‘giardiniere’, protagonista della famosa ‘commedia’ di Ashby, è quella della tabula rasa, con una particolarità: su di essa non è l’esperienza in generale a incidere i suoi segni, ma un unico (e pericoloso) veicolo percettivo: quello televisivo; la conoscenza che ha del mondo è sempre stata filtrata dal tubo catodico e — in questo il geniale paradosso — continua ad esserlo quando esce dal microcosmo in cui è nato e cresciuto ed entra in contatto con la realtà esterna.

Chance esplora l’ambiente come se si trattasse un palinsesto televisivo, credendo di attraversare una successione di scene e situazioni (1) uguali a quelle che si vedono sul piccolo schermo (2) e agendo secondo gli schemi comportamentali da esse prescritti. Il suo principale polo d’attrazione rimane sempre la televisione, anche quando la sua nuova vita ha inizio: nessun incontro, nessun evento reale lo interessa e provoca in lui reazioni attive, fatta eccezione per le immagini, suo unico input.

Chance rappresenta una caricatura di quello che Sartori definisce “homo videns”: un individuo creato dalla televisione, antropologicamente diverso, che facendo esperienza del mondo solo attraverso le immagini non ha acquisito la capacità di astrazione né quella di rappresentazione verbale. Si tratta di una figura-limite, atta ad inquadrare il problema della dialettica fra visivo e discorsivo, fra iconico e verbale, che possono armonizzarsi ma anche confliggere.

Secondo Sartori, “nella televisione il vedere prevale sul parlare, nel senso che la voce in campo, o di un parlante, è secondaria, sta in funzione dell’immagine. Ne consegue che il telespettatore “è più un animale vedente che non un animale simbolico” (3). Secondo questa posizione, per certi aspetti radicale ma capace di individuare una tendenza di certa TV, dal dominio delle immagini sullo spazio mentale discenderebbe un impoverimento delle capacità argomentative, proprio come nel caso limite di Chance (4).

Peter Sellers nei panni di Chance (da generationfilm.wordpress.com)

Ingenuo e sprovveduto – l’unico argomento di conversazione che conosce è il giardinaggio – si rivolge agli altri solo se interrogato, dà risposte del tutto ovvie e mimetiche rispetto a ciò che fanno e dicono i suoi interlocutori, imita in modo automatico i comportamenti che vede sullo schermo dando vita a gag tragicomiche delle quali solo noi spettatori siamo coscienti.

Nonostante la loro inconsistenza, e indipendentemente dalle intenzioni illocutive dell’ingenuo personaggio, gli atteggiamenti e le parole di Chance “funzionano” poiché sottoposti ad una continua decodifica aberrante: osservazioni letterali sulla cura del giardino sono scambiate dai personaggi che Chance ‘giardiniere’ incontra (Presidente degli Stati Uniti compreso) per profonde metafore sulla guida dello Stato, i suoi silenzi come la manifestazione di una superiore saggezza, la sua anaffettiva indifferenza verso qualunque avvenimento come eccezionale capacità di controllare le emozioni.

Più diventa una figura pubblica, più la leggenda su di lui si arricchisce di particolari inventati, trasformandolo in uomo dalle eccezionali doti umane e intellettuali. Mettendo alla berlina il mito americano del self-made-man, Ashby mostra come la televisione, amplificando le false credenze del potente Benjamin e di sua moglie, sia in grado di trasformare un analfabeta naïf in filosofo e importante figura pubblica.

La performance di Chance all’interno di un talk-show evoca quei vuoti interventi politici che, trovando il loro unico sostegno nella retorica dell’audiovisivo, occultano l’evento oggetto di discussione anziché porsi come filtro interpretativo fra il pubblico ed esso. La satira di Ashby si scaglia contro la trasformazione del dibattito politico operata dal medium televisivo, che spettacolarizza e riduce lo scambio di opinioni a un insieme di formule prive di contenuto e strumentalmente orientate alla seduzione e al consenso, anziché alla comprensione.

Essa sottolinea come il mezzo televisivo sia capace di imporre alla realtà una modalità interpretativa che non trova in essa alcuna giustificazione, ma che si radica in una pratica discorsiva. Come sostiene Bettetini, “le opinioni, le credenze e le abitudini discorsive producono un modello di verosimiglianza che a sua volta dà origine ad un complesso di regole del discorso audiovisivo: si tratta di regole attente all’effetto di verosimiglianza, finalizzate alla sola riproduzione del sistema nel quale si identifica la doxa (o consensus gentium) di un certo contesto sociale” (5).

La rappresentazione audiovisiva si fonda cioè su un sistema logico-retorico, un insieme di norme che stabilisce che cosa sia o meno verosimile (e di conseguenza credibile), ma tale struttura è nella maggior parte dei casi occultata dalla natura fattuale, “evidente” del significante, che maschera l’attività espressiva del mezzo dando l’illusione di una sua neutralità. Chance, in questo senso, è per gli altri come la televisione: non “ricama con le parole”, è “pane al pane” e, ciò che più conta, ha la grande dote di “essere naturale”.

La società descritta da Ashby è talmente abituata al filtro retorico della televisione, lo ha interiorizzato così profondamente, che lo percepisce come “naturale” e “vero”: a Chance, completamente inconsapevole del senso di ciò che lo circonda, ma ciecamente obbediente alle convenzioni retoriche della tv e a una logica naïf che assomiglia ad esse, è destinato un futuro luminoso: tutti credono in lui e in ciò che dice, tutti lo stimano. Egli è una forma vuota, sull’elementarità di ciò che dice ciascuno può proiettare il significato che vuole, e con esso anche i propri bisogni e desideri.

Chance che cammina sull’acqua (da paperblog.com)

In questo senso è anche, paradossalmente, una figura poetica, poiché il suo candore si contrappone alla mentalità razionale e opportunista degli altri personaggi. Nel suo ‘esserci-per-gli-altri’, lasciarsi definire, plasmare, creare dagli altri, Chance (che in lingua inglese significa “Caso”) incarna quasi una forma di santità, rivelata solo dalla scena finale in cui lo vediamo camminare sulle acque di un lago. In un mondo dominato dalla razionalità strumentale le parole di un idiota o di un folle possono nascondere messaggi divini, al di là di ogni giudizio o errata decodifica.

Note:

(1) Celebre la scena in cui, minacciato da una banda di teppisti, estrae il telecomando per sfuggirgli.

(2) Infatti ogni volta che si imbatte in qualcosa che non ha mai visto in tv o ha visto sotto una prospettiva diversa, rimane sorpreso.

(3) Cfr. G. Sartori, Homo videns, Laterza, Bari 1997, cit. da F. Gusmano in Immagini della TV. Breve analisi della comunicazione televisiva su http://mondodomani.org/dialegesthai/fg01.htm#rif6.

(4) Una frase che Chance ripete spesso, dando luogo a fraintendimenti, è “a me piace guardare”.

(5) G.Bettetini, L’occhio in vendita, Marsilio Editori, Venezia 1985, p.67.

2 Comments

  1. Cosimo 29/02/2012
  2. Giovanni Agnoloni 29/02/2012

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