di Paola Del Zoppo
Il linguaggio della guerra e della pace. Dal campo dell’onore alle strade della rivolta.
da Leonhard Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore (traduzione e cura di Paola Del Zoppo)
Forse anche influenzato dalla sua percezione negativa della decostruzione linguistica dadaista, Frank concentra la critica allo sviluppo sociale, nel ciclo di novelle L’uomo è buono, proprio nello svelamento della manipolazione della lingua e tramite la lingua a opera dei media in particolare, manipolazione intrinseca al tessuto sociale che partecipa alla lotta per la supremazia. Elabora cinque novelle costruite sullo stile dell’exemplum, cinque storie contro la guerra sviluppate da altrettanti punti di vista, ma accomunate da scelte strutturali e retoriche. L’accusa di Frank non è rivolta al singolo, che seppur giustificato dalla sofferenza è comunque considerato connivente finché non si ribella: la vera lotta è contro la falsa coscienza collettiva, contro la manipolazione mediatica cui ogni individuo è sottoposto.
Se ne L’origine del male Frank rende evidente la follia della società “rimpicciolendo” i personaggi e riducendoli a marionette, qui applica il processo inverso. I suoi protagonisti acquisiscono, nel corso della narrazione, corpo e grandezza, una “statura” che li pone come diretti antagonisti della società impazzita, man mano che si liberano da parole ed espressioni mendaci svincolandole dal significato loro attribuito e riportandole al loro significato originario, umano, direttamente legato alla quotidianità. La raccolta di novelle ebbe un impatto straordinario nella società tedesca. Il libro fu ristampato più volte, anche clandestinamente, e distribuito al fronte, provocando la diserzione di una grande quantità di soldati. La ricezione sulla stampa nazionale era segnata dallo stupore per l’efficacia narrativa e politica dell’operazione letteraria, e nella stampa internazionale, e statunitense in particolare, Frank fu citato con sistematicità non solo fra i più importanti narratori di lingua tedesca dell’inizio del secolo, ma fra i più significativi scrittori pacifisti, accanto al Premio Nobel per la pace Bertha von Suttner e ad Andreas Latzko.
Nella prima novella, Il padre, un cameriere d’albergo con una carriera ben avviata, perde in guerra l’amatissimo figlio e cade in una profonda depressione, che lo porta a perdere tutti i “successi” raggiunti. Retrocesso a portatore d’acqua, si trova per caso ad ascoltare una discussione durante un convegno di sindacalisti e, scovando dietro il pianoforte dei giocattoli del figlio che lui stesso aveva nascosto lì, tra cui un fucile giocattolo, improvvisamente realizza la portata delle sue responsabilità e di conseguenza delle responsabilità collettive, e in un discorso dalla retorica ricca di pathos, simile a quelli tenuti dal poeta in L’origine del male, muove i presenti alla rivolta, e li conduce fuori, in strada, a manifestare. Il processo di presa di coscienza ha inizio, nel cameriere/padre, quando a casa riceve la lettera che annuncia che il figlio è “caduto sul campo dell’onore”:
E nell’estate del 1916 Robert ricevette la notizia che suo figlio era caduto. “Sul campo dell’onore”. Un mondo era stato distrutto. E quel padre distrutto leggeva di nuovo e ancora: “caduto sul campo dell’onore”. Il foglietto lo portava con sé nel portafogli, tra le banconote. Lo leggeva quando un forestiero arrivava a chiedere una camera, quando, fermo all’angolo del tavolo da biliardo, attendeva le ordinazioni, quando, chiamato dal campanello, correva per il lungo corridoio, prima di entrare nella camera e dopo averla lasciata, con in mano il conto e la mancia. Lo leggeva in cucina, in cantina, al gabinetto. “Caduto sul campo dell’onore”. Onore! Era una sola parola, composta di cinque lettere. Cinque lettere che messe insieme formavano una menzogna di tale infernale potere che un popolo intero era stato incatenato da quelle cinque lettere e aveva potuto essere trascinato nel dolore più mostruoso. (p. 140)
La frase “caduto sul campo dell’onore”, uno dei pilastri del mascheramento linguistico degli orrori della guerra, viene rovesciata fino a diventare sempre più evidentemente simbolo di orrore. Frank “trasporta” la frase di novella in novella operando una vera e propria metamorfosi del significato, fino a renderla simbolo della crudeltà e degli orrori della guerra. Nel secondo racconto la protagonista, una vedova di guerra, vive tra la veglia e il sogno il dolore per la perdita del marito. Anche lei si trova a interrogarsi sul significato delle parole che la lettera che le annunciava la morte del marito le ha posto a giustificazione della perdita: “Sacrificato sull’altare della patria”:
Sì, lenisce! Questo sì fa la differenza, che non vada così solo a me, ma a milioni di donne. Una differenza significativa.
La differenza è proprio grossa. E lenisce. Semplicemente non riuscirei a sopportarlo se le cose andassero così solo per me. Solo a immaginarlo! Potrei sopportarlo? Io, unica. No, non potrei. A milioni di donne le cose vanno così come a me. – Improvvisamente vide i milioni di volti di donna, oppressi dal dolore. – Questo fa sì che l’infelicità sia più sopportabile. Abbiamo offerto in sacrificio i nostri mariti alla patria. Sull’altare della patria! Al–tare della pa–tri–a, e lo gustava sulla lingua, cercando di immaginarsi l’altare della patria. Ma non le riuscì. Continuava a vedere l’altare di fronte al quale, da ragazza, aveva preso la Prima Comunione, vedeva le candele e l’immagine di Cristo. – Ma “altare della patria”? Esiste una cosa del genere? Ecco che il suo animo fece un rapido balzo indietro nella fede: – Ho sacrificato mio marito sull’altare della patria, come tutte le altre vedove di guerra. – L’altare, tra l’altro, non è in chiesa, ma è un reticolato di filo spinato elettrificato, a cui mio marito è rimasto appeso, – sussurrò il dolore. – Quindi in realtà bisognerebbe dire: sacrificato sul filo spinato della patria. Le riuscì di allontanare il dolore ancora non sofferto per il marito morto con le parole: – Morì della morte degli eroi per la patria. – E a quelle parole un’ondata di orgoglio colmò il suo povero cuore. – La consolazione, che a milioni di donne vada così e le parole: “Sacrificato sull’altare della patria”, “è morto per qualcosa di sacro”, “è morto per la vittoria delle nostre armi”, sono sedativi per il dolore per tuo marito morto.
Ma non sempre puoi prendere dei sedativi. A un certo punto non hanno più effetto, – sussurrò il dolore, che voleva essere sofferto, ed era così ben avviluppato nelle parole che la sua voce non poteva più essere distinta dalla vedova di guerra. (pp. 154-155)
In questa seconda novella, Frank sposta l’attenzione sul destino di solitudine, diretta e inevitabile conseguenza della guerra, e stabilisce un contraltare alla rivoluzione non nella guerra stessa, ma nella capacità di adattamento dell’uomo: “man muss sich abfinden”, bisogna consolarsi, mettersi l’animo in pace, dice il negoziante alla vedova. Il punto di svolta rispetto al conferimento del nuovo significato è nella terza novella, La madre, in cui Frank mette in scena, tramite le parole di una lettera scritta da un soldato al fronte alla madre, il “campo dell’onore”, spogliando il campo di battaglia da ogni possibile immagine di gloria o umanità. Nel quarto racconto, Gli sposi, due suicidi si risvegliano all’obitorio e si uniscono in un amore nato dalla disperazione sotto gli occhi di un avvocato disilluso:
E ora il filosofo è disteso accanto alla commessa, il ragazzo accanto all’anziana signora, l’annegato accanto all’avvelenato. E i più numerosi sono gli asfissiati. E al fronte ci sono milioni di cadaveri. E a Berlino si continua a vivere, a vincere e a guadagnare. I tram elettrici continuano a girare. E nei teatri si recita. E se ne è orgogliosi. Perché è un segno di civiltà. (p. 222)
La novella più potente, anche grazie al sapiente utilizzo delle tecniche narrative espressioniste e della voluta e brutale crudezza delle descrizioni, è l’ultima, I mutilati di guerra, in cui la condizione dei soldati mutilati viene trattata in tutta la sua tragicità, e da diverse angolazioni. Con tecnica a montaggio, in una struttura più complessa e meno lineare rispetto alle altre quattro novelle, Frank rende esplicita l’assoluta impossibilità del ritorno a una società pacificata e mette in evidenza la tragica “realtà” del fronte in contrasto con il “racconto” dei media:
Nella cucina del macellaio non entrano giornali. Lì si soffre. Lì non ci si interessa alle notizie di vittorie né alle notizie menzognere. Lì ci si interessa alla gamba segata che all’istante l’infermiere ha gettato nella tinozza. Si vuol riavere la propria gamba. Riprenderla in mano ancora una volta. Osservarla, osservarla con attenzione. (p. 231)
Da un punto di vista strutturale, il ciclo è frammentario solo in apparenza. Disilluso riguardo all’efficacia della psicanalisi e dell’arte per il necessario cambiamento della società, Frank si dedica alla celebrazione della possibilità della letteratura e della padronanza della lingua, esaltando in ogni novella un espediente letterario come efficace nel disvelamento della menzogna sociale. Il primo racconto si fonda infatti sull’efficacia degli strumenti retorici: al contrario che ne L’origine del male, qui la retorica del cameriere è efficace nel provocare la rivolta, e al termine dell’ultimo racconto si comprende che il cameriere sta guidando, ormai, un corteo che iperbolicamente raccoglie tutti gli umili di Germania. La seconda novella si fonda sull’elaborazione letteraria di elementi psicanalitici come i sogni e la rimozione, la terza sulla separazione dei piani narrativi, la quarta sulla descrizione dell’atmosfera e il monologo interiore e l’ultima sul montaggio e l’immagine, con molti riferimenti all’Espressionismo letterario e pittorico.
La guerra prende corpo come ulteriore elemento letterario simbolo della volontà autodistruttiva del genere umano, che nega la sua propensione alla socialità. Il conflitto è presente nel testo solo per mediazione, mentre protagonista rimane la gente umile che non ha né strumenti fisici né capacità economiche per reagire alla distruzione delle condizioni dignitose di vita, e soprattutto non ha la forza morale né gli strumenti psicologici sufficienti a rielaborare il trauma o a cercare una via di ribellione. In ogni novella, il protagonista o la protagonista esperiscono un momento di “epifania”, un piccolo o meno piccolo trauma che stimola alla Wandlung, al cambiamento, e alla rivoluzione, cambiamento connesso con il rovesciamento semantico dei luoghi comuni.
Il messaggio di L’uomo è buono si legge dunque prevalentemente nella decostruzione delle metafore asservite allo Stato autoritario, utili solo alla sopraffazione e all’indebolimento della volontà degli individui. La tragedia può essere fermata e superata solo grazie a una “parola nuova”, ingenua, intatta, innocente, che porta alla mobilitazione delle singole vittime. Contro le parole “onore”, “patria”, “gloria” e “adattarsi”, Frank oppone, nella prima versione (1917) le parole “amore”, “Europa”, “pace” e “rivoluzione”. Nell’ultima versione che ha dato alle stampe, in cui i tagli al testo sono corposi (l’edizione tradotta in questo volume), la parola “amore” viene eliminata nella maggior parte dei passaggi, così come il riferimento a un potere ultraterreno in grado di influenzare gli eventi. La responsabilità della Storia va restituita all’uomo “buono” che, a sua volta liberato dalle influenze negative di una semantica sociale basata sul potere, sarà in grado di agire per un vero progresso sociale.
Da Paola Del Zoppo, L’uomo è buono (postfazione), in L. Frank, L’uomo è buono, Del Vecchio Editore, Roma 2014, pp. 273-302, qui pp. 295-302.

