a cura della Redazione
Vi è mai capitato di interrogarvi sulla natura dello stress? Se lo avete fatto, forse sapete che è una risposta autonomamente azionata dal nostro cervello come reazione a particolari situazioni debilitanti. Più difficile è invece immaginare se possiamo coscientemente misurare, gestire e percepire lo stress.
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Il linguaggio è la risposta. Lo scopriamo da un recente studio pubblicato sulla rivista Proceedings of The National Academy of Sciences, presieduto da Steve Cole, studioso di genomica a Los Angeles all’University of California, in collaborazione con Matthias Mehl, psicologo a Tucson all’University of Arizona.
I ricercatori hanno individuato circa 140 volontari adulti, chiedendo loro di indossare per due giorni un registratore che li avrebbe accompagnati registrando gran parte delle loro conversazioni ogni due minuti, per un totale di oltre 22.000 clip audio.
L’idea di Mehl, che ha supervisionato l’intero esperimento valutandone i risultati, è in breve quella che il nostro linguaggio sia il riflesso della nostra salute tout court. Se quindi il nostro è un organismo stressato, il linguaggio risulterà stressato a sua volta. Ma come siamo in grado di comprendere se il nostro linguaggio rimanda stress, vi chiederete voi?
La risposta di Mehl al riguardo è piuttosto chiara. Egli descrive – in accordo con le varie teorie psicologiche – due possibili varianti di parole che partecipano correntemente al nostro linguaggio: le parole ‘significanti’ – verbi e nomi – e quelle ‘funzionali’, aggettivi e pronomi.
Pare che l’utilizzo dei termini ‘significanti’ sia in un certo modo più controllato e consapevole da parte nostra, al contrario delle parole ‘funzionali’ che invece, si generano come una sorta di automatismo.
Ciò che la ricerca ha sottolineato, è come nei soggetti particolarmente stressati la tendenza sia quella a parlare di meno.
Si predilige l’impiego di molti avverbi – percepiti come ‘intensificatori emotivi‛ – e pochi pronomi di terza persona plurale, come se il soggetto stressato fosse poco incline a concentrarsi sul mondo che lo circonda, ma piuttosto su se stesso.
Sono quindi le parole ‘funzionali’ a rivelare inconsciamente il nostro livello di stress.
Qualcosa di simile sembra accadere anche a un altro livello di linguaggio. Quello del corpo.
Sono spesso alcuni tipici gesti e segnali corporei a tradire una buona dose di stress o di disagio. Ne sono un esempio la gamba tremolante, lo strofinarsi le mani, o ancora il classico prurito che nel suo distrarci sul sintomo ci guida ad uno scarico tensionale per alleviare lo stress.
È proprio questo uno dei motivi per cui i giocatori di poker sono soliti studiare il linguaggio del corpo – i ‟tells” – dei loro sfidanti. Per capire le emozioni dell’avversario. Alcuni giocatori parlano durante le partite, per cui usando i risultati dello studio di Mehl anche il linguaggio verbale può diventare una segnale di stress.
Ma oltre che un segnale, il nostro linguaggio verbale diviene qualcosa di più. Mehl, confrontando le clip audio di ogni volontario con i globuli bianchi di cinquanta geni che vengono influenzati da condizioni come stress e ansia, è stato evidenziato come l’utilizzo di parole funzionali sia in grado di rintracciare – meglio delle stesse relazioni dei volontari sul loro stato emotivo – alcuni cambiamenti dell’espressione genetica.
Quelli soprattutto indicatori della presenza di stress.
Certamente siamo solo all’inizio di un percorso arduo, lungo, ma molto importante. Un percorso che supportato ogni giorno dagli innovativi strumenti della ricerca potrà condurci, anno dopo anno, sempre più a fondo dell’esplorazione nei meandri della mente umana.
Illuminandoci sui molteplici aspetti, che da marginali e irrilevanti che sembrano, potrebbero informarci su corrispondenze e nessi tra mente e corpo molto al di là della nostra attuale comprensione. Ascoltiamo oltre il contenuto sembra suggerirci il lavoro di osservazione di Matthias Mehl.



