di Claudia Boddi
Edito da Feltrinelli nel 2011, Il quaderno di Maya, (El cuaderno de Maya), è l’ultima opera di Isabel Allende. Ambientato a Chiloé – incontaminata isola cilena ai confini con la Patagonia – negli anni 2008 – 2009, il libro ha come protagonista una donna forte ma anche molto fragile, che fugge dall’FBI e dalla polizia americana ma che, in realtà, è soprattutto in fuga da se stessa.
Con la morte del suo Popo, il nonno al quale era legatissima, Maya Vidal perde ogni punto di riferimento e, in preda al dolore e alla rabbia, si lascia cadere nel vortice dell’alcol e della droga, che la spingeranno ai margini della società civile. Ladra e prostituta per procurarsi qualche dose di crack e sopravvivere alle crisi di astinenza, la ragazza per un anno striscia sui bassifondi di Las Vegas, dove la criminalità è tollerata e pervade le vie psichedeliche della città. Trascorre le giornate, sotto falso nome, nel fluttuare astratto delle sostanze, al servizio di Brandon Leeman, in una stanza malsana di un’improbabile palazzina decadente, uscendo solo la sera per andare a consegnare la “roba” ai ricchi compratori che frequentano casinò e wellness center. Ricercata dalle autorità di mezzo mondo perché complice – suo malgrado – di uno dei più potenti falsari mai esistiti, viene dirottata nel paradiso di Chiloé, dopo un recupero per niente semplice o indolore, ad opera della sua famiglia.
Immersa in un’atmosfera bucolica, tra le feste del curanto e della minga, lontana dalle accelerazioni e dalle logiche produttive della modernità, Maya si ritrova a scrivere la seconda parte della sua vita. Ospite di Manuel Arìas, affronterà un percorso personale denso di progressioni e salti indietro nella memoria, fino a quando non riuscirà a integrare entrambi i piani e a sentirsi una persona libera. Numerosi saranno gli incontri che la donna farà, e sarà facile per il lettore affezionarsi a ogni personaggio abitante dell’isola. La Allende tratteggia infatti, con la sua solita maestria, i profili psicologici di ognuno, dandoci la sensazione di conoscerli davvero bene e capirli nel profondo. Tra questi, la centenaria doña Lucinda, coriacea e sempre elegante, nonostante il corpo ridotto alla grandezza di quello di un bimbo, Blanca Schnacke, bellissima discendente di un ceppo tedesco che occupò l’arcipelago moltissimi anni prima, che avrà un ruolo centrale nel racconto, e Fakin, il cane zoppo che sua sponte sceglie Maya come padrona, e non la mollerà mai più, neanche nei momenti più complicati.
Sullo sfondo, il regime militare cileno degli anni Settanta, con le sue vittime e atroci barbarie, le biografie individuali che si intrecciano fra loro e si separano, come binari di una ferrovia di campagna, fino a guidarci verso un finale inaspettato che ci tiene a lungo con il fiato sospeso per la curiosità. Per chi segue l’autrice, sarà facile dedurre che, anche per questo romanzo, si è ispirata alla sua famiglia e alle vicende che l’hanno riguardata. Non sarà difficile pertanto riconoscere che certi elementi della figura del Popo, richiamano indiscutibilmente quella di suo marito, William Gordon; allo stesso modo, il figlio e la nuora descritti qui sono nella fattispecie suo figlio e sua nuora nella realtà, con alcune distorsioni caratteriali e di comportamento, fino ad arrivare alla protagonista femminile, che corrisponde a una delle donne della sua tribù, che ha vissuto difficoltà simili a quelle di Maya.
Il tono delicato e avvolgente, il taglio sempre interiore e mai banale, la penna asciutta ma eccezionalmente comunicativa fanno di Isabel Allende una delle scrittrici più godibili che la letteratura mondiale ci abbia mai regalato, e Il quaderno di Maya ne è l’ennesima dimostrazione.




Una recensione limpida, che mostra con onestà e semplicità (nel senso nobile del termine) il cuore di un’opera che ha tutta l’aria di essere molto interessante. Ho letto un paio di libri della Allende, e devo dire che, tra le scrittrici “commerciali”, mi sembra una delle più brave.