di Evi Mibelli
Il traffico di cuccioli di razza dai Paesi dell’Est: fenomeno illegale difficile da ‘quantificare’ in termini di numeri e statistiche – i dati disponibili da fonti ufficiali sono frammentari e non strutturati – e che si configura come un business milionario, che miete migliaia di vittime innocenti ogni anno. Tutto per soddisfare la brama di facile guadagno di allevatori e negozianti senza scrupoli, e una domanda consumistica – purtroppo in costante aumento – che vede l’animale come bene voluttuario e non soggetto di diritto cui moralmente si dovrebbe responsabilità e rispetto. Il tema è quanto mai attuale, visto l’approssimarsi del Natale e l’abitudine di ‘infiocchettare’ il cucciolo e metterlo sotto l’albero per la gioia dei bambini. Con conseguenze immaginabili a distanza di pochi mesi…se il cucciolo sopravvive, ovviamente.
Il traffico illegale di cuccioli ha coinvolto, negli ultimi cinque anni, ben oltre 70.000 animali come confermano le stime delle autorità competenti quali Polizia Tributaria, Corpo Forestale dello Stato (con il nucleo speciale del NIRDA), Nas, Noe, Polizia dello Stato impegnate in azioni di contrasto del fenomeno in collaborazione, molto spesso, dei Nuclei di Guardie Zoofile dell’ENPA. Alcuni si spingono a valutare la cifra in 500.000 esemplari introdotti illegalmente, con certificazioni false, in territorio italiano. Qualunque sia il numero, la speculazione è evidente e vede coinvolti gruppi criminali dediti alla truffa, alla frode in commercio, all’esercizio abusivo della professione veterinaria, al maltrattamento di animali. Si aggiungono, infine, sedicenti allevatori – cinesi, turchi, moldavi… – che operano in forma privata, proponendo cuccioli a bassissimo costo, smerciati in nero nelle aree di servizio, nei mercati o via Internet…
Ma come ha inizio il calvario dei cuccioli? I cani, acquistati in Paesi come Romania, Ungheria e Repubblica Ceca a 60 euro l’uno, vengono ‘svezzati’ precocemente sottraendoli alle madri ancora lattanti, maltrattati e trasportati in condizioni indicibili per migliaia di chilometri, e rivenduti nel nostro Paese a un prezzo che varia dai 500 ai 1500 euro. I Paesi ‘produttori’ si avvalgono di privati in cerca di guadagni facili: contadini, agricoltori, pensionati… che s’improvvisano allevatori. Forniti di cagne fattrici, quest’ultime vengono sottoposte a uno sfruttamento intesivo, folle, forzandone innaturalmente la gravidanza con sostanze chimiche che bloccano la lattazione e la produzione di colostro. Il tutto in un ciclo praticamente continuo.
I piccoli brutalmente strappati alle madri neanche a 30 giorni (ce ne vogliono almeno sessanta per completarne lo sviluppo e lo svezzamento), vengono condotti in centri di raccolta – veri e propri lager le cui condizioni igieniche e di detenzione sono inimmaginabili – dove con la compiacenza di veterinari corrotti, spesso collegati direttamente all’importatore italiano, vengono microchippati, forniti di passaporto e di libretti sanitari, in apparenza in regola, con le vaccinazioni necessarie per l’espatrio. Peccato che la vaccinazione antirabbica possa essere effettuata al compimento del terzo mese e 21 giorni d’età. Prima non è possibile. Ne consegue che nessun animale viene sottoposto alla profilassi vaccinale – neppure la quadrivalente – e che sui libretti viene riportato un timbro e una firma palesemente falsi.
Un’alta percentuale di queste piccole creature morirà prima della partenza e circa la metà dei sopravvissuti viaggerà incubando malattie come cimurro o parvovirosi, contratte per contatto nei centri di raccolta. Malattie che non lasciano scampo… Le condizioni di viaggio sono drammatiche: stipati in sudici trasportini, senza cibo e acqua, aria e luce, nascosti in furgoni o in auto fornite di doppifondi. I gruppi criminali organizzati possono dotarsi di furgoni a ‘norma’ che insieme al carico falsamente legale viaggiano sulle autostrade con l’obiettivo di consegnare la merce in un punti di raccolta italiano dove allevatori e negozianti preleveranno la partita di cani, spacciandola per “Made in Italy”. Ovvero dichiarando i cuccioli nati in allevamenti italiani e vendendoli con pedigree fittizi a prezzi di mercato. In questo caso, è frequente la sostituzione del microchip originale con uno ‘italiano’. L’acquirente, quindi, si ritrova con in braccio un ‘falso’: un cane contraffatto, pagato anche venti volte il costo all’origine. Purtroppo le forze in campo per contrastare questo immondo commercio di vite sono esigue rispetto alla portata del fenomeno. Il primo passo è quello di informare i cittadini chiamandoli a segnalare responsabilmente tutti gli episodi sospetti, a dare comunicazione di compravendite irregolari, a denunciare il decesso degli animali dopo l’acquisto, a segnalare l’assenza dei documenti d’origine. Insomma a farsi responsabili tutori di esseri innocenti che, con il proprio acquisto, si è contribuito a…’uccidere’.




Articlo molto toccante, sapere che esiste certa gente fa molta rabbia un ringraziamento particolare a tutti voi che vi occupate di questo grave problema ed ai miei colleghi delle forze dell’ordine che combattoo il problema con tenacia.
Continuate sempre cosi finche no finisca questa piaga maledetta.
Solo una domanda questi poveri animali che fine fanno dopo il sequestro?
E’ possibbile adottarne uno di piccola taglia visto che già ne ho uno grande?
Disinti saluti.