Testo introduttivo e intervista di Giovanni Agnoloni
Dirò subito una cosa. Da cristiano, il titolo e la copertina de L’ascensione di Roberto Baggio mi hanno fatto incazzare. Ma siccome, come diceva Terenzio, “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” (“Sono un uomo, e niente di ciò che è umano mi è estraneo”), eccomi qua, insieme agli autori Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, a ripercorrere la parabola di quello che è stato il più artistico tra i grandi interpreti del calcio in Italia.
Il libro è una sorta di itinerario seguito da due autori, chiamati a ricostruire – e via via a scoprire – le tappe e le misteriose svolte della carriera del “divin codino”, per incarico di un editore che li spinge a “tirar fuori” quello che sembrano aver dimenticato, o magari ignorato, sulla vita dell’ineguagliabile talento di Caldogno.
– Da dove è nata l’idea di scrivere questo libro?
Ci siamo conosciuti lavorando a una rivista autoprodotta, Mostro, di cui Salimbeni era uno dei fondatori. Un giorno del 2005, durante una riunione, dagli scaffali della casa dove ci incontravamo saltò fuori una figurina Panini. Era una figurina di Baggio: del Baggio viola, giovane, già grandissimo, con i capelli ricci che lo facevano assomigliare a Calimero. La sola vista di questo reperto ci fece sciogliere il cuore e ci dicemmo, per scherzo, “dovremmo proprio scrivere un romanzo su Roberto Baggio!” Lo scherzo si trasformò subito in qualcosa di molto serio, e cominciammo a scambiarci mail in cui elencavamo idee, temi e possibili suggestioni letterarie intorno a Baggio. Ci apparve allora evidente come la questione-Baggio potesse espandersi a un racconto di tutto il calcio italiano di quegli ultimi vent’anni, e forse anche dell’Italia, che è senza dubbio un paese che può essere letto anche per come si rapporta al calcio: tale intuizione ci diede la spinta finale a metterci al lavoro, e ben presto – ancor prima di avere un’idea della struttura del libro – cominciammo a scrivere ipotetici capitoli a partire dai temi che avevamo isolato.
– Il percorso di Roberto Baggio, da voi costruito come un’inchiesta “romanzata”, ha un’impronta mitica. Vicenza, Firenze, Torino, Milano (sulle due sponde), Bologna, Brescia. Tanti colori, tanti stili, tanti ambienti, ma un’unica alchimia. Perché Roberto Baggio è stato così irripetibile?
Essere stato il giocatore più forte della storia del calcio italiano sarebbe sufficiente. Se aggiungiamo all’essere stato il giocatore più forte della storia del calcio italiano, il fatto che Baggio non ha mai vinto quanto avrebbe meritato – sempre avversato dal destino, dagli infortuni, dagli allenatori – si capisce che la cosa prende contorni romanzeschi, se non addirittura mitologici. Se ci aggiungiamo anche ciò che hai appena detto, ovvero il suo nomadismo, la sua impossibilità a radicarsi, l’aver girato una parte cospicua dell’Italia calcistica, evidentemente siamo di fronte a qualcosa di unico, la cui portata simbolica trascende la dimensione sportiva. E potrei continuare con l’uomo Baggio, così schivo, mite, lontano insomma dagli stereotipi del mondo del calcio; con i tre mondiali, anzi quattro perché nel 2002 il fantasma del Baggio non convocato comunque aleggiava sopra quelle partite, col rigore sbagliato in finale, con quel tiro al volo del ’98, con i mille recuperi da infortuni sempre più atroci… Tutto in Roberto Baggio è mitopoietico.
– Il calcio è un terreno in cui attecchiscono facilmente storie e “miti”. Perché? Questo ha forse a che fare con il nostro bisogno di appartenenza/identificazione, o magari anche con una certa bellezza artistica dei movimenti in campo di campioni unici come il “divin codino”?
Per rispondere a questa domanda, ci viene da tornare indietro e rispondere con un’altra domanda: di che cosa è fatto il calcio? Il calcio è fatto di undici uomini che sfidano su un grande rettangolo all’aperto altri undici uomini sfidando al contempo le condizioni meteorologiche, le condizioni del campo di gioco, etc. Si può svolgere unicamente per la gioia e la costernazione di chi gioca, oppure davanti agli occhi di una moltitudine di spettatori. Questi elementi oggettivi (insieme al fatto che il calcio è seguito da milioni di persone e quindi “parlato” da milioni di persone e quindi “mitologizzato” da milioni di persone) rendono il calcio un terreno fertile per l’epica. C’è la vastità dell’orizzonte che sfocia nella porta avversaria. C’è la variabilità dello scenario: il campo da gioco, di volta in volta, di luogo in luogo, è un lago di fango, una conca polverosa, un gelido panorama invernale. Basta pensare ai Mondiali Messicani o, per tornare a Baggio, alla conca ribollente di Pasadena che ospitò la finale di Usa ’94. E, come in ogni racconto del mito, ci sono gli eroi che si aggirano in questi scenari. Chiunque percepisce queste cose, non solo il narratore più attento. E quindi chiunque è influenzato, magari in modo invisibile, dalla complessità delle storie, degli strati e dei significati che animano una partita di pallone. Ultimamente stiamo leggendo Azzurro Tenebra, un bellissimo romanzo di Arpino sulla spedizione azzurra ai Mondiali del ’74 in Germania. Certe sue descrizioni dell’evento sportivo sono stupefacenti. In alcuni momenti “l’oggetto palla” quasi scompare. Sembra di leggere una saga scandinava, un passaggio western di McCarthy, di osservare un bassorilievo greco in movimento. Come se la sfera fosse solo un pretesto per assistere a un rappresentazione del mito, fatta di calci e slanci solari, di cavalcate, vendette, amplessi e ossa rotte…
– La sua eterna inclassificabilità ha fatto di Baggio un’eccezione, ma anche un elemento “scomodo”. Davvero il calcio, soprattutto dagli anni Novanta, è diventato tanto meccanico da non permettere al genio individuale di esprimersi, o almeno di non farlo nelle forme in cui ciò una volta accadeva?
Il calcio contemporaneo aggredisce alla base le caratteristiche selvagge e romantiche del gioco. Migliorando la “vivibilità dell’incontro”, le condizioni del campo, standardizzando la preparazione degli atleti e dunque i loro corpi, etc. Ma tutto questo nasconde solo in parte il potenziale mitologico del calcio. Lo assopisce, certo. Ma non può annientarlo – fra l’altro, questo aspetto si può riscontrare anche in altri campi della cosiddetta “modernità”. Allo stesso modo non può annientare il genio. Colui che svetta, tradisce la norma, scarta di lato avrà sempre la possibilità di esprimersi. L’altro ieri andava al trotto, ieri galoppava sulla fascia, oggi va come un treno. Un tempo giocava guardando le stelle, oggi è più simile a una scheggia digitale. Messi è più rapido di Baggio, certo. Garrincha aveva delle praterie da attraversare. E George Best, forse, aveva più tempo per mostrarci cosa sapeva fare con la palla fra i piedi. Ma questo non toglie al genio individuale la possibilità di emergere. Ogni eccezione, per motivi diversi, è inclassificabile. Oppure: è classificabile da una quantità così varia e sterminata di punti di vista da far desistere ogni freddo calcolatore da una classificazione. L’eccezione estende, porta avanti e altrove, squarcia. Per questo è scomoda. Perché non si può domare. Quali che siano le epoche, e gli strumenti e le gabbie. Baggio era un’eccezione per moltissimi motivi. Alcuni li abbiamo elencati nella risposta alla seconda domanda; ne aggiungiamo uno: la sua capacità maieutica. Qualcosa che si intrecciava alle sue doti tecniche, ma le trascendeva. Il modo in cui la sua presenza agiva, impercettibilmente, su ciò che gli stava intorno, costruendo storie parallele, generando una serie di reazioni inattese, prodigi passeggeri. In un certo modo si può dire che Baggio abbia inventato gli occhi di Schillaci. Che abbia illuminato gli angoli più oscuri della coscienza di due personaggi integri (o intoccabili) come Lippi e Ulivieri. In un capitolo del libro parliamo, per esempio, dell’impatto, non solo sportivo, ma anche sociale, che Baggio ha avuto nella città di Brescia.
– Esistono oggi giocatori paragonabili a Baggio? Messi, per esempio. Come si possono paragonare (ammesso che si possa) i loro astri? E che rapporto c’è tra Baggio e miti del passato come Diego Armando Maradona?
Il paragone fra Messi e Maradona va avanti da anni. Andrà avanti per sempre. È vero, “quel gol è molto simile”. È vero, “sono argentini”. Paragoni di questo tipo sono l’occhiale più facile da indossare. Ma oscurano la complessità del genio. Il genio individuale è fatto di tanti particolari, dettagli, verità sepolte. Alcuni paragoni tendono a conformarlo. Certo, Messi, Maradona e Baggio sono tre giocatori col baricentro basso. Sono tre giocatori che hanno in comune un percorso di sofferenza. Altri ce ne saranno in futuro. Ma proprio perché Baggio ha aggiunto di gioia, di sguardo, di significato al pallone, Baggio – come ogni grande rivoluzionario, condottiero o personaggio storico – esige e merita un racconto complesso. Più in generale: il racconto che ogni genio ci chiama a fare è fatto di effrazioni e colpi di reni, di testa, di scena. Oppure di paragoni meno immediati, magari più piccoli, che aprano il varco a quelle verità sepolte di cui lui è portatore inconsapevole o che ci lascia solo intravedere, come il fatto che possiamo paragonare le movenze di Maradona a quelle di una donnola. O una punizione di Baggio a un arcobaleno. Possiamo guardarlo di lato, il genio. Di sotto, di sopra, di dentro e andare in lungo e in largo e cercarlo in altri mondi scoprendo impensabili affinità, nel regno animale, letterario, onirico.



