di Leonardo Masi
Forse la più bella analisi sul fado e sull’anima portoghese l’ha scritta – e chi altri avrebbe potuto? – Fernando Pessoa nel 1929: “Il fado è la stanchezza dell’anima forte che confida nel Destino, l’occhiata di disprezzo a Dio”, una musica che nacque “in un intervallo nel quale l’anima non esisteva e desiderava tutto senza aver la forza di desiderarlo”. Il Portogallo stesso è un intervallo, fra un continente intero alle spalle e un oceano infinito davanti. Da qui nasce la saudade, “lirismo indefinito” di chi non desidera, né smette di desiderare. Di saudade si può morire, scriveva Antonio Tabucchi: basta mettersi di fronte all’Oceano e aspettare.
Lo ammetto, sono arrivato al fado tramite i Madredeus, che è un po’ come arrivare al flamenco partendo dai Gipsy Kings o alla musica balcanica partendo da Bregović. Niente di male, basta essere consapevoli che si tratta di interpretazioni in chiave popular music di tradizioni ricche e complesse, che diventano del tutto diverse quando si cerca di riprodurle fuori dal proprio contesto. Ho scoperto i Madredeus poco prima che uscisse il film di Wim Wenders Lisbon Story. Il gruppo portoghese deve il suo successo mondiale soprattutto a quel film, ma credo che la loro musica così particolare avrebbe comunque trovato prima o poi un proprio pubblico anche fuori dal Portogallo. I Madredeus, nella formazione che registrò la colonna sonora del film, erano musicisti che provenivano da diverse esperienze e impostarono la propria timbrica attorno alla voce straordinaria di Teresa Salgueiro. Fuori dal Portogallo, dove tutto ciò che si sa della musica portoghese si limita alla parola “fado” e al nome di Amália Rodrigues, ci si appigliò subito a queste etichette per descrivere la musica del gruppo, che però usava strumenti che non facevano parte della tradizione del fado (dove di fatto si usa solo la guitarra portuguesa, dal suono simile al mandolino).
Verso la fine del liceo mi ero appassionato non solo ai Madredeus, ma a tutto ciò che era legato al Portogallo, ai libri di Tabucchi, alle poesie di Pessoa. Dopo la maturità la mèta del mio primo interrail fu ovviamente quel lembo estremo d’Occidente che tanto mi affascinava. Mi ero documentato anche sul fado, perché speravo di sentirlo suonare dal vivo in qualche bettola. Sapevo che il fado si era sviluppato nei bassifondi di Lisbona e, in una versione più accademica, nella città universitaria di Coimbra verso la metà dell’Ottocento. Sapevo che è un misto di tradizioni autoctone, come la modinha, e di forme importate dalle colonie africane e dal Brasile. Storie di taverne, amori disperati, criminalità. Insieme al rebetiko, il fado è una sorta di versione europea del blues. La storia della prima stella del fado, Maria Severa, sembra uscita da un melodramma romantico, con tanto di prostituzione, morte per tubercolosi a ventisei anni e una relazione scandalosa con un nobile. Ma il nome al quale tutti associano il fado è quello di Amália Rodrigues (1920-1999), che nel Secondo dopoguerra cominciò la sua strepitosa carriera internazionale. Ma la sua era una versione leggermente più edulcolata del fado, presentata con una classe e un’intensità fuori dal comune.
Cercai prima il fado in una trattoria di Coimbra, dove il proprietario continuava a promettere che fra poco avrebbero attaccato a suonare. Ma verso l’una di notte pensai che non sarebbe più valsa la pena aspettare; credo che il proprietario mi volesse tenere lì a ordinare da bere e da mangiare il più a lungo possibile, per poi dire che quella sera non avrebbero suonato. Mi rifarò a Lisbona, pensavo, dove il fado è più genuino. E nella capitale vagai per i quartieri popolari dell’Alfama, del Bairro Alto, della Mouraria. Oggi in questi quartieri non è un problema trovare locali che promettono “il vero fado”, ma all’epoca non riuscii a trovare niente neppure lì. Solo gente che cuoceva le sardine alla griglia per strada, voci che uscivano dalle case con le finestre aperte, vecchiette a parlare sedute davanti all’uscio. Ma niente bettole col fado. Poi, come in un romanzo di Tabucchi, nel quale all’ultima frase il protagonista – e con lui il lettore – sembra avere un’illuminazione, alla fine lo trovai. Il fado era sempre stato lì, dopo il tramonto, fra quelle strade, quelle mura dell’Alfama. Era in quelle voci, in quegli sguardi. Mi ricordo, c’era una macchina con l’autoradio accesa, suonavano i Madredeus. In quel contesto anche i Madredeus erano fado. Tutto in Portogallo è fado.



Affascinato dalle tue parole mi riprometto di tornare in Portogallo, essendo stato solo in Algarve, dove tutto c’è tranne che il fado! Per adesso mi accontento del ricordo del “fado letterario” di Pessoa, nell’indimenticabile “Libro dell’inquietudine”
…amo Lisbona, mi piace il fado che ho ascoltato la prima volta che andai nella capitale nel lontano 1987 in una vecchia bettola dell’Alfama, adoro Pessoa…chissà perchè mi sento spesso tanto simile a Bernardo Soares, che se ne stava di qua dalla finestra mentre la vita scorreva di là dalla finestra…