IL MUSEO NAZIONALE DI ANTROPOLOGIA A CITTA’ DEL MESSICO

di Nicola Pucci

Museo Nazionale di Antropologia, prendete nota. Città del Messico, tentacolare e seducente come poche altre metropoli del pianeta, può vantare da sempre una fertilità culturale che non ha eguali in questa parte del mondo al di qua dell’Atlantico. Nel 2007 ho avuto l’opportunità di farne la conoscenza, consapevole, una volta messo piede a terra, che avrei scoperto qualcosa di prezioso.

Statua di Tlaloc – dragoninvisible.com.ar

Risalendo Paseo de la Reforma, una specie di Champs-Elysées versione Viva Mexico, ci inoltriamo nel polmone verde del DF, il Distrito Federal, come i chilangos chiamano la loro sterminata città. Tra gli alberi secolari del Bosque de Chapultepec, annunciato, forse ma non è certo, dalla statua di Tlaloc, il Dio dell’acqua, ecco uno dei poli culturali che più mi hanno affascinato nelle mie numerose avventure estere: il Museo Nacional de Antropología. Urge una premessa. Ho frequentato il luogo di mattina presto, praticamente all’apertura, quando le sale espositive ancora non sono prese d’assalto dalle comitive di turisti che, statene pur certi, arrivano a migliaia durante tutto l’arco della giornata. Altra premessa. Il Museo, fatto costruire tra il 1963 e il 1964 su progetto dell’architetto Pedro Ramirez Vazquez, tuttora vivo e vegeto, si dispiega su due livelli, ma per il rendiconto degli straordinari tesori che conserva mi limiterò a ciò che ho potuto ammirare al piano terra in quella indimenticabile, soleggiata mattina di ottobre.

El paraguas – upload.wikimedia.org

Oltre l’ingresso, si apre il bel cortile interno, al centro del quale fa bella mostra di sé una fontana a forma di ombrello, “el paraguas”. A questo punto siamo pronti all’immersione totale, che ci permetterà di apprezzare la storia del Messico lungo tutta la sue estensione temporale, tra reperti autentici di inestimabile valore e riproduzioni che tracciano le linee che uniscono il passato più remoto all’età contemporanea.

Le dodici sale si aprono in senso orario, con la Sala 1 dedicata alle Culture del Nord, le culture delle aride regioni settentrionali che evidenziano lo stretto legame tra le popolazioni di queste terre e le popolazioni del sud degli Stati Uniti d’America. La Sala 2 presenta le Culture dell’Occidente, in particolare di regioni quali Jalisco, Michoacán e Guerrero, di cui sono caratteristiche le tombe a pozzo scavate nella roccia, delle quali troviamo qui alcune mirabili riproduzioni. La Sala 3 è indiscutibilmente tra le più sorprendenti e spettacolari. Elegante come nessun’altra, è la sala Maya in cui sono riprodotte a grandezza naturale la tomba del re Pakal – rinvenuta a Palenque nel Templo de las Iscripciones – e tutta una serie di pitture murali del sito archeologico di Bonampak. Decisamente ricca di reperti è pure la Sala 4, quella delle Culture delle Costa del Golfo, tra cui meritano di essere citate quella degli Olmechi, quella totonaca e quella huasteca. Tra queste pareti giganteggiano, e non è proprio un eufemismo, due teste olmeche del peso ciascuna di quasi 20 tonnellate.

Piedra del Sol – www.kenrockwell.com

La scoperta prosegue più interessante che mai; posso confermare che la fama che il Museo si è guadagnata è meritata, tanto da poterlo ritenere non solo il più importante al mondo per la ricchezza di reperti antropologici conservati, ma in assoluto uno dei più stupefacenti che il sottoscritto mai abbia avuto il piacere di ammirare. L’armonia che si propaga tra i tanti capolavori proposti al nostro occhio raggiunge picchi impensabili alla vigilia. Varchiamo ora la porta da cui si accede alla Sala 5, che trasmette magia a piene mani. Qui è di scena la Cultura di Oaxaca, con numerosi capolavori realizzati dagli Zapotechi e dai Mixtechi, che ritroveremo in formato originale a Monte Albán, tra cui l’urna in terracotta del Grande Giaguaro e la maschera di pipistrello in giada: due tesori che denunciano la brillantezza artistica di civiltà evolute seppur antiche. Ma il vero fiore all’occhiello dell’intero Museo si offre nella più totale suggestione e maestosità nello spazio che ci attende subito dopo, la Sala 6, quella Mexica, ovvero la sala dedicata ai Mexica, più comunemente conosciuti come Aztechi. È qui esposta la famosissima Piedra del Sol, riportata alla luce sotto lo Zocalo nel 1790. È opinione diffusa che la pietra, un monolite di 3 metri e 60 di diametro, pesante più di 25 tonnellate, fosse un calendario e rappresentasse non solo i ritmi delle stagioni ma anche i principi cosmici e teologici degli Aztechi. Sprigiona magnetismo da ogni cerchio che la compone, giuro. La sala propone pure il plastico del mercato di Tlatelolco e un affresco con veduta dall’alto di Tenochtitlán, l’antica città azteca sulle cui rovine è stata costruita Città del Messico. La Sala 7 è la sala Tolteca, con una delle quattro pregevoli colonne di basalto a forma di guerriero proveniente dal sito archeologico di Tula – i famosi Atlantes –, seguita a ruota dalla Sala 8 di Teotihuacán con modelli e oggetti caratteristici di quella che fu la prima, grande capitale preispanica.

Vaso dell’acrobata – upload.wikimedia.org

La nostra marcia, dopo quasi due ore, inizia inevitabilmente a rallentare; le gambe sono pesanti e con moderata attenzione “passeggiamo” per le ultime quattro sale di cui il Museo si compone al piano terra. La Sala 9 è la sala del Preclassico degli Altipiani Centrali, in cui viene descritto il passaggio compiuto dalle popolazioni di queste zone da una vita normale di cacciatori ad un’esistenza basata sull’agricoltura. Tra gli antichissimi oggetti qui esposti spiccano il vaso dell’acrobata, che raffigura un contorsionista, e le statuette di donne con gli organi genitali bene in vista, simbolo della fertilità femminile che ben si sposa con la fertilità della terra. La Sala 10 illustra i primi insediamenti umani; la Sala 11 è la sala del Mesoamerica, dove sono raccolte opere provenienti da diverse regioni culturali e di diversa epoca; l’ultima sala, la Sala 12, introduce all’antropologia.

La visita a questo punto si conclude e mi accorgo di avervi raccontato i capolavori qui in vetrina con un tragitto cronologico inverso; comunque sia, ciò nulla toglie allo splendore di quanto le popolazioni dell’antico Messico ci hanno mostrato e tramandato nel corso dei secoli. Rimane tempo quanto basta per riguadagnare l’esterno tra la frescura degli alberi e il canto degli uccellini che si annidano nel Bosque; poco oltre c’è uno spazio dove si esibiscono i “voladores”. Ma questa è un’altra storia. Avremo modo di riparlarne.

2 Comments

  1. Marinette 03/04/2012
  2. Giovanni Agnoloni 03/04/2012

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