di Evi Mibelli
Il salvataggio delle balene della Baia di Barrow
Correva l’anno 1988. Siamo a ridosso della caduta della cortina di ferro e dell’inizio di una nuova era. Mi piace pensare che la vicenda delle balene di Barrow abbiano, in qualche modo, anticipato ciò che di lì a poco sarebbe avvenuto.
Cos’era successo, in Alaska, nella baia di Barrow? Due rare balene grigie erano imprigionate dai ghiacci e rischiavano di morire nella morsa. Si poteva pensare di non agire e di lasciare che un evento naturale facesse il proprio corso. Non fu così. Greenpeace decise che la loro liberazione sarebbe stata molto più della loro singola salvezza. Rappresentava l’occasione per attirare l’attenzione del mondo sul dramma di questi meravigliosi mammiferi marini e sulla necessità di vietarne integralmente la caccia per porre fine ai danni incalcolabili per la specie, a grave rischio d’estinzione.
L’impresa non fu facile, non tanto per le difficoltà oggettive di rompere i ghiacci, ma per le delicate relazioni che si sarebbero messe in campo, e che richiedevano una notevole capacità di mediazione. Nello specifico, coordinare gli attivisti di Greenpeace – antibalenieri per antonomasia – le popolazioni Inuit cacciatrici di balene, i biologi, il governo statale e federale statunitense (presenti anche per perorare gli interessi di lobby economiche legate alla pesca); e infine, data la posizione geografica del luogo d’intervento, le relazioni internazionali tra USA e URSS, le due superpotenze che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale intrattenevano rapporti improntati al reciproco sospetto.
Operativamente, per liberare le povere balene era necessario individuare navi rompighiaccio in grado aprire il varco necessario a far guadagnare loro le profondità marine. Emerse – come testimonia Campbell Plowden di Greenpeace – che il governo degli USA era dotato di due sole navi adatte a muoversi in quei ghiacci, di cui una in riparazione a Seattle. Era impossibile, quindi, che una sola nave potesse raggiungere l’obiettivo di liberare gli animali. La pressione e lo spessore dei ghiacci superavano la potenza del mezzo a disposizione. Anche la speranza di affiancare una rompighiaccio privata, come quella della compagnia petrolifera Amoco, naufragò di li a poco, impegnata nella ricognizione di fondali marini da trivellare a oltre 250 miglia marine di distanza.
Fu così che Plowden si consultò con Ed Simmons, il primo direttore della Rainbow Warrior di Greenpeace, per verificare quale tecnica impiegare per rompere i ghiacci. Le ipotesi d’intervento furono molteplici, ma tutte praticamente inapplicabili: da un trapano ad alta velocità per tagliare il calcestruzzo a un laser portatile, da pompe a getto a un PASER – (dispositivo di erosione delle particelle di vapore utilizzato per il taglio di vetro e acciaio), sino a una macchina per lavorazioni minerarie a denti rotanti.
La società Veeco – che collabora da sempre con l’industria petrolifera – era disposta a fornire una chiatta rompighiaccio a cuscino d’aria che avrebbe contribuito ad aprire un percorso nei ghiacci in prossimità del luogo di prigionia delle balene, dove lo spessore del pack era di circa 3 metri. Ma non era sufficiente: bisognava sfondare una cresta di pressione tra le balene e il mare, spessa quasi 11 metri. La mancanza di una rompighiaccio adeguata da parte del governo degli Stati Uniti o di privati portò a pensare di chiedere aiuto all’Unione Sovietica, tradizionalmente attrezzata per navigare nei mari artici.
Fu così che Greenpeace, nella figura di Plowden, contattò il Presidente degli Usa di allora: Ronald Reagan. I contatti furono poco incoraggianti: “Chiedere aiuto al gigante comunista per inviare navi in acque americane? Per il salvataggio di due balene? È pura follia”. Fu questa, più o meno,la risposta ottenuta. Come fare? I tempi stringevano e per le balene si avvicinava il momento del “verdetto”.
Greenpeace aveva, nel corso degli anni precedenti, aperto un proprio canale di comunicazione con l’impero del male! L’ex presidente di Greenpeace International, David McTaggart, aveva coltivato una serie di rapporti con funzionari sovietici per spianare la strada alla possibilità di aprire un ufficio in URSS. Plowden si metterà in contatto con McTaggart chiedendogli di trovare un funzionario in grado di raggiungere l’obiettivo in termini di mezzi e relazioni diplomatiche. Fu così che venne fuori il nome di Arthur Chilingarov, facente parte del Comitato di Stato di Idrometeorologia e Controllo dell’Ambiente Naturale e capo delle operazioni artiche e antartiche per l’URSS. All’epoca l’uso di Internet non era ancora diffuso e la maggior parte delle comunicazioni avveniva via telex. Tempi lunghi, quindi.
Intanto come stavano le povere balene???
Cindy Lowry, attivista di Greenpeace, andò da Anchorage a Barrow per seguire da vicino le operazioni di soccorso. I rapporti sulle condizioni delle balene non erano buoni. Le balene battevano la testa sul ghiaccio e la più piccola era piena di tagli. Inoltre, la posizione nell’acqua impediva loro di alimentarsi adeguatamente, e la respirazione risultava difficoltosa, tanto da sospettare l’insorgere di una polmonite.
Mentre la chiatta Veeco si dirigeva sul posto, anche Jim Nollman, specialista in comunicazione animale, stava valutando di richiamare e tranquillizzare le balene con registrazioni dei vocalizzi di balena grigia. Sul posto anche diversi rappresentanti delle popolazioni Inuit contribuivano ad aprire fori di respirazione nei ghiacci per favorire l’ossigenazione dei grandi mammiferi marini.
I Media di tutto il mondo si concentrarono su questa vicenda, sul dramma delle due balene imprigionate. Con molta fatica Greenpeace riuscì a puntare l’attenzione anche sulla necessità di porre fine alla loro caccia. Ogni anno migliaia di esemplari morivano sotto la pioggia di arpioni giapponesi, islandesi, e norvegesi.
Al 6° giorno della corsa al salvataggio, la chiatta Veeco andò in panne. Occorrevano alternative.
Il giorno successivo, la neve soffiava nei fori di respirazione aperti nel ghiaccio, mettendo in difficoltà le povere balene. La corsa conto il tempo vide ricchi privati arrivare in elicottero con macchine de-icing per tenere puliti i fori di aerazione.
Nel frattempo le notizie delle balene in pericolo in Alaska stavano dando una spinta significativa alle manifestazioni di protesta contro l’uccisione di balene ‘a fini scientifici’ promossa dall’Islanda. Il comitato scientifico della Commissione baleniera internazionale aveva dichiarato, infatti, che il programma di caccia alle balene in Islanda non era giustificato da motivi scientifici, ma da mero interesse commerciale.
Dopo una settimana da cardiopalma, ecco arrivare la risposta positiva di Chilingarov. I sovietici avevano due rompighiaccio a disposizione per il salvataggio delle balene: l’Admiral Makarov sarebbe stata sul posto in due giorni. Unico problema: le autorizzazioni. Chilingarov chiese l’aiuto di Greenpeace per ottenere i lasciapassare dal governo degli USA. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non volevano chiedere apertamente aiuto ai sovietici, e i sovietici non potevano perdere la faccia se gli Stati Uniti li avessero respinti.
Venne contattato Ticker Skully, collaboratore scelto del vicesegretario di Stato John Negroponte. La conversazione fu tesissima. Ostruzionismo e tempi lunghi di decisione politica, per dare libera navigazione delle rompighiaccio sovietiche nei mari artici Usa, si scontravano con l’emergenza degli animali.
La balena più piccola chiamata Knik – “fiocco di neve” – aveva smesso di emergere e ormai stava per annegare. Era il momento di agire. I responsabili di Greenpeace si assunsero un rischio enorme di incidente diplomatico. Venne chiamata l’Associated Press, alla quale fu comunicato da parte di Campbell Plowden, coordinatore della campagna balene di Greenpeace, che l’Unione Sovietica stava per inviare due navi rompighiaccio per aiutare le balene intrappolate in Alaska. Fu una reazione a catena. All’inizio della nuova settimana, un portavoce NMFS dal Dipartimento del Commercio riferì che una convenzione del 1976 tra USA e URSS prevedeva un dispositivo diplomatico atto ad autorizzare permessi di ingresso per le rompighiaccio Admiral Makarov e Vladmir Arsenev nelle acque territoriali degli Stati Uniti.
Fu così che si arrivò alle fasi finali del salvataggio, frutto di uno sforzo congiunto tra eschimesi, Usa, Urss, Greenpeace, l’esercito americano e i media. Dove le navi rompighiaccio sovietiche si fermarono, poterono gli eschimesi con le motoseghe fornite dall’esercito, che tagliarono fori distanziati chiudendo i precedenti e guidando le balene verso la libertà. Tre miglia di lavoro massacrante, ma la cui conclusione fu il commovente saluto di gratitudine dei grandi mammiferi marini, finalmente salvi.
Un anno dopo cadde il Muro di Berlino… Questa vicenda può essere letta come metafora di libertà. Ma dopo l’euforia del momento i nuovi assetti geopolitici hanno prodotto contraddizioni e conflitti, e aperto un lungo cammino verso realtà civili nuove. Alcune ancora da disegnare nei loro profili finali.
Vale anche per le balene. La battaglia per la loro difesa è ancora viva e chiede a tutti un cambio di passo. Se davvero vogliamo salvarle dall’estinzione.
(vedi la pagina dedicata sul sito italiano di Greenpeace)
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