di Gianluca Bonazzi
Il tessuto creato insieme vince il buio.
La modernità richiede una forte presa di coscienza di principi non nuovi, ma da collegare in modo globale.
Il mondo uscito da tre avvenimenti distanti tra loro, ma tutti riguardanti il concetto di umanità moderna – la scoperta della Shoah e dei campi di concentramento, la caduta del Muro di Berlino (foto da Wikipedia) e l’attentato delle Torri Gemelle – sembra essersi infilato in un vicolo cieco. Sono rimbombati ovunque attraverso i media, che costituiscono la ‘quarta gamba’ di una messa in scena malefica e progressiva.
Affanno, dolore, paura ed egoismo sono alleati nel proporre una chiave di lettura delle vicende personali e collettive. Così l’avvitamento procede ancor più forte, impattante e senza soluzione.
La vita non è più un cammino a tappe: ogni aspetto della realtà e della persona è disgregato, frammentato, anche incoerente. Si pensa una cosa, se ne dice un’altra e se ne fa un’altra ancora: ma che male c’è? Il tempo e lo spazio sono assi perpendicolari per ognuno di noi e, quanto più s’incrociano armonicamente, tanto più ne consegue una vita degna.
Persone, animali e cose sono quello che sono in base al tempo e al rapporto con lo spazio. Ogni cosa, invece, a partire dalla parola per definirla, non è più rispettata, sacrificata sull’altare dell’economia per ottenere sempre il meglio da consumare nel minor tempo e nella maggior quantità possibile.
Le religioni monoteiste, che dovrebbero essere guida del cammino, non fanno che rilanciare schizofrenicamente lo stesso infausto legame, perché non sono in grado di mantenere nei fatti ciò che esprimono a parole.
Ogni persona, ogni comunità non sceglie quindi che rinchiudersi in una torre d’avorio per difendersi, ma così facendo annulla il principio di relazione, prosciugandosi l’anima, formatrice di coscienza, capace di diversificarla dall’animale.
L’epoca attuale, unica nella storia dell’uomo, ci dovrebbe spingere a ripartire dallo zero assoluto. Il termine “villaggio globale” esprime chiaramente fascino e inquietudine provati. Mai come adesso amore e odio verso qualcuno e/o qualcosa significano amore e odio per il mondo.
Prima dell’avvento dei media non era possibile, perché il significato di “villaggio globale” non esisteva. Sono due termini antitetici, uniti dall’occidente per guidare il resto del mondo.
Ne consegue che questa idea sta uniformando tutto ed ogni cosa, anche lo stesso occidente e ognuno di noi.
L’ economia è la guida di questo veloce andare. Ma andare dove, con quale sentimento e a danno di chi?
Certi principi, prima di tutto quello occidentale del possesso, sono alla fine dei loro giorni. Non possiamo ancora rinnegare la nostra anima profonda, non possiamo più vivere un carnevale di baldorie sul Titanic occidentale indossando improbabili maschere, incapaci di nascondere la nostra radice, destinata prima o poi a spuntar fuori. Dov’è la capacità di indignarsi e di ribellarsi, facoltà principe di ogni vero essere umano?
Consapevolezza della conoscenza, gioia per il mistero della vita, coraggio delle proprie idee, la serenità di chi non ha nulla da perdere: ho diritto di pensarla così, di fronte alla crescente povertà? Credo di sì, ricordando persone di spazi e tempi diversi che hanno combattuto e anche conquistato, in nome della vita. Il diverso stato mentale, frutto della memoria, offriva loro ben altra motivazione.
Solo con consapevolezza, gioia, coraggio e serenità ci si può ancora incamminare, per ribellarsi al potere economico del villaggio globale che vede proprio nel “affanno-dolore-paura-egoismo” delle armi sottili e subdole per vincere la resistenza umana.
Il titolo suggerisce il diritto/dovere di scelta di veri esseri umani a mettersi insieme, ognuno con le proprie capacità, ascoltando e raccontando, per ordire un tessuto plurale che inneggi alla luce. Solo da ciò possono conseguire scelte strategiche per il bene umano personale e collettivo.




Verissimo. La consapevolezza della “rete” energetica, affettiva e spirituale che ci unisce, al di là delle barriere fittizie create ad arte dai potentati economici e politici, è fondamentale per il bene collettivo.
Ricordiamoci però sempre che la base è la consapevolezza di quello che siamo individualmente. Solo così possiamo arrivare a includere genuinamente e fruttuosamente il prossimo.
“Amerai il prossimo tuo come ami te stesso” (N.B.: individualismo non in senso di egoismo, ma di centratura nel Sé, che è tutta un’altra cosa).
Molto bella l’analisi di Gianluca. Ognuno coltiva il proprio orticello, si rinchiude in torri d’avorio, consuma in nome dell’egoismo. L’orto va curato per avere buoni frutti ma non rinchiuso in una serra asfissiante, come questi tempi stanno insegnando erroneamente. Dovremmo riscoprire le meraviglie della natura e staccarci dall’economia che comanda le nostre vite. Certo, più facile a dirsi che a farsi.